martedì 27 maggio 2008

Blas Infante, l'Islam e l'identità andalusa


Blas Infante, l’Islam e l’identità andalusa
tratto da un articolo di Ali Manzano (www.webislam.com)
Nel 1983 il Parlamento di Andalusia approva all’unanimità il proprio Statuto di Autonomia riconoscendo Blas Infante “come Padre della Patria Andalusa”. Egli riuniva in sè tutte le caratteristiche necessarie per questa figura: martire, assassinato dalla destra “ispanista”, e rappresentante di quell’idea autonomista che la dittatura del generale Franco aveva stroncato.
Me se guardiamo oltre la “icona” di Blas Infante fattaci pervenire dai politici, troviamo un’opera e un pensiero, accompagnati da un’azione sociale, politica e culturale, che sicuramente, nè ai politici di oggi nè a quelli di ieri risulta comoda. Blas Infante fu un “rivoluzionario” che visse e pensò “controcorrente”, rinunciando ai privilegi di cui godeva la sua classe sociale. Appartenente alla borghesia andalusa, egli abbraccia la causa dei braccianti, i discendenti di quei moriscos che la terribile conquista Castigliana lasciò senza terra. Aveva ricevuto una formazione accademica nella quale la storia dell’Andalusia non esisteva, se non attraverso la visione distorta e interessata dei colonizzatori castigliani. Ma egli la rivoltò, fornendoci la chiave e la strada per il recupero della memoria storica, occultata da cinque secoli di cultura imposta. Infine Blas Infante, nato cristiano, si riconosce musulmano, recuperando il “Din” (cammino dell’Islam) dei suoi antenati, la forza vitale di Al-Andalus.
Se rimuoviamo i veli posti sulla nostra mente dai pregiudizi culturali che 500 anni di “guerra contro il moro” e dall’educazione “uniculturalista” imposta, vedremo e comprenderemo il processo e le motivazioni che condussero Infante su du un cammino che poteva condurlo solo e soltanto all’Islam. Sono tantissimi gli andalusi che hanno percorso lo stesso cammino, ma il caso di Blas Infante è particolare essendo improntato ad una qualità affatto comune nell’essere umano: l’intuizione. La sua intuizione lo portò a scoprire tutto un Universo che a noi andalusi era stato celato dopo la conquista Castigliana. Non ci stiamo riferendo soltanto alla storia, tanto diversa da quella che i nostri conquistatori ci hanno raccontato, ma a filosofia, scienza, letteratura, arte, spiritualità… in definitiva, la nostra identità. Nessuno, dalla conquista cristiana in poi ebbe la capacità di enunciare l’essenza dell’Andalusia, l’identità perduta. Solo l'intuizione di Infante fu capace di riscattare quel che i nostri conquistatori, con tanto affanno, tentarono di nasconderci.
L’intuizione porta Blas Infante all’Islam, allo scoprire l’importanza e l’influenza dell’Islam nel movimento rivoluzionario che a partire dal secolo VII iniziò a provocare il risveglio del genio andaluso, fino al fiorire di quella civiltà che fu orgoglio dell’Andalusia e oggetto dell’invidia universale.
Blas Infante fu un “cercatore”, sul piano personale e su quello collettivo. Non smise mai di porsi domande, di cercare risposte che condurranno lui e la sua grande passione, l’Andalusia, sul cammino della liberazione. Questo cammino di liberazione, lo porta a volgere lo sguardo alla storia, a cercare in essa un punto di partenza, e a trovarlo nel periodo storico di maggior splendore culturale, scientífico, sociale e politico: Al-Andalus. Infante voleva dotare il popolo Andaluso dell’orgoglio e dell’identità perduta, come strumento di liberazione, per cui la prima missione che s’impone è quella di riscattare la storia, di dotare l’Andalusia di una interpretazione storica proveniente da se stessa, senza menzogne né interessi ad essa estranei.
Nel 1921, studia la storia di Al-Mutamid, il Re poeta di Siviglia e Cordoba, scrivendo il dramma teatrale “Mutamid, ultimo Re di Siviglia”. La “metamorfosi” è iniziata. Il giovane notaio di Casares è rapito dall’Universo andaluso, non si rassegna ad essere un semplice spettatore, ma desidera participare alla esperienza andalusa, interiorizzando l’essenza della filosofia che ne svegliò il genio, abbeverandosi alle sue origini intellettuali, convertendosi nel protagonista del suo dramma teatrale. Inizia così a preparare il viaggio che lo porterà fino alla tomba di Al-Mutamid ad Agmat, vicino Marrakech, per riannodare, dopo una pausa di 600 anni, il filo delle peregrinazioni che da Al-Andalus si recavano a rendere omaggio ad un uomo che rappresentò ed ancora oggi rappresenta il silenzio dell’Andalusia, dell’Islam andaluso.
L’Andalusia, terra a cui l’Islam portò gli arnesi con cui forgiare la libertà, basata sul rispetto di tutte le forme d’intendere la vita e la spiritualità, si ritrova sotto pressione e ingabbiata dai terribili fondamentalismi dei popoli del Nord e del Sud, che ai tempi di Al-Mutamid a Siviglia e di Boabdil a Granada, misero termine al sogno di un popolo che una fredda mattina di gennaio dell’anno 1492 si svegliò schiavo dell’odio e dell’invidia dei popoli barbari del Nord.
Con l’illusione di chi cerca un tesoro, Blas Infante inizia i preparativi del viaggio che lo condurrà sulle orme di Al-Andalus, che nella nostra terra è semi-occultata sotto il tallone di 500 anni di genocidio físico e culturale, ma che in Marocco ancora sopravvive negli edifici costruiti dagli Andalusi e nelle forme culturali ereditate da un’influenza che dura da centinaia d’anni.
Il motore del cambiamento che generò questa civiltà fu l’Islam. Lo incontriamo ogni volta che ci immergiamo nella storia di Al-Andalus, o quando proviamo a conoscere le motivazioni che portarono i nostri avi a produrre questo cambiamento “rivoluzionario” che capovolgendo le strutture economiche, politiche e sociali imposte dalla minoranza Visigota, tirarono fuori l’Andalusia dalla buia Età Media per anticipare il Rinascimento che secoli più tardi e grazie all’influenza Andalusa, sarebbe arrivato in Europa.
Infante era fortemente interessato a conoscere questo “generatore” di civiltà. Non poteva mancare quindi lo studio della lingua nella quale fu scritto il Corano, l’arabo, punto saltato in tutti gli studi dell’opera di Blas Infante, i quali, per aver ignorato l’Islam, non hanno potuto valorizzare l’importanza del dato. L’arabo, lingua del “Corano”, veicolo di trasmissione della “rivelazione Muhammadiana”, è lo strumento del quale si dota l’Islam per impedire la travisazione dei testi coranici.
Con l’apporto dell’arabo e dell’Islam, quello che era nato come un viaggio culturale per rendere omaggio all’ultimo uomo che regnò su di una Siviglia libera, si mutò in qualcosa di molto più intimo…, forse in un metaforico “Hajj”, (pellegrinaggio alla Mecca) quasi a voler adempiere ad uno dei pilastri dell’Islam.
Il viaggio si trasfigura in pellegrinaggio. Supera l’interesse culturale senza tuttavia dimenticarlo. Abbandona ogni frivolezza turistica e va a rendere rispettoso omaggio al Re, adempiendo al rituale disposto nell’Islam.
Nei manoscritti di Infante possiamo vedere l’animo col quale egli si dispone a questo pericoloso viaggio. E’ l’animo di un morisco andaluso, ansioso di incontrarsi con parte della sua storia, con quella che per essergli stata nascosta è la più desiderata:
Più di un milione di nostri fratelli, di andalusi espulsi ingiustamente dalle loro case avite - le cause dei popoli non vanno mai in prescrizione – sono sparsi da Tángeri a Damasco. Il ricordo della Patria, lungi dallo sfumarsi, si ravviva giorno dopo giorno. Io ho convissuto con essi, ho sofferto con essi, ho respirato con essi la speranza della nostra comune redenzione perché questa redenzione o sarà comune o non ci sarà mai.
Nell’anno 1924 mi decisi a riannodare (il filo de) i pellegrinaggi che i nostri avi fecero per un certo tempo alla tomba di uno degli uomini più rappresentativi dello spirito della nostra terra, Abu-l-Qasim ibn Abbad, vero re di Siviglia, Córdoba, Málaga e Algarve. L’ultimo pellegrino era stato un figlio della mia montagna di Ronda, Alkhatib, ministro del sultano di Granada, nel secolo XIV. Sei secoli senza che l’Andalusia inviasse il suo “saluto” attraverso uno dei suoi figli al sepolcro del Re poeta che morì in esilio lontano, invocandola nei suoi dolorosi versi.
Grazie ad una serie di fortunate coincidenze giunsi a trovare la tomba del Re nel cimitero in rovina di Agmat, al sud di Marrakesh, sulle pendici dell’Alto Atlante.
Non avevamo altre armi né altra scorta né altra bussola che il nostro entusiasmo e il nome di Al-Andalus che disperdeva i timori e acquietava le tensioni che la nostra audacia risvegliò a volte e ci apriva le porte di quei contadini di montagna che furono tanto prodighi d’ospitalità”.

Nel contatto con questo popolo marocchino, emigrato in Maghreb per conservare lingua, costumi e pratiche (religiose) islamiche, Infante trova l’anello mancante tra la mitica e rimpianta Al-Andalus, celata dalla pesante coltre della conquista castigliana, e l’Andalusia della sua epoca. Qui, in Marocco, di fronte a innumerevoli e impressionanti vestigia dell’arte andalusa, e in compagnia dei discendenti dei moriscos Andalusi, Infante incontra la vera dimensione di popolo, di nazione:
“Il popolo andaluso fu scacciato dalla sua Patria dai re spagnoli; alcuni vivono ancora uniti, ma in paesi stranieri; altri, quelli che restarono e quelli che tornarono, i braccianti moriscos che abitano l’antica casa avita, sono esclusi inesorabilmente dalla terra che ancora è signoreggiata dai conquistatori. Ed è necessario unire gli uni agli altri. I tempi saranno ogni giorno sempre più propizi”.
“(Al-Mutamid) fu l’ultimo Re indigeno che rappresentò degnamente e brillantemente una Nazionalità e una cultura intellettuale che soccombettero sotto la dominazione dei barbari invasori. Si ebbe per lui una specie di predilezione come per il più giovane, come per il beniamino di questa numerosa famiglia di principi poeti che abbiano regnato in Al-Andalus. Se ne avvertì la mancanza, come l’ultima rosa della primavera”.
“Non sono forestiero a Marrakesh. I mori andalusi predominano nella composizione etnica della medina musulmana. (…) Marrakesh è per il mio pellegrinaggio, il limite della terra Santa, del Tempio. Ora, i riti vivono. Ora l’anima prega, accesa di religioso fervore. Ho indossato il “hizam” del pellegrino. Faccio una abluzione alla fontana della storia, con fecondi valori, figlio di una cultura che si pretese d’accecare e che divenne sotterranea e di discorso oscuro”.
Il 15 di Settembre del 1924 Blas Infante giunge al culmine del suo viaggio davanti alla tomba di Al-Mutamid. Quel che in principio fu un viaggio culturale, attraverso l’impronta storica di Al-Andalus, si era convertito in un incontro “spirituale”, un viaggio che potremmo definire “iniziatico”. A partire da qui, Blas Infante non tornò più ad essere lo stesso. Si era incontrato con la ricchezza di un Al-Andalus vivo nei discendenti dei moriscos, e con un Islam che non era soltanto nei libri, che era sufficientemente vivo per sentirlo, nella maniera in cui solo un “mumin” (credente) può farlo, intuendolo con il cuore che s’abbandona in Allah. Davanti alla tomba di Al-Mutamid, Infante ripete il rituale che si compie alla Mecca, come sua particolare forma di adempiere ad uno dei cinque pilastri obbligatori dell’ Islam: il Hajj o pellegrinaggio. Così Infante compie sette giri attorno alla tomba di Al-Mutamid, in senso opposto a quello delle lancette dell’orologio, a somiglianza dei sette giri che i pellegrini musulmani compiono alla Mecca intorno alla Kaaba.
Il 15 Settembre 1924 (Infante) recita la Shahada in una piccola moschea di Agmat, adottando il nome di Ahmad. Testimoni dell’atto con il quale egli si riconosceva musulmano, furono due andalusi nati in Marocco e discendenti dei moriscos: Omar Dukali e l’altro della kabila dei Beni-Al-Ahmar.
Il cammino che conduce Infante all’Islam, può sembrare strano a molti. Ad altri può sembrare una stravaganza permessa solo ai geni, prodotto dall’ammaliamento che Al-Andalus ha esercitato in molti personaggi nel corso della storia, o un tentativo di imitare quei re andalusi, che Infante tanto ammirava.
Ma noi che abbiamo seguito il suo stesso cammino, - Al-Andalus ci ha portato all’Islam - sappiamo della forza interiore dell’Islam e degli effetti prodotti dall’interiorizzazione di tutta una filosofia e di una forma d’intendere la vita, la creazione e la spiritualità, in base al compromesso con certi valori.
La sua relazione con l’Islam non si ferma ad Agmhat. Continuerà per tutta la sua vita, nei suoi scritti, nel suo modo di intendere la vita e nei suoi atti, con un compromesso rinforzato per e con la sua gente, la sua patria, il suo Din (cammino dell’Islam), che lo condurrà a vivere la stagione più produttiva della sua vita, tanto a livello letterario che politico, verso la divulgazione della storia e della cultura andalusa, nel suo intento di dar corso alla battaglia nel campo in cui i conquistatori più danno ci avevano arrecato, il campo della cultura.
Il suo interesse per riscattare la cultura andalusa lo porta a compiere un questo gran lavoro culturale nel quale è compresa, tra le altre cose, la richiesta al governo della restituzione della Sinagoga di Toledo alla Comunità Ebraica e della Moschea Aljama di Cordoba a quella Islamica. Una campagna a favore della costruzione di una moschea a Siviglia “non con animo di fare professione o confessione di una determinata religione, bensì con l’obiettivo di affermare la libertà e la pluralità religiosa, elementi di sintesi della Storia dell’Andalusia”, in lotta contro il pregiudizio contro il “moro” che cinquecento anni di acculturazione avevano impregnato il popolo Andaluso.
Lavoriamo con somma cautela su questi principi perché l’Andalusia torni ad essere ispirata dal suo proprio genio e perché noi, “gli andalusi, torniamo ad essere quel che fummo”.

venerdì 16 maggio 2008

Due Sicilie: passato, presente e futuro


Nicola Zitara è un grande intellettuale e storico della nostra patria siciliana. L'articolo che segue, che ho ritrovato su di un forum, è una perfetta analisi storica e culturale delle Due Sicilie. Detto articolo, che mi sono permesso di sfrondare e schematizzare un po' per renderlo più fruibile - non me ne voglia Zitara - ha , tra le altre cose, il pregio di mettere a fuoco qualcosa che intuivo, ma non riuscivo a mettere a fuoco (qui sta la differenza tra una persona comune come me ed un intelletuale come Zitara): il concetto di Continente Mediterraneo. L'ho fortemente sentito questo concetto di fronte al mare di Mazara, Selinunte, Marinella. Quel mare non doveva essere un ostacolo nè un confine, come oggi è, quanto piuttosto il centro, la piazza principale di questo continente, dei quali le Sicilie ne sono una importante quinta di sfondo. E le case di Marinella, abbarbicate al costone, sembravano tante persone che scrutavano l'orizzonte in attesa del ritorno di qualcuno o di qualcosa che gli (ci) era stato strappato con la forza.
Vi auguro una buona e proficua lettura.
Mustafa

COMINCIAMO!

di Nicola Zitara (da "Due Sicilie" n. 6 (nov/dic 2005)

La storiella delle Due Sicilie destinate a far da ponte tra l'Europa e l'Africa è dura a morire.
La realtà è che più che fare da ponte con l'Africa, le Due Sicilie rischiano di finire esse stesse in Africa. Quest’asserzione, per quanto vera, viene utilizzata dall'intera classe politica per incitare i siciliani a non essere insofferenti e ad avere pazienza.
Molti, nel constatare lo strano e persistente fenomeno del dualismo italiano, (un paese a due velocità) non riesce a darsi altra spiegazione che quella di un siciliano aggrappato a costumi antichi e selvaggi. Idee del genere sono alquanto diffuse. La proverbiale diffidenza verso di noi è persino cresciuta di tono. Ma poi, perché sorprendersene quando noi stessi siamo tanto severi con noi stessi? Spesso vorremmo essere milanesi, genovesi, torinesi. I giovani nati in Padania da genitori siciliani si affrettano a giustificarsi: "Sí, è vero, i miei genitori sono siciliani, ma io sono nato qui!"
Noi popoli delle Due Sicilie abbiamo introiettato la dipendenza. Ma questo fenomeno incontestabile non spiega la ragione del perché siciliani e padani si sentano nemici nel profondo.
Secondo i padani e la “versione ufficiale” (e con i siciliani a dargli spesso ragione) l'italiano 'vero' sarebbe il tosco-padano. Gli altri riescono si e no ad esserne una mal riuscita imitazione. Centocinquant’anni di vita unitaria non sono bastati a superare i presunti 'ritardi storici' che le Due Sicilie portavano con sé e che i 'perfidi' Borbone, 'nemici di ogni progresso', non vollero affrontare. Siamo gente perduta, non redimibile.
Chi si limita a giudicare il presente, di regola addebita la colpa dei «mali del Sud» alla rapacità dei gruppi dirigenti e degli uomini di governo. Tuttavia una più matura riflessione porta a non separare il presente dal passato.
Partiamo da una constatazione. È noto che le Due Sicilie ebbero momenti di grande splendore durante i quali registrarono autentici primati civili e culturali. I principali di questi momenti furono la Magna Grecia, il Medio Evo e l’epoca dei Borbone. Il primo è universalmente riconosciuto e non disturba i sonni di nessuno; sugli altri si mette invece la sordina. Essi sono noti agli addetti ai lavori, ma vengono taciuti o sminuiti verso l'opinione pubblica.

1) L’età antica e la Magna Grecia
Di Magna Grecia ci riempiamo la bocca, ma quando si va a cercare quello che fu e come finí, la visione si annebbia. Siamo intorno al 300 a.c. Atene e le altre città greche vanno decadendo. C'è una sola strada per rinascere, quella d'incettare nuove risorse. La civiltà ellenica si espande allora in tutto il Mediterraneo. Dovunque, lungo le sue sponde, fiorisce una cultura fine e moderna, non più nazionale o nazionalista, l'ellenismo. Il Continente Mediterraneo non ha frontiere. Le capitali della vasta comunità sono Alessandria (d'Egitto) e Siracusa.
Domanda: Chi distrusse quella grande civiltà che aveva portato i territori del Sud Italia a un livello di civiltà più avanzato dell'attuale? Dispiacerà sentirlo, ma la risposta è: Roma! Ma perché tanta barbarie? Perché ammazzare Archimede, il fondatore delle scienze fisiche, un uomo di cui Copernico, Newton ed Einstein sono solo i continuatori?
Il motivo è che solo al Sud Roma avrebbe trovato le risorse necessarie per difendersi dai barbari padani. In verità Roma non distrusse soltanto Cartagine, come si legge comunemente nei libri di scuola, ma anche la civiltà e soprattutto la libertà del mondo italico, e utilizzò il primo disastro storico del Sud per finanziare la romanizzazione della Valle Padana, per edificare una cinta muraria intorno a Piacenza e per recingere un castrum che in appresso si chiamerà Mediolanum.
Roma inaugura una bilancia politica e culturale valida ancor oggi: i costi da affrontare per innalzare il Centro-nord, vanno scaricati sul Sud. È tutt'altro che vero che Roma abbia unificato la penisola. Amor di patria (italiana) pretende che nozioni dei genere siano nascoste alle menti dei giovani. Inquinerebbero l'albero genealogico dell'elmo di Scipio!

2) Il Medio Evo ed il Regno di Sicilia
La morte in battaglia di Manfredi parla chiaro circa la concezione politica, che ispira da sempre gli altri 'italiani'. Nell'occasione di questa seconda aggressione, Roma non è sola. Le stanno attorno i Comuni tosco-padani (i guelfi) ingordi di prede siciliane.
Sopraffatto dai barbari nel quinto secolo dell'era volgare l'Impero Romano d'Occidente crolla. Qualche decennio dopo arriva in Italia l'esercito inviato da Giustiniano, l'imperatore romano d'Oriente. Nel tentativo di non perdere definitivamente l'Italia in mano ai barbari europei e agli arabi, i bizantini rimangono in Italia seicento anni, dal Quinto all'Undicesimo secolo d.C. Sono i secoli bui. Dei tempi in cui l'Italia viveva riccamente, in virtù dei tributi che Roma estorceva in tutto l'impero, è rimasto poco o niente. Persino il ricordo del passato si è offuscato. Soltanto i colti ne sanno qualcosa: notizie di seconda mano, mediate dagli storici greci e arabi. L'Italia è impoverita, imbarbarita. L'agricoltura, la manifattura, le città sono tornate duemila anni indietro. L'ignoranza dilaga.
ln questo panorama desolato, soltanto al Sud si conserva, per effetto del legame con l'Oriente, qualcosa del vecchio ordine - per esempio gli scambi di mercato, la produzione artigianale, gli elementi imbalsamati dell'antico sapere. Ancor più fortunata la Sicilia, che vede restaurata l'antica civiltà ad opera degli arabi. Se pu in decadenza, il Sud non cade nella barbarie dominante al di là del Garigliano. Lo testimoniano cento cose. Ne elenchiamo qualcuna.
A fondare e ad operare nei primi centri di livello universitario che il Papato avvia - Grottaferrata e Montecassino - sono dei monaci arrivati dal Sud Italia. La centralità del Sud nell'esportazione di manufatti, che venivano richiesti da re, imperatori, baroni e vescovi barbarici, è largamente attestata. Accanto alla splendida Palermo e alla altre città siciliane, fioriscono Napoli, Amalfi, Bari, Mola, Rossano. Sui territori in mano ai bizantini, i centri marinari godono di una considerevole autonomia privata, e qualche volta politica. I marmi che i papi romani importano per edificare nuove cattedrali vengono trasportati da navi amalfitane. La flotta di Amalfi si schiera in battaglia nelle acque di Ostia, a difesa del papa, e batte i saraceni. L'architettura e la scultura decorativa dell'età classica trovano alimento nella ricchezza dei commerci. Chi ha qualche dubbio su questi primati può facilmente toglierselo leggendo qualche pagina del fiorentino Giovanni Boccaccio e, se non sa leggere, facendosi un giro turistico per la Terra di Bari e il Salento, per fortuna risparmiati dai terremoti che, altrove, hanno distrutto quasi tutto.
Come e perché si esaurì questo corso, se non propriamente grandioso, quantomeno promettente?Anche in questo caso fu la stessa Italia a concepire e a condurre l'operazione d'annientamento. La vicenda è connessa con le Crociate. Il Sud del tempo è una società aperta, la gente non fa questione di pelle, è tollerante in materia religiosa, i cattolici seguono il rito ortodosso, la messa viene celebrata in greco, l'imperatore d'Oriente ha il diritto di mettere una mano nella nomina dei vescovi, i monaci basiliani si sono insediati nei centri jonici e in Sicilia, in molti luoghi si parla greco e non si raccolgono oboli da mandare a Roma. Gli stessi arabi al Sud non sono accolti male, anche perché le loro scorrerie non sono peggio dei saccheggi dovuti ai barbari insediatisi in Italia. Ultima ciliegina: il papa, integratosi nella logica dei regni europei, non gradisce le interferenze dell'imperatore romano d'Oriente. I papi e i re d'Europa pensano che a migliore difesa dell'Europa e del Papato sia necessario spezzare il Continente Mediterraneo, (qui si fa nascere il conflitto di civiltà!!). E siccome il Sud ne è la punta avanzata, bisogna che esso diventi una colonia d'Europa!
Il compito viene affidato ai normanni. Questi, una volta padroni di questa terra mostrano una forte perplessità ad imbarbarirla. Essi allora non solo non la conducono in rovina, ma se ne fanno ammaliare arricchendola vieppiù. Poi, a mettere in serio pericolo il disegno di partenza vi è l’esaurimento della dinastia regnante che porta sul trono di Sicilia Federico II, erede anche del trono imperiale. Il nuovo re, obbedendo alle istanze provenienti dalla progredita collettività siciliana, progetta, per primo al mondo, uno Stato modello: laico, robusto nelle istituzioni e aperto al progresso. Ma è proprio quanto non vogliono la Chiesa e i tosco-padani. Federico viene fortemente contrastato. Non vince e non perde, anche perché muore ancora giovane. La Chiesa dichiara la Crociata contro il Regno di Sicilia (unico caso di Crociata contro un paese cristiano, ma amico dell’Islam!). Suo figlio Manfredi perisce eroicamente in battaglia. Gli altri successori di Federico cadono per mano francese-angioina. Per il concerto delle nazioni barbariche (una sorta di “comunità internazionale ante litteram!) e per i “liberi” comuni padani il Regno di Sicilia sale alla dignità di colonia d'Europa!
A poco vale l’eroica rivolta del Vespro Siciliano, se non a rendere indigesto il boccone. Nei cinque secoli compresi tra il tempo in cui Dante era un giovanetto (1280) e quello in cui si spegne Giambattista Vico (1744), il Sud percorre un cammino a ritroso, taglieggiato com'è dai baroni francesi e spagnoli, e impoverito dalle usure genovesi e fiorentine.

3) I Borbone ed il Regno delle Due Sicilie
Il ritorno all'indipendenza nazionale, nel 1734, è il risultato del 'illuminismo napoletano' di cui la dinastia borbonica si propone come garante e guida operativa. I Borbone si propongono di riportare il paese alla modernità commerciale e industriale e di difenderlo dalla politica di rapina di Inghilterra e Francia, nascosta come al solito dietro lo sventolare di bandiere liberali e ugualitarie.
Naturale quindi che l'indipendenza delle Due Sicile sotto l’ombra protettiva dei Borbone sia mal digerita da Francia e Inghilterra. Una tacita congiura tra eroici “patrioti”, scaltri politicanti e incalliti diplomatici, stronca l'intelligente e generoso tentativo di modernizzazione. Le Due Sicilie cessano d’esser tali e diventano “il Sud”. Riprecipitano nelle grinfie della politica europea, impostata sulla crescita attraverso la colonizzazione, e diventano nuovamente un territorio di pascolo aperto alle usure tosco-padane.

Le fatiche di poeti e studiosi e l’opera della Chiesa romana hanno fatto si che gli italiani elaborassero una lingua (quasi) comune e sedimentassero una tradizione consimile.
Ma non unitaria. Le due parti del paese sono state assieme politicamente soltanto per qualche secolo, dal regno di Tito a quello di Costantino. Sin dal tempo della prima colonizzazione greca esistono due formazioni sociali, due Italie, una che viene dal mare e una nata dalla terra. Roma, alle origini città etrusca o largamente etrusca, si è estesa verso nord, fin oltre le Alpi, ed è ancora la postazione più meridionale del “continente Europa”.
A sud di Roma, la società si apre quando arriva un contatto dal mare, e si gela quando il contatto arriva da nord. Quest’alterità, questo scontro di faglia tra il “Continente Europa” e il “Continente Mediterraneo” si manifesta lungo il confine delle Due Sicilie. Basta guardare una cartina geografica, per rendersene conto. Tra il reticolo metropolitano che si affaccia sul Golfo di Napoli e quello della Bassa Padana, c’è tutta una zona a bassa intensità abitativa che oggi trova eccezione in Roma Capitale, ma che fino a non molto tempo fa era uniforme (prima dell’Unità Roma era poco più di un paesello). Quindi due formazioni sociali scarsamente comunicanti fra loro, e solo debolmente integrate sul terreno politico e sociale ad opera della Chiesa romana.
Il nostro Sud dunque non è mai stato Europa, ma una colonia d'Europa. Il generoso tentativo di Federico II di fare dello Stato un'opera d'arte si è esaurita con l'inconsistenza di un sogno. Il progetto dei Borbone di allentare la morsa della colonizzazione europea, si è spenta con il tradimento della classe baronale e sotto l'onda del loro finto liberalismo.

Ed eccoci all’oggi in cui non c'è un solo aspetto della vita sociale che non sia impantanato. La disoccupazione imperversa sin dal giorno in cui i bersaglieri instaurarono l'ordine padanista nelle Fonderie di Mongiana e nello stabilimento di Pietrarsa. Da quel lontano anno il Sud italiano ha ininterrottamente prodotto milioni di disoccupati e interminabili eserciti di emigranti. Ma anche questo sogno “esogeno” oggi è off limits, così come è inconcepibile mettere in atto l'altro corno dello storico dilemma 'o emigranti o briganti'. Il sistema politico italiano prevede che l’autonomismo, o federalismo che dir si voglia, e i relativi eventuali moti popolari possano avere dignità politica solo se ispirati e diretti dai partiti padanisti.
Quanto ai politici del Sud, non c'è da fare assegnamento. Il sistema italiano non lascia loro altro spazio che l'uso inverecondo del pubblico danaro. Le cose stanno anche peggio fra la gente comune. Quanto alle aziende private meridionali, esse hanno la teorica libertà di sopravvivere, ma soltanto negli spazi lasciati vuoti dal capitalismo tosco-padano.
L'abbassamento della curva dei salari e la confisca di stipendi e pensioni, collegata alla circolazione dell'euro, completano il disastro.
È immaginabile che tutti questi fattori negativi possano far scoppiare qualche disordine, ma in mancanza di un progetto politico alternativo, tutto quel che il Sud otterrà sarà qualche lacrima di cordoglio in un editoriale del 'Corriere della Sera' e un titolo a tutta pagina su 'Il Manifesto'.
Nessuno può dire quel che accadrà domani. Continuando a scambiare l'effetto per la causa, la mafiosità potrebbe dilagare come l'unica, possibile fonte di sopravvivenza.
Danni ancora peggiori fa l'idea che il Sud debba modellarsi di più e meglio sull'ltalia restante. Il coordinamento romano continua a proclamare, come modello da seguire, quello tosco-padano, ben sapendo che esso non si attaglia alla natura dei popoli della Napolitania (la storica Ausonia) e della Sicilia. Un disastro che dura da 150 anni lo dimostra a sufficienza. Le Due Sicilie sono un paese grande, con una sua storia antica. Come l'India e come la Cina, che avvizzirono sotto la dominazione o l'influenza inglese, e una volta libere sono rifiorite cosi le Due Sicilie, portate al disastro dal governo unitario, riacquisterebbero voce e anima, solo se e quando torneranno libere e indipendenti, o quanto meno autonome.
L'idea che viviamo una condizione coloniale è chiara nella mente di tutti, ma non si sa come uscirne. Ora, dacché mondo è mondo, dal colonialismo non si esce mai per iniziativa del colonizzatore - nel nostro caso di Roma e consorti tosco-padani - ma in seguito a un processo di liberazione e decolonizzazione.
Avverrà sì o no? Come avverrà? Quando avverrà? Nessuno può dirlo. La risposta è nelle mani di Dio. Noi possiamo fare soltanto il nostro dovere di patrioti, di figli di questa terra, di uomini e donne di questo popolo, di padri e madri di altri napolitani, di altri siciliani, a cui potrebbe toccare in sorte la stessa impotenza e le stesse umiliazioni che noi abbiamo patito e patiamo. Il debito di amor patrio, che abbiamo verso di noi e con il mondo, non lo assolveremo da barbari e ingordi di saccheggi liberisti e consumisti, ma da esseri pensanti. Lo faremo con la giusta umiltà dell'inerme, ma anche con l'orgoglio di sentirci pronipoti di Archimede, di Manfredi, di Antonio Genovesi, di Ferdinando II, di Carmine Crocco.

Il nostro primo dovere sta nell'immaginare un'alternativa al presente che sia coerente con i veri bisogni della nazione siciliana. Il primo dei quali è sicuramente un lavoro. Il quadro economico a cui dobbiamo fare riferimento è quello al quale la politica delle potenze europee ci ha strappato: il Mediterraneo.
Il Mediterraneo sta tornando ad essere un crocevia di commercio con l'Africa e con l'Asia. Se resteremo nel quadro nazionale italiano, questa sarà per noi un'occasione perduta. E non perché l'ltalia vorrà tenersi fuori da questa rinascita mediterranea, ma perché i centri nevralgici dei movimento saranno dirottati dalle forze politiche verso Livorno, Genova, Trieste, Venezia. Basti l’esempio di come Ancona sia riuscita a divenire in pochi anni capolinea dei collegamenti con la Grecia, a discapito del naturale e tradizionale approdo di Brindisi.
La Napolitania e la Sicilia hanno gli uomini capaci e le risorse economiche necessarie per portarsi ai livelli più moderni in tutti i settori della produzione. Il fattore che manca è la libertà statuale. Per questo motivo, è supremamente importante la capacità politica e la serietà dei futuro governo siciliano.
Il paese, il nostro paese, le Due Sicile, ha bisogno di un punto fermo. Legge e ordine: e non nel senso reazionario, ma in quello della consapevolezza dei doveri personali verso la collettività. In particolare i giovani vanno riportati al senso dell'onore, dei rispetto di sé e degli altri, all'amore per il lavoro e per il sapere, al senso critico.
Dove c'è lavoro, prosperità e sapere, crescono spontaneamente la cultura e l'arte.
Oggi c'è solo dolore e vergogna. Cominciamo! Non sarà facile, ma non c'è altra scelta. Che lo spirito dei nostri maestri ed eroi poggi una mano benevola sul futuro di questa nostra sventurata nazione.

domenica 4 maggio 2008

Un paese quasi islamico


Un paese quasi islamico
Sono stanco di usare un’espressione soltanto geografica per indicare una realtà complessa. Sono stanco di definire la mia terra come “Italia meridionale”. Bene ha fatto Bossi a coniare per la “sua” terra, l’Italia settentrionale, il nome di Padania. Per una terra il nome è tutto. Esso deve evocare non solo la sua collocazione geografica, ma la sua storia, la sua cultura, il suo modo di vivere, di essere, tutto. Togliete il nome ad un paese e gli avete tolto tutto. Come manifesteremo l’orgoglio di essere figli di una terra se non ne possiamo pronunciare il nome?Ogni cosa oggetto d’ amore ha bisogno di un nome da sognare, evocare, pronunciare, scandire. Questo vale ancor di più per una terra, per amarla, evocarla, sognare il suo riscatto, la sua rinascita, la sua affermazione. E’ per questo che (per ora) definirò la mia terra, quella che va dall’Abruzzo alla Stretto, con lo storico nome di “Ausonia”; e per indicare il suo essere un tutt'uno con la Sicilia dirò “Ausonia e Sicilia” oppure "Due Sicilie”.


Veniamo al dunque. Vorrei parlare della costiera amalfitana dove ho trascorso 10 bellissimi giorni di vacanza la scorsa estate. Questo soggiorno mi ha consentito di conoscerne degli aspetti a me sconosciuti e quindi sorprendenti.

Furore

La nostra “residenza” è a Furore, “il paese che non c’è”. Esso infatti si sviluppa lungo tutto lo strapiombo che da Agèrola giunge ripido e rapido fino al mare. Non ha una piazza, un passeggio, un lungomare; no, le sue case sono aggrappate alla montagna strapiombante, e vi si accede dagli infiniti tornanti che da Amalfi salgono ad Agèrola. Alla definizione ufficiale noi ne abbiamo aggiunta un’altra: “un paese con i piedi nell’acqua e la testa tra le nuvole”. Infatti, una domenica siamo saliti ad Agèrola, paese che inizia laddove finisce il dirupo e inizia l’altopiano. Ebbene, mentre la parte bassa di Furore, ovvero la costa ed il suo magnifico fiordo, era immersa nel caldo sole agostano della costiera, le sue ultime case, poste alla sommità del monte, al confine del territorio di Agèrola, erano immerse nelle nubi rimaste incagliate su quegli alti picchi. Ne derivava un’atmosfera novembrina davvero piacevole oltre che surreale. Molte delle case di Furore sono formate da cellule abitative quadrilatere con copertura a botte, tipologia che poi abbiamo riscontrato in chiave più monumentale anche nel chiostro del Paradiso di Amalfi e nelle chiese arabo-sicule di Ravello. Ebbene queste case dal vago gusto arabo, si chiamano monazzeni, parola che dicono provenga dal greco “vivere in solitudine”. Però è evidente anche l’assonanza tra monazzeni e manazil, che in arabo sta per “stazioni, approdi, casali”. Tali sono infatti queste costruzioni, dei luoghi dove fare sosta, magari quando il mare ingrossa e non consente di raggiungere il porto. Da manazil o monazil a monazzeni il passo sarebbe breve. E’ un segno, una traccia. Del resto il toponimo manazil era diffuso anche in Sicilia per indicare i casali con cui gli arabi popolarono un territorio dapprima desolato. Manzil (singolare di Manazil) Hindi era l’antico nome di S. Margherita Belice, e Misilmeri è la distorsione dell’arabo Manzil-Amiri, il casale dell’Emiro.

Amalfi


Qui non si vedono immigrati, nè musulmani nè tanto meno cristiani. Non vediamo le classiche bancarelle degli ambulanti marocchini né i negozi di chincaglierie pakistane. Non ci sono kebab, ma ne comprenderemo presto il motivo: qui la cucina tradizionale è così forte e viva (e gustosa) che non necessita di elementi d’importazione. Tuttavia, quando nei giorni seguenti siamo entrati in una farmacia di Furore, abbiamo sentito il farmacista che prendeva una telefonata e a chi l’aveva chiamato ha risposto: “Dimmi, Hassan, cos’è successo?” Ci sono, ci sono i musulmani. Non fanno gli ambulanti e quindi non si vedono. Forse lavorano nei campi terrazzati della montagna, dove coltivano limoni e “cucuzzille” giganti, o lavorano negli alberghi, chissà, ma comunque ci sono, e questo è importante. Non sono andati perduti come i loro bagni e le loro moschee maiolicate. Ma torniamo alle ricerca delle tracce lasciate dai loro progenitori.Siamo alla cattedrale. Oggi, per visitarla, non si passa per la porta principale posta alla sommità della famosa e scenografica scalinata, ma bisogna passare attraverso il chiostro del Paradiso. Dalla lettura dei depliant illustrativi scopriamo che in antico era proprio questo l’accesso principale. Ebbene, non c’è niente di più islamico di questo chiostro. La pianta quadrata, il pozzo centrale, i suoi archi intrecciati, il colore bianco (ma fosse stato mosaicato, come quello di Monreale, non sarebbe stato da meno), tutta la sua estetica ricorda le architetture dell’Islam (una per tutte, il Patio de los Naranjas, il cortile degli aranci, che introduce alla sala di preghiera della moschea di Cordova).Ma anche l’aura spirituale che lo caratterizza è squisitamente islamica. Il silenzio e l’atmosfera magica ed ovattata che fa da preludio alla sala di preghiera, predispone l’animo a distaccarsi dalle frenesie del mondo di fuori e a trovare la concentrazione adatta per rivolgersi al Signore Onnipotente, Dio dei cristiani, dei musulmani e di tutte le creature (che è poi il senso che bisogna dare al nostro dirci monoteisti!).Passando dal chiostro si accede alla basilica antica, a due navate, e da questa a quella medievale, che ne conta tre. In tempi antichi, queste due basiliche erano unite e la chiesa, con il chiostro che la precedeva e le sue cinque navate, “sembrava - e non siamo noi a dirlo, ma le antiche cronache - più una moschea saracina che una chiesa pe’ li cristiani”. Forse anche questo indusse un bel giorno a separare con un muro le due basiliche e a spostare l’entrata principale sulla gradinata che si andò a realizzare, lasciando isolato il chiostro. Nella cattedrale – non lo sapevamo – c’era la tomba dell’apostolo Andrea, apostolo di Gesù (pace su di lui) e fratello di Pietro. Ci siamo ricordati dei versetti del Corano in cui Gesù dice: “Chi mi sosterrà sulla via di Allah?” A questo appello risposero prontamente i suoi apostoli, quindi anche Andrea: “Noi ti sosterremo sulla via di Allah e tu testifica che noi ti rendiamo testimonianza”. Sicuramente Andrea recitò la sua professione di fede: “Io testimonio che non c’è altra divinità che Allah e che Gesù è il suo servo ed Inviato!” Era un musulmano del suo tempo e per questo gli abbiamo reso omaggio, sulla sua tomba, con una Fatiha, la recitazione della prima sura del Corano.Usciamo dalla cattedrale. Il suo campanile, di schietto stile arabo-siculo, è praticamente gemello con quello di Melfi, salvo che quest’ultimo risulta rovinato nell’insieme da una cuspide terminale rifatta, insipida e completamente fuori luogo. Fuori della cattedrale, mentre percorro la via principale del paese, annoiato dai soliti negozietti di souvenir che invece tanto piacciono a mia moglie, la mia attenzione viene attirata da una targa in ceramica che reca la scritta: “Bagno arabo"In realtà è un negozietto di chincaglierie formato da due piccoli ambienti di cui uno sormontato da una cupoletta a conchiglia. Non è molto, ma è una importante traccia di una presenza stanziale di musulmani. Ci siamo ricordati che Amalfi, Napoli, Salerno, secondo il momento, stringevano e rompevano alleanze con i Saraceni di Sicilia, e che quelli che a leggere i libri di storia sembrano solo piccoli intervalli di tempo, in realtà, nella vita vissuta dai protagonisti del tempo, dovevano essere abbastanza lunghi da pensare a dotarsi di comodità stabili come fondachi, moschee e bagni pubblici. Abbiamo scoperto che anche Scala e Pontone, due paesini dell’immediato entroterra amalfitano, vantano la presenza di bagni arabi tra le loro emergenze storiche e architettoniche. Non siamo però riuscita a visitarli.Ma ... e le moschee? Quasi alla fine del corso c’è il muro di un cortile, che presenta lo stesso motivo ad archi intrecciati (ora murati) del chiostro del Paradiso. La nostra irrefrenabile fantasia ci porta ad immaginare che quello fosse il muro della esterno della moschea, un muro uguale a quello del chiostro della cattedrale! E’ solo una fantasia, ma siamo sicuri che, se la moschea non era lì, non doveva essere molto lontana.Ma come sarà stata questa moschea? Man mano che l’ambiente che ci avvolge ci penetra con la sua magia, l’immagine di questa moschea perduta si forma nella nostra mente come un puzzle. I tasselli ci vengono forniti un po’ per volta da quel che vediamo. Finora abbiamo tre tasselli: il cortile, simile al chiostro del Paradiso e di cui questo muro ne è forse un brandello; il rivestimento, in mattonelle di ceramica, come ce ne sono tantissimi in tutto il paese; la cupola, come quella del bagno arabo di poco fa.Il tassello più importante lo troveremo più avanti, a Ravello.


Ravello ovvero "Avevamo l’Alhambra e non lo sapevamo!!"


Dopo il meritato riposo nel nostro buen ritiro, dalla cui verandina si gode (mai verbo fu più appropriato) della vista del mare e del borgo di Praiano, che ci sembra Sidi Bou Said teletrasportato in Costiera, il mattino seguente si va a Ravello.Già nella sua etimologia (Ravellum, rebellum) questo piccolo borgo indica una ribellione, la ribellione all’ovvio e al banale. La storia ci narra che gli amalfitani, forti dei proventi dei loro commerci, si costituirono in repubblica marinara indipendente dalla corona normanna. Ma una parte dei suoi cittadini si “ribellarono” a questa sete d’indipendenza in nome del neg-ozio e le preferirono la fedeltà ai re normanni – che, ricordiamolo, costituirono il primo stato unitario d’Europa, ben prima della stessa monarchia inglese – e l’ozio. Si esiliarono infatti lontano da quel mare che così tanti commerci consentiva e si ritirarono su queste aspre montagne da dove il mare lo vedevano soltanto e dove l’ambiente unico circostante invitava non allo scontato neg-ozio, ma al più ricercato ozio. Furono dunque dei ribelli alla ricerca di uno stile di vita, degli sradicati accomunati dall’amore della bellezza e dell’ozio creativo, ribelli, oseremmo dire, proiettandoci nel presente, alla volgarità moderna.Quando, intorno al 1280, il nobile Matteo Rufolo diede inizio alla edificazione della villa che porta ancora oggi il suo nome, non dovette avere uno spirito meno ribelle dei suoi padri. E’ opportuno ricordare, infatti, che pochi anni prima, nel 1266, Manfredi, il legittimo Re di Sicilia (che comprendeva anche l’Ausonia), “biondo, bello e di gentile aspetto” come lo descrisse Dante, era morto da eroe affrontando a Benevento le truppe mercenarie dell’Angiò, chiamate dal Papa per una vera e propria crociata contro noi siciliani (ed ausoni) che avevamo l’ardire di spalleggiare il nostro Re nella sua politica d’opposizione ai privilegi ecclesiastici e favorevole al dialogo intermediterraneo, temi attualissimi ancor oggi e che ancora provocano forti odii nonchè tensioni interne ed internazionali.Il Sultano di Lucera! Così era chiamato Re Manfredi dai suoi nemici, in chiave ovviamente dispregiativa, e così lo chiameremo noi, con orgoglio e apprezzamento.Ebbene, quando la ribellione non può esprimersi politicamente in quanto i governanti lo impediscono – è il caso dell’Angiò – trova allora nella cultura un ambito più sottile, ma non meno potente per esprimersi. Forse il buon Matteo Rufolo – anche questa è una nostra fantasia, o al massimo una ipotesi – volle commissionare la costruzione a qualcuno dotato di spirito e cultura islamica o islameggiante, in modo da esprimere con questa villa la sua solidarietà e il rimpianto per Manfredi, il Sultano di Lucera, il Re Martire. E quale miglior dichiarazione d’affetto e solidarietà se non l’edificazione di un complesso che evocasse quella luminosa civiltà islamica in opposizione alle tenebre calate sull’Ausonia dopo l’avvento dell’Angiò? Tutto a Villa Rufolo parla d’Islam, d’Islam europeo, di quell’Islam che a quell’epoca non era affatto un corpo estraneo, ma aveva intriso di sé l’intero Mediterraneo, l’Andalusia e la Sicilia in particolare.E’ una Alhambra fiorita, villa Rufolo. Lo storico salernitano Paolo Peduto l’ha definita un palazzo-giardino islamico. Già l’androne della torre d’ingresso possiede una volta a conchiglia in schietto stile arabo siculo, simile a quella del bagno arabo visto giù ad Amalfi. Ma è nel chiostrino quadrato che si raggiunge il massimo dell’evocazione dell’Islam nonchè della casata sveva. E’ un cortiletto quadrato e porticato sia al piano terreno che al primo piano. Ma i grandi archi ogivali del piano terra sono coronati dai leggiadri archetti intrecciati del primo piano. In questo chiostrino si fondono il vicino Chiostro del Paradiso di Amalfi, i cortili delle madrase di Fes, i patios andalusi, ma anche un cortile che a noi dauni sarebbe familiare se non fosse andato perduto. I muraglioni costruiti successivamente per sostenere la costruzione, evidentemente pericolante, ne nascondono un po’ la struttura, ma il nostro occhio la riconosce immediatamente. Quante volte abbiamo visitato il Palazzo di Federico II a Lucera nel continuo tentativo di farcene un’immagine almeno nella nostra mente! Si, seppur nella diversità dei particolari, il chiostrino di Villa Rufolo è praticamente uguale a quello che doveva essere il cortile del Palazzo di Lucera.E Lucera, Luceria Saracenorum, era la città simbolo della politica di Federico prima e di Manfredi poi, con il loro Palazzo posto al centro di una città popolata da sessantamila musulmani! Anche per questo Villa Rufolo è un palazzo-giardino islamico, perchè con l’Islam ne condivide gli ideali, i riferimenti, i personaggi e quant’altro ancora. Nè con questo il Rufolo volle mettere in dubbio la sua appartenenza alla Cristianità, tanto da commissionare importanti opere d’arte nella locale Cattedrale. Ausonia era una società multiculturale, come lo sono tutte le società islamiche, a dispetto delle fobiche società occidentali dove il diverso ha fatto e fa sempre paura.Ma a parte il patio “islameggiante” e la torre arabo-sicula dell’ingresso, è tutta la villa ad avere un impianto islamico, nella sua connotazione di giardino incantato. Giardini e padiglioni, pieni e vuoti, spazi esterni e spazi interni si alternano e si intersecano in una mirabolante arabesco che stordisce tanta ne è la bellezza. Infine non si sa più se ci si trova in un palazzo, in un giardino o in una passeggiata all’aperto a gustarsi uno dei panorami più belli del mondo.Se questa villa anziché da un nobile fosse stata edificata da un Re, oggi non staremmo a parlare di una villa, ma di un Palazzo Reale. Il fatto di chiamarla “villa” trae in inganno e la sminuisce. Una tale meraviglia meriterebbe un nome più altisonante che ne accentuasse la simbolicità ed unicità. Se l’Alhambra fosse giunta a noi con il nome, chessò, di “Villa Boabdil” avrebbe perso una parte consistente del suo fascino. E’ già il nome di “Alhambra”, la (fortezza) Rossa, che affascina, donandogli un aura di nobiltà che è tutto dire. La Zisa di Palermo, per esempio, ha questa fortuna: “al-Azizah” la Splendida, la magnifica residenza dei Re Normanni. Bisognerebbe lanciare un concorso di idee per dare un nuovo nome a Villa Rufolo, anche se l’assonanza di “Rufolo” con Zefiro lascia presagire e gustare la brezza profumata che l’accarezza, sotto l’abbraccio del sole del Mediterraneo.Villa Cimbrone, seppur bellissima, dal punto di vista della ricerca delle tracce islamiche in Costiera, non ha la stessa attrattiva di Villa Rufolo. Tuttavia è qui che troviamo il tassello mancante al puzzle della moschea. Ci eravamo chiesti in precedenza come sarebbe potuta essere una moschea amalfitana dell’anno 1000. Sicuramente rivestita di ceramica, sicuramente con un cortile circondato da archi intrecciati, sicuramente con una cupola a conchiglia. Ma quale doveva essere il suo impianto spaziale? Ebbene, a Villa Cimbrone c’è la risposta: un padiglione con i quattro angoli e altri dettagli rivestiti in ceramica dei colori classici della costiera. Un padiglione dove gli spazi interni e quelli esterni, grazie ai soliti archetti, si intersecano come a Villa Rufolo, un padiglione coperto, ma non chiuso, uno spazio aperto, ma non scoperto. L’ideale per quando fa caldo e quanto basta per i pochi giorni piovosi e freddi. Chi ha visitato la Spagna ricorderà la piccola moschea di Bab el-Mardum a Toledo, oggi chiamata il Cristo della Luz poiché trasformata in chiesa dopo la Reconquista: una piccolo boschetto di colonne aperto sull’esterno, dove il sole e l’ombra si rincorrevano, senza alcun filtro, tra le arcate. Un gioiello! E tale doveva essere, o potrebbe essere, una moschea amalfitana o ravellese. “Girando per le strette vie di Ravello si ha un anticipo di Palermo, giacché questa cittadina, di stile arabo normanno e orientalizzante, è una Palermo in miniatura al riparo dei monti”. (Guido Piovene) E in questa Ravello quasi islamica ci lavorava un nostro illustre concittadino, il figlio di quel Bartolomeo da Foggia che scolpì l’arco del Palazzo imperiale di Foggia. Era Nicola di Bartolomeo da Foggia, autore del pulpito della Cattedrale ravellese, e che in seguito - precursore purtroppo di tanti foggiani – dovette andar fuori dalla sua città e dai confini di Ausonia, che moriva sotto il tallone dell’Angiò, per trovare lavoro e gloria in quel di Pisa dove raggiunse la maturità artistica e la fama con il nome di Nicola (detto il) Pisano.

Positano


Della splendida Positano, dalle sue bianche case mediterranee, le cui finestre e verande occhieggiano all’azzurrissimo mare, in un rigoglio incantato di vegetazione, vogliamo solo raccontare della mostra che abbiamo avuto fortuna di trovare nel Duomo. Qui alcuni soggetti religiosi tipicamente cattolici erano stati illustrati dalla pittrice con rappresentazioni, per così dire, islamiche. Valga x tutti questa Addolorata.
Conclusione
In realtà – è quello che stiamo pian piano scoprendo – la presenza islamica in Italia non c’è stata soltanto in Sicilia o al massimo nella Lucera Saracena. Tutta l’Ausonia ha avuto l’onore e l’onere di questa presenza, dove per pochi, dove per lunghi anni, anni che comunque hanno lasciato la loro influenza e hanno determinato, nel bene e nel male, il modo di essere degli abitanti.Mattinata, Bari, Taranto, Lagopesole, Benevento, Girifalco, Torre di Bugiafro, Squillace, Amantea, la Saracina (il territorio che va da Portici a Torre del Greco), Reggio, Le Castella, Pietrapertosa, Tricarico, ... Foggia e chissà quanti altri paesi ancora.Avremo modo, a Dio piacendo, di parlarne.

sabato 26 aprile 2008

Un viaggio alle radici dell'Islam italiano


L’occasione del matrimonio di un nostro nipote ci ha dato la possibilità di realizzare un desiderio che coltivavamo da tempo: un viaggio in Sicilia. Le montagne aspre e severe che incombono su Palermo e sul porto, che sembrano voler tratteggiare l’anima stessa della città, misteriosa e arcigna al primo impatto, ma dolce come solo sa esserlo una città mediterranea, ci danno il benvenuto. Varchiamo i cancelli del porto della capitale siciliana e subito una svelta autostrada ci conduce, tra incredibili panorami, in quel di Alcamo, l’araba al-Qamah.

Alcamo e Castellammare del Golfo

Il viaggiatore andaluso Ibn Jubayr descriveva Alcamo come un centro “grande, opulento, provveduto di mercato e di moschee, tutti musulmani gli abitatori, al par di quelli delle masserie che giacciono su questa strada”. Arrivandoci dall’autostrada è con gli occhi di Ibn Jubayr che la immaginiamo, lì, nascosta dietro l’alto pianoro che l’accoglie, perchè di tutto quel che egli vide, oggi non resta niente. La città è infatti una grossa scacchiera settecentesca, postuma rifondazione del casale arabo abbandonato a forza dagli abitatori musulmani a seguito delle terribili repressioni federiciane che seguirono la loro sollevazione. Come sposa senza più il suo innamorato, questo come molti altri casali, sfiorì e morì, per essere poi ridestato, dopo qualche centinaio d’anni, dal bacio di un principe o di un feudatario che lo ripopolò con i suoi massari e servitori. Dopo un abbondante assaggio di “cassatedde” a Castellammare del Golfo, ed una passeggiata sulla spiaggia deserta di questo centro - l’araba al-Madarij, le Scalette - di fronte allo scenario di un incredibile mare turchese - almeno per noi che si è avvezzi al celeste dell’Adriatico - ci disponiamo alla squisita ospitalità del signor Mario e della signora Dora, genitori della sposa, una solida famiglia della quale ci colpiscono soprattutto l’attaccamento alla casa della signora, un valore tradizionale che non possiamo non apprezzare. In virtù di questo attaccamento, nonostante il daffare per i preparativi del matrimonio che dovrà avvenire il giorno seguente, la signora Dora non manca di farci assaggiare, tra le altre cose, alcuni di quei cibi, tanto semplici quanto gustosi, che caratterizzano la cucina siciliana: melanzane fritte e panelle. Ah, ecco le famose panelle del detto “mazze e panelle...”!! Non avevamo mai capito cosa fossero e qui le abbiamo mangiate. Ecco, da queste panelle inizia il nostro viaggio a ritroso nel tempo, che per ora ci porta indietro di due sole generazioni, quando, bambini, sentivamo nostro nonno pontificare con nostra madre: “Mazze e panelle fanne i figghie belle!”. Ancora non lo sapevamo, ma dopo i giorni dedicati al matrimonio in programma, questo viaggio, che credevamo dovesse essere un breve e semplice scampolo di vacanza, doveva sorprendentemente assumere il sapore di un pellegrinaggio verso le nostre radici di musulmani d’Italia.

Segesta

Quando alfine il viaggio incomincia, la prima tappa la facciamo a Segesta, l’araba al-Hammah, dove visitiamo dapprima il meraviglioso tempio la cui pietra rosso-dorata si fonde meravigliosamente, insieme alle agavi, nel paesaggio circostante; poi ci arrampichiamo all’incredibile teatro, aperto sullo splendido scenario del Golfo di Castellammare. Alle spalle del teatro ci soffermiamo pensosi sui resti della moschea, un piccolo rettangolo tra quattro mura di pietra sporgenti appena fuori terra, con il mihrab orientato alla Mecca. Questa moschea, non molto tempo fa, fu simbolicamente “riconsacrata” dalla preghiera dei fratelli Salman e Omar, italiani ritornati all’Islam, guidati nell’occasione da un imam tunisino. Il fatto fu immortalato in un documentario di Pietrangelo Buttafuoco curato dall’Istituto Luce. Interessante e da meditare la storia di questa moschea. Quando essa fu edificata, i musulmani erano già stati sconfitti e l’ultima città in mano loro, Noto, era caduta da quasi un secolo. Un pugno di contadini indigeni, siciliani fra siciliani, islamizzati due secoli prima ed ora decisi a resistere alla forzosa riconversione al cristianesimo, si rifugiano qui, sulle scoscese pendici del monte Barbaro, nel sito dove già visse la Segesta degli Elimi poi devastata dai Vandali, e vi riportarono la vita dopo l’abbandono. Sorse così Qal’at Barbari, Calatabarbaro, e questa moschea. Questi “giapponesi” dell’Islam, non vogliono prendere atto d’aver perso la guerra e la Sicilia; sperano per cent’anni ancora d’aver trovato il luogo per poter sopravvivere. Ma è solo una speranza, e dopo un secolo anch’essi dovettero abbandonare quel luogo e la Sicilia, “vuote le mani, ma pieni gli occhi del suo ricordo”, come Ibn Hamdis, il poeta di Noto, piangeva la sua patria perduta. Il tempo passa e anche noi dobbiamo lasciare Segesta e con l’autostrada, tra un paesaggio che cambiava dalle aspre bellezze del versante tirrenico alle dolci ondulazioni del versante “africano”, raggiungiamo Selinunte, dopo aver lambito cittadine dai nomi evocativi d’antichi fasti e più recenti tragedie, come Salemi, Gibellina, Santa Ninfa e Santa Margherita Belice.

Selinunte
E’ a Selinunte più che a Segesta, forse per quell’orizzonte africano che si intuisce al largo di quel mare scintillante e silente, di fronte ai templi maestosi dell’antica città greca, che la nostra giornata comincia ad assumere il senso di un pellegrinaggio verso le nostre radici. Infatti, mentre ammiravamo a bocca aperta quei templi, ci sono tornate alla mente le parole che Papa Benedetto XVI aveva pronunciato solo pochi giorni prima, e cioè che le radici culturali dell’Europa sono greche e cristiane.Ed eccoci dunque al cospetto della nostra prima radice, la cultura greca, che qui sentiamo viva come non mai. Grazie alla sapiente ricostruzione del secolo scorso, quei templi, tornati a stagliarsi sull’orizzonte marino, ci riportano ai tempi in cui i greci provenienti dal mare, fondavano colonie sulle coste di Ausonia - dimenticato nome del nostro Sud - e di Sicilia, da Brindisi a Siracusa, da Agrigento a Napoli, e con le colonie impiantavano i semi della loro civiltà che, se pur limitata alle coste, comunque avvierà quella osmosi culturale con le popolazioni italiche dell’entroterra dando origine alla gloriosa storia e civiltà italiana.Tutti noi “italiani”, leghisti e romani, musulmani e atei devoti, di fronte ad un tempio greco, sentiamo un qualcosa di indefinibile dentro, qualcosa che esula dalla bellezza, dall’arte, dall’architettura, qualcosa che non sentiremmo mai davanti ad un pur bellissimo tempio buddista o ad una piramide, qualcosa che si può provare solo davanti a nostra madre o al ricordo di lei. Ed infatti la civiltà greca è nostra madre, la nostra radice, la sublimazione dell’esistenza dei nostri avi.Nei secoli scorsi, tanto i cristiani che i musulmani hanno tentato di appropriarsi di questi templi, trasformandoli di volta in volta in chiese e moschee, ma salvo rari casi – ci viene in mente il duomo di Siracusa, sapientemente sovrapposto ad un tempio greco ancora visibilissimo – detti templi si sono sempre scrollati di dosso la sovrastruttura che non gli apparteneva perchè la loro natura intima è quella di “templi della civiltà umana”. I templi di Selinunte non conobbero quest’affronto snaturante perchè furono distrutti a bella posta dai segestani già prima di Gesù e di Mohammad. Ne restarono in piedi solo poche colonne tra mucchi di rovine, in secolare attesa che l’uomo moderno li rimettesse in piedi, pietra dopo pietra, come si fa con i tasselli di un puzzle. Quando i musulmani arrivarono in questi luoghi e videro quelle colonne ancora in piedi tra le rovine, le scambiarono per idoli di pietra innalzati dagli antichi. Da qui deriva il nome di “al-Asnam”, appunto “gli Idoli”, che essi diedero al luogo. Proviamo difficoltà a staccarci da Selinunte. Ci voltiamo più volte indietro, per un ultimo sguardo, un’ultima foto a quel panorama di mare e colonne, di agavi ed erbe dagli intensi profumi, come colui che si accomiata a malincuore da una persona cara che per tanto tempo aveva perduta.

Marinella
E ci dirigiamo verso Marinella, la borgata marinara prossima a Selinunte e che in un certo senso ne è l’erede. E’ una borgata senza monumenti né bellezze, ma con il fascino della sicilianità più autentica. Adagiata sulla costa del mare africano che luccica al sole di mezzogiorno, dai suoi spalti si può immaginare di intravedere la dirimpettaia costa e i suoi mille battelli che da secoli traghettano guerrieri e santi, immigranti ed esuli, conquistatori e conquistati, pescatori e mercenari di ambedue le sponde ed in ambedue i sensi. E d’improvviso, questa che credevamo terra di periferia, estremo lembo d’Italia e d’Europa, ci appare per quella che realmente è: centro del Mediterraneo, di una civiltà unica e di un popolo unico, di cui la Sicilia è patria per eccellenza.

Santa Margherita Belice

A pochi chilometri da Marinella c’è Santa Margherita Belice – Manzil as-Sindi – il casale dell’Indiano. Ci sovviene che anche l’imam Khomeyni era detto as-Sindi, l’Indiano, per via delle sue origini del sub-continente: in Sicilia la globalizzazione era arrivata già allora!In questo centro, fino al 1968, anno del rovinoso terremoto del Belice, c’era una chiesa, San Calogero, che sorgeva sulla struttura di una antica moschea di cui conservava ancora integro il minareto. Abbiamo rintracciato il sito, ma della moschea, della chiesa e del minareto non c’è più traccia. Ma grazie al fedele dipinto di un artista locale abbiamo potuto “vedere” la chiesa e constatare l’incredibile somiglianza tra il minareto di San Calogero e quello di Vico de’ Sabini a Lucera.
Se qualcuno ancora dubitava della natura islamica di questa vetustà lucerina, ora spero si ricrederà. Anzi, considerando che i musulmani lucerini erano stati strappati a questa terra, da Alcamo, Jato, Salemi, Santa Margherita, e colà deportati, allora non possiamo non vedere nel minareto lucerino la volontà di quegli esiliati di ricreare un angolo di Sicilia nella loro nuova terra di Capitanata per lenire il dolore della lontananza e dell’esilio.Diversi ambasciatori dei sovrani d’Africa tentarono invano di convincere Federico a far rientrare quegli esuli alle loro terre e alle loro case, ma fu tutto inutile. Essi dovettero accontentarsi di cantare la loro struggente nostalgia: “O vento, quando apporti la pioggia a ricreare i campi assetati,Spingi verso di me i nugoli asciutti, ch'io li saturi col pianto mio!Bagni il mio pianto quel terreno dove passai la giovinezza: ah, che nella sventura sia sempre irrorato di lacrime!O vento, che tu corra presso alle nubi, o che te ne scosti, non lasciar, no, che asseti certa collina del caro paese!La conosci tu? Se no, [sappi] che l'ardor del sole vi fa olezzare i [verdi] rami.Qual meraviglia? In que' luoghi gli intelletti d'amore impregnan l'aria di lor profumi.Lì batte un cuore sì pieno [d'affetto], ch'io v'ho attinto tutto il sangue che mi corre nelle vene.A quelle piagge riedon sempre furtivi i miei pensieri, come il lupo ritorna [sempre] a sua boscaglia.Quivi fui compagno dei lioni che correano alla foresta: quivi andai a trovar le gazzelle in lor covile.Dietro a te, o mare, è il mio paradiso: quello in cui vissi tra' gaudii, non tra le sventure!Vidi lì spuntar l'aurora [della] mia [ vita] ed or, a sera, tu me ne vieti il soggiorno!”

Mazara del Vallo
Col cuore stretto da queste nostalgie, percorriamo il breve passo che da Marinella conduce a Mazara. Mazara del Vallo – Mazar-al-Waliyu, la tomba, il santuario del Maestro! Il nome basta ad evocare un tempo mitico ormai perduto. Nel nome di questa città come in quello della sua omonima afghana, Mazar-e-Sharif, c’è un riferimento all’Imam ‘Ali: egli era il Waliyu, il Maestro dei musulmani, egli era lo Sharif, il Nobile per antonomasia!Entriamo in paese con facilità e ad intuito raggiungiamo la piazza sul mare, quasi che conoscessimo già questi luoghi. La piazza è intitolata a Mokarta, distorsione del nome di quel Muktar che invano cercò di riconquistare la sua piccola capitale perduta. Vana è la ricerca di qualche traccia della moschea là dove ora sorge la Cattedrale: a parte qualche tratto di mura d’epoca normanna e l’impianto planimetrico, altro non vediamo. La sovrapposizione dell’edificio spagnolo ha purtroppo cancellato tutto. Ma addentrandoci nei vicoli dell’antica medina araba, tra i volti scuri dei mori, eredi degli antichi musulmani mazaresi, e le loro donne velate, ci imbattiamo d’improvviso in San Nicolò Regale che ha per noi l’effetto di una apparizione, di una rivelazione. Essa è una splendida chiesetta arabo-normanna, piccola, a pianta quadrata con cupola, orientata verso la Mecca, insomma un edificio sacro double-face, buono per tutte le occasioni!Ma, aldilà di questo suo carattere anche islamico della chiesetta, è il suo essere chiesa che ci colpisce. Qui, davanti a San Nicolò Regale, comprendiamo che il cristianesimo, pur superato dalle nostre scelte religiose, razionali o istintive che siano, resta sempre nel nostro DNA. Esso, che ci piaccia o no, è la seconda delle nostre radici, dopo – in ordine di tempo - della cultura greca. E’ questa chiesetta a farcelo comprendere, molto più delle scenografiche e ridondanti cattedrali barocche di cui la Sicilia e Ausonia è piena tutta, a cui forse siamo più abituati e da cui siamo più disillusi.San Nicolò Regale, gioiellino arabo normanno, piccola e graziosa, semplice ed austera, pura ed armoniosa, ci ricorda la descrizione delle donne siciliane dell’XI secolo tramandataci da uno dei tanti poeti a quel tempo partiti dall'altra sponda del Mediterraneo: “all'aspetto sembrano musulmane, parlano arabo correttamente, si ammantano e come quelle si velano”. Musulmana o cristiana? Pudiche e serie come sono, quelle donne e questa chiesa, non è dato sapere, tutte figlie splendide di quest’ammirevole civiltà siciliana e mediterranea. Questa chiesa, più che le altre, ci fa sentire vicini al Cristianesimo perchè rappresenta appunto gli ideali più alti di questa fede, splendida quando è umile e rifugge quelle tentazioni di dominio e di arroganza che in altre epoche l’hanno purtroppo connotata e guastata. San Nicolò ci parla di un tempo in cui la Cristianità aveva si il potere in Sicilia, ma lo esercitava con benevolenza verso tutti i suoi sudditi, della croce e della mezzaluna, e questi interagivano fra loro in una osmosi che si materializzava nei monumenti che venivano elevati al Dio di tutti loro. Siamo sicuri che se qualche moschea fosse sopravvissuta alla furia islamoclastica dei secoli successivi, essa si sarebbe mostrata con le stesse caratteristiche di San Nicolò, tanto che solo uno sguardo ravvicinato ed indagatore avrebbe permesso di distinguere il tempio islamico da quello cristiano.Oggi, a Mazara, moschee non ce ne sono più – se ci sono, sono i soliti, semplici locali utilizzati, come ormai in tutta Italia, come luoghi di preghiera. Tuttavia nei suoi vicoli, nei suoi odori, nel cuscus di pesce che abbiamo gustato a Marinella – piatto tradizionale della zona e non frutto della globalizzazione moderna -, nei volti degli immigrati maghrebini, gli arabi di ritorno che abbiamo visto un po’ ovunque nelle vie, nelle loro donne, velate o a capo scoperto, con le lunghe tuniche tradizionali, silenziose se sole o vocianti se in gruppo, che s’aggirano affaccendate tra i vicoli della casbah, l’antico quartiere che secoli orsono ne ospitò gli avi e che ora ne ha ritrovato i pronipoti, in tutte queste cose insieme, sentiamo fortissimo il richiamo delle radici islamiche italiane. Questa terza radice – terza sempre in ordine di tempo- noi musulmani la sentiamo fortissima, viscerale. Molti oggi la riconoscono solo intellettualmente, tributando al mondo arabo-islamico il merito d’aver rigenerato la civiltà europea dopo il grande sonno che seguì il crollo della civiltà greco-romana. Purtroppo tanti altri la disconoscono, la aborriscono persino, ma questa è un’altra storia. Se si ignorano le radici islamiche dell’Europa, la colpa non è unicamente del tempo. Ben sappiamo che il controllo della memoria è questione eminentemente politica. Gli storici europei del XIX secolo, in conformità al nascente eurocentrismo nazionalista, occuparono gran parte del loro tempo a cancellare il ricordo delle influenze arabe riducendole al puro aspetto militare e dello scontro. Altrimenti, perchè oggi, mentre tutte le reminiscenze architettoniche sono catalogate e adeguatamente segnalate, a Lucera il minareto di Vico de’ Sabini e la moschea del castello sono rigorosamente ignorati e mantenuti nell’anonimato? Ciò è ancor più vero in questi ultimi anni, quando una considerevole fetta del mondo politico e dell’informazione, in sostegno del traballante atlantismo, cerca di accreditare un presunto scontro di civiltà con l’Islam dipingendolo come incompatibile con il nostro mondo “occidentale e moderno”. Invece l’Islam è nelle nostre radici, nel nostro sangue, nella nostra anima, ci piaccia o no. E questo viaggio ce lo ha rivelato, ammesso che ce ne fosse stato bisogno.
Trapani
La successiva tappa a Trapani ci apre un altro squarcio a riguardo. Ci arriviamo nel tardo pomeriggio, dopo aver attraversato Marsala – Marsa Alì, il Porto di Alì – e dopo aver corso tra le saline con le Egadi da un lato ed il promontorio di Erice sullo sfondo ad indicarci la strada. Il paesaggio del territorio trapanese è oggi punteggiato di mulini a vento, così come un tempo dovette essere punteggiato di minareti. Le tenebre incombenti e la squisita ospitalità del fratello Salman e della sua splendida famiglia, ci impediscono di carpire qualche aspetto architettonico della città per arricchire vieppiù questo articolo, ma non ce ne rammarichiamo più di tanto. Non c’è solo l’architettura a parlarci di Islam, ma anche la società: siamo ospiti di una famiglia musulmana trapanese e questo basta e avanza; è un segno da cogliere, quello della riparazione storica!Infatti, dalle pagine di Ibn Jubayr, leggiamo che – siamo nel 1183 – “gli abitatori (di Trapani) son musulmani e cristiani. Ciascuna delle due parti ha i suoi templi: moschee e chiese. La luna nuova del mese di Shawwal comparve la notte del sabato 5 gennaio, secondo la testimonianza prodotta presso l’hakim (giudice) di Trapani. Indi la gente festeggiò il compimento del Ramadan. Noi, in questa santa festività, facemmo la preghiera in una delle moschee di Trapani insieme a quei cittadini che per causa legittima erano impediti di andare al musalla (luogo di preghiera all’aperto). Pregammo la preghiera dei viandanti. La gente uscì alla volta del musalla e se ne tornò al suono di tabelle e di corni. Si che noi facemmo le meraviglie ed anco della tolleranza dei cristiani che stavano lì a guardare”.Questa era l’ideale condizione di allora. Quel che avvenne poi – le persecuzioni manifeste o subdole che spinsero molti musulmani ad emigrare verso l’Africa, fino alla deportazione totale, i casali abbandonati, le moschee lasciate deserte, il paesaggio stesso della Sicilia spogliato dei suoi figli e delle loro abitazioni - preferiamo dimenticarlo. Preferiamo soffermarci sulla condizione di oggi: l’ospitalità offertaci da una famiglia musulmana trapanese! Ci piace crogiolarci sui racconti del primo giorno di scuola del piccolo Hassan che ha incontrato tra i banchi un piccolo amico-fratello, Muhammad, figlio di bengalesi, che la maestra ha fatto sedere con lui nello stesso banco. Ci piace deliziarci della voce della piccola Nur, che dopo la salat recita la salawat (benedizione) per il Profeta e la di lui famiglia. Ci piace pensare che, se volessimo, potremmo scendere ed andare a compiere la preghiera del tramonto in moschea, dove incontreremmo il popolo musulmano trapanese, indigeno e d’importazione. Ci piace onorare la tavola imbandita da due autentiche nobildonne siciliane, la moglie e dalla madre di Salman, le quali non hanno mancato di prepararci le pietanze più gustose e tipiche della cucina siciliana. Per una riparazione storica, ce ne abbastanza, Ibn Jubayr può riposare tranquillo nella tomba, almeno per ora.Lasciamo Trapani soddisfatti di questa giornata che ricorderemo a lungo. Ormai il nostro soggiorno siciliano volge al termine. Domani si parte per Palermo dove, nel tardo pomeriggio, una nave ci attende per riportarci in continente, a Napoli, alla nativa Ausonia.
Palermo

L’indomani mattina, col magone della partenza, ripercorriamo a ritroso l’autostrada che all’andata avevamo percorso con tanto entusiasmo. Salutiamo Alcamo rivolgendole un ultimo sguardo dallo specchietto retrovisore. Salutiamo il castello di Calatubo – Qalat al-Ayyub – sulla nostra destra, salutiamo Balestrate, Carini, Cinisi, Capaci, le alte montagne che occhieggiano al mare e giungiamo a Palermo per gli ultimi scampoli di questo “pellegrinaggio”.In cattedrale abbiamo l’occasione di compiere la visita alle tombe reali, e ci commoviamo davanti a quelle di Ruggero II e di Federico II. Ruggero fu colui che creò politicamente il Regno di Sicilia, il più bel Regno del mondo. Egli ereditò le bellezze e la civiltà dell’emirato di Sicilia e seppe meritare tale eredità rendendolo ancor più bello e trattando equanimamente i suoi sudditi, musulmani e cristiani. Toccare la tomba di Federico, poi, ci regala un’emozione unica. E’ da almeno trent’anni che peregriniamo per i suoi castelli, là dove aleggia la sua anima inquieta, nel tentativo di avvicinarci a lui, di rivivere il suo tempo. E oggi siamo qui davanti alla sua tomba, davanti a lui! Certo è una grande contraddizione, della quale non riusciamo a capacitarci, che sia stato proprio lui a strappare i figli di questa terra alla loro dolente madre, a relegarli nella lontana Capitanata, cacciandoli in una trappola che doveva poi rivelarsi mortale, in quel tragico ferragosto del 1300, a impedire fermamente che tornassero nei loro luoghi natii, sordo a tutti gli accorati appelli. Certo era suo diritto stroncare la ribellione, ma avrebbe dovuto piuttosto rimuoverne le cause e renderseli amici e fedeli, come poi seppe fare a Lucera, ma lì in Sicilia, a casa loro, e non in esilio. Chissà come sarebbe stata oggi la Sicilia...E invece non fu così. Tuttavia, mai come con lui, l’Islam fu apprezzato e riconosciuto nel Regno di Sicilia, e questo non lo dimentichiamo. Salve Federico, siamo qui davanti a te, accarezziamo la tua tomba e recitiamo sommessi una Fatiha nel caso fossero vere quelle voci che ti vollero segretamente musulmano. “Oh Dio di tutti noi, rendigli leggero il supplizio della tomba e fa che al suo risveglio possa ritrovarsi con coloro che egli apprezzò ed amò! Amin”.Dalla Cattedrale, per caso, senza volere, ci ritroviamo in quello che a prima vista sembrava un mercatino e che invece mano mano si rivelava per quello che era: l’anima stessa del centro storico di Palermo, il Mercato del Capo. Posto nel cuore di quello che era il Sari-al-Qadi, il rione del Cadì, il palermitano Seralcadio, ventre antico della Palermo islamica, ha saputo mantenere, con il suo intricato labirinto viario, l’aspetto proprio di un suq orientale, tanto opulento e magnifico quanto decadente e confuso. Lo stretto budello che si allarga e si restringe tra le bancarelle, in un progredire di stupore e meraviglia, ci strappa la considerazione che sembra proprio di essere a Fes, in un reticolo altrettanto intricato nel quale, diversi anni fa avemmo paura ad entrare. La stessa paura ci prende anche qui, ma la vista di tante tranquille coppie di biondi turisti “nordici” ci rassicura, e ci lasciamo portare da quelle bancarelle illuminate che ci conducono pian piano all’altro capo del centro storico, in via Roma. La cosa che più ci colpisce è che i venditori sono un perfetto equilibrio di palermitani ed extracomunitari, o se volete, per adeguarci al resto del racconto, di cristiani e musulmani, ma anche indù e buddisti, perchè oltre a senegalesi, marocchini, pakistani e bengalesi, abbondano anche indiani e cinesi.
L’atmosfera “globale” che si respira è intensa. Al banco dei bar, di tutti i bar – laddove da noi si servono solo caffè – operai ed ambulanti consumano abbondanti porzioni di lasagne e zitoni alla siciliana (quanta pasta si mangia qui!!). Una ragazza maghrebina è intenta, davanti all’uscio della sua casa, a tingersi le mani con l’hennè e, a nostra richiesta, non lesina spiegazioni a riguardo. Una donna indiana in sari compra frutta da un banco ricolmo di frutti coloratissimi. Una somala acquista vestiti da una cinese. Sulla strada e dalle traverse occhieggiano architetture sacre e profane cadenti e bellissime che fanno da quinta perfetta a quello spettacolo di popolo. Abbiamo l’impressione che proprio il “ritorno” del popolo del Mediterraneo, scacciato secoli orsono dalla porta e ora rientrato dalla finestra, abbia ridato nuova vita quella strada e a tutto il centro storico, altrimenti fatiscente e in abbandono.Intuiamo che in quell’intrico non può mancare la moschea. Dopo un paio di tentativi falliti, la troviamo a intuito in un vicolo trasverso: è l’ex-chiesa, ex sinagoga, di San Paolino dei Giardinieri, concessa dal Comune alla comunità musulmana. Sulla porta c’è una targa con la scritta – troppo piccola – “Masgid Balerm” (Moschea di Palermo), solo in arabo. Ma dalle vecchie foto si vede come prima campeggiava anche la scritta “Moschea” in italiano. Cos’è? Un nuovo tentativo di far dimenticare che l’Islam è anche italiano?? Boh!Quando sbuchiamo su via Roma, ci sentiamo come ubriachi di tanta umanità, e profondamente soddisfatti e riconciliati con la storia e l’attualità altrimenti deprimente. Ah Palermo, ti sto per lasciare e già mi manchi!Ci fermiamo anche noi a mangiare in un ... bar (all’aperto, in compagnia di tanti impiegati di banca in pausa pranzo). Rifocillati, ci dirigiamo a quella che sarà la nostra ultima meta: la Zisa.Diversi anni fa, era il 1980, visitammo per la prima volta Palermo – questa è la seconda volta – e trovammo la Zisa in condizioni penose, a malapena visibile tra anonimi fabbricati fatiscenti, e bisognava lavorare molto di fantasia per riuscire a immaginare il perchè di quel nome: “al-Azizah”, la Splendida.Oggi, quando l’abbiamo vista, siamo restati a bocca aperta: la Zisa è riemersa dall’oblio dei secoli e può gareggiare a pieno titolo con gli altri palazzi reali e storici sparsi per l’Italia. Un altro tassello per la piena riparazione storica: uno splendido palazzo arabo-normanno riemerso dalle tenebre in cui era sprofondato, a testimoniare il periodo aureo della sua costruzione (purtroppo il pensiero va al palazzo federiciano di Foggia che è forse l’ultimo a non riuscire a riemergere da tali tenebre – Foggia è sempre ultima in Italia in molti, troppi campi). La Zisa è stata stupendamente restaurata e con essa – e questo è ancor più stupefacente – è stata ripristinata anche la scenografia esterna, fatta di grandi aree a verde e di fontane che escono dal portale del palazzo e attraversano i rigogliosi giardini ricreati sul davanti e persino sul retro, frammenti non piccoli di quel mitico parco del Genoardo – Jannatu-l-‘Ard, il Giardino del Paradiso, di normanna memoria. Tale parco si estendeva fino ad inglobare al suo interno anche i padiglioni della Cuba, anch’esso restaurato internamente ed in corso di “liberazione” dal marciume architettonico che lo circonda, della Cubula e dell’Uscibene, per i quali anche ci giungono voci di restauri e ripristino di altri frammenti di parco al loro intorno. Idem per l’altro palazzo arabo-normanno della Favara – al-Fawarah, la sorgente d’acqua – detto anche di Maredolce.All’interno della Zisa, un oggetto – tra quelli esposti – attira la nostra attenzione: si tratta del cippo tombale della madre di un sacerdote cristiano, ritrovata a Santa Margherita Belice. La cosa interessante di questo cippo è la dedica funebre. Essa è scritta in 4 lingue: arabo, ebraico, latino e greco. E’ una sorta di stele di Rosetta. Se quella permise la comprensione dei segni geroglifici e quindi di tutta la storia documentata dell’antico Egitto dei Faraoni, questa stele permette invece di comprendere l’integrazione fra le diverse culture della Sicilia del tempo. Essa è la testimonianza di quali siano davvero le nostre radici: a parte l’ebraismo che per via della diaspora non manca mai, esse sono la cultura greca, quella latino/cattolica, riconosciute da tutti, ma anche la negletta cultura arabo-islamica. Essa a quel tempo costituiva la trama, l’ordito che inquadrava tutte le altre culture e consentiva l’esistenza di quel “tessuto” che ancora oggi fa spalancare la bocca di meraviglia per bellezza e “resistenza”.Questa è la verità, oggi che si fa un gran parlare di radici. Lo si sappia. Per quanto tanti si siano affannati a tentare di cancellarla, essa è lì a imperitura testimonianza di sè in questa lapide che ci è davanti in tutta la sua bellezza e semplicità.Davanti a questa lapide si riassume tutto il significato del nostro viaggio. Ci piacerebbe che in un futuro non lontano i musulmani possano tornare in tutti i paesi e casali della Sicilia da cui sono stati forzati ad andar via, e che siano accolti dal generoso popolo siciliano come si accoglie un fratello perduto e poi ritrovato. Ci piacerebbe che tutti i paesi apponessero, nei cartelli segnaletici che si trovano all’ingresso di ciascuno di essi, il toponimo arabo sotto a quello italiano, magari con il relativo significato.
Santa Margherita Belice
منزيل ألسندي
(Casale dell’Indiano)
Ci piacerebbe che le autorità regionali favorissero e inquadrassero questo ritorno, magari disponendo che in ogni paese venga realizzata una moschea, magari ripristinando – ove possibile – quella che c’era, in modo da reintegrare, anche nei segni architettonici e nel paesaggio, quella multiculturalità che è propria a queste terre. Ci piacerebbero tante cose, e se Dio vorrà...

Quando la nostra nave si stacca alfine dal molo di Palermo, illuminata dalle luci della sera, ci sentiamo infinitamente tristi, ma tuttavia arricchiti nella nostra umanità e rafforzati nella cultura e nell’identità. E non sono proprio queste cose – umanità, cultura, identità – che sono venute terribilmente a mancare – lo ha detto Benedetto XVI – all’Occidente di oggi?Grazie, Sicilia, che Dio ti benedica; ci hai regalato davvero un bel viaggio! Al-hamdulillah!.

domenica 20 aprile 2008

Una doppia battaglia

Nei giorni scorsi ho avuto occasione di recarmi a Bologna, città simpatica e cordiale, e nel treno leggevo uno di quei giornali gratuiti che si pubblicano ormai in tutte le città italiane, Bologna compresa.
In una stessa pagina due notizie di cronaca locale hanno attratto la mia attenzione.
La prima:
"Napoletano arrestato per spaccio di cocaina".
La seconda:
"Scippatore maldestro provoca incidente stradale".
Leggendo l'articoletto sotto questo secondo titolo si apprende che lo scippatore maldestro era milanese.
La sensazione è che allo spacciatore si addebiti d'essere napoletano più che spacciatore; al secondo si addebita invece di essere solo scippatore e che il fatto di essere milanese è solo un dettaglio.
Ovvio che notizie date in questo modo alimentino gli odi campanilistici e le spinte centrifughe.

Dimostrazione ne è una lettera di un lettore di "Repubblica" che scrive al giornale la sua esperienza vissuta. Racconta che all'Università di Milano, durante un intervello delle lezioni, ha assistito sbalordito allo show di un giovane "padano" che, salito in cattedra, ha iniziato a cianciare di meridionali parassiti e di necessità di tracciare una linea rossa sul Po.

Bè, se è vero che ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, a me e a chissà quanti altri viene voglia di tracciarla dal Tronto al Garigliano questa linea rossa!!
Ho lo stesso sogno di Edoardo Bennato: "Il sogno delle Due Sicilie".

Sempre su questo giornale bolognese un lettore, la cui lettera è pubblicata in grande, al centro della pagina della posta, traccia un'analisi lucidissima, ma tutt'altro che condivisibile, sullo scontro di civiltà.
Dice:
"Abbiamo vinto il nazismo nel 1945, abbiamo vinto il comunismo nel 1989. Dobbiamo adesso combattere e vincere l'islamizzazione del mondo occidentale. Consiglio a tutti di guardare il bellissimo documentario 'Fitna', realizzato dal deputato olandese Geert Wilders. L'autore dell'opera ha già ricevuto minacce di morte di varia natura e adesso vive costantemente scortato e protetto dalle forze dell'ordine. Nonostante questo, il deputato olandese Geert Wilders vuole comunque salvare la nostra civiltà occidentale anche a rischio della propria vita, mostrandoci la natura brutale dell'Islam. Il documentario 'Fitna' mostra infatti chiaramente come la violenza sia parte integrante del Corano sin dagli albori. E di come il Corano dia istruzioni precise su come trattare violentemente le persone che loro ritengono infedeli: l'Islam non è una religione pacifica. L'Occidente, sempre e soltanto occupato a stracciarsi le vesti e a chiedere scusa, sta preparando il proprio suicidio".
In poche frasi questo lettore bolognese ha esposto e tradotto in parole comprensibili ai più quella che viene propagandata come guerra di civiltà.
La nostra missione di musulmani qui in Italia e nelle Due Sicilie sarà quella di confutare queste accuse inconsistenti, false e strumentali, parlando con i nostri interlocutori cristiani "nella maniera più acconcia" come il Corano ci consiglia. Ci proverò anch'io, nel mio piccolo, nei prossimi post, passo per passo, e con l'aiuto di Dio spero di dare il mio modesto contributo a questa che sarà la più importante missione in questa nostra breve vita terrena.

domenica 13 aprile 2008

Considerazioni pasquali

















Il giorno di Sabato Santo mi trovavo in una cittadina della Padania e sono stato colpito da un manifesto di un giornale locale in edicola il quale a grandi titoli, come si conviene ad un manifesto pubblicitario, riportava:
“FOLLA STRARIPANTE ALLA PROCESSIONE DEL VENERDÌ SANTO”.
Bene, ho pensato, anche in queste tristi lande padane si sta riscoprendo la religione dopo l’abbuffata di laicismo (per non dire ateismo) degli ultimi decenni.
Non so se lì in Padania usino come da noi nelle Due Sicilie portare in processione le statue di Maria Addolorata e del Cristo sanguinante, però presumo che facciano qualcosa di simile. Quindi dovrebbero conoscere la “icona” dell’Addolorata com’è generalmente rappresentata.
Be’, quello stesso pomeriggio, mentre passeggiavamo per la città, mia moglie, mia figlia e la suocera di mia figlia insieme, davanti, tutte e tre con l’hejab; io, mio genero e il mio consuocero un po’ più dietro, ci capita di sentire il commento di alcune donnine che avevano appena incrociate le “nostre” donne e che non immaginavano d’essere ascoltate. Dicevano: “Io proprio non capisco perché queste qui debbano vestire a questa maniera…”.
Che dire? Posso capire che non condividiate quel vestito, soprattutto il foulard, che grazie ad una ben orchestrata campagna diffamatoria, è assurto a simbolo dell’oppressione femminile. Posso capire che non lo condividiate perché in opposizione ai valori laicisti e modernisti che vi hanno “invaso” il cuore (e di questa “invasione” non si lamenta nessun assertore della difesa dei “nostri” valori cristiani). Quel che invece non riesco a capire è come non riusciate a collegare le immagini della vostra religione con l’immagine delle nostre donne in modo da, non dico comprendere, ma almeno capire perché queste vestano così.
La Tradizione, quella con la T maiuscola, l’eterna Tradizione, quella cui faceva riferimento Maria (pace su di lei) e quella cui fanno riferimento i musulmani da sempre, impone un certo codice d'abbigliamento che, tra le altre cose, considera le chiome femminili nudità da coprire .
Qualcuno potrebbe dire: “Si, ma questi episodi possono avvenire in Padania, una terra ormai scristianizzata, ma non da noi, nelle Due Sicilie”. (Ma come la mettiamo con la folla straripante alla processione del Venerdì Santo?).
Be’, un altro episodio, questa volta a Sibari, in Calabria, nel cuore delle Due Sicilie.
Sul lungomare, le solite bancarelle di Ferragosto. Un venditore, calabrese doc, anche lui nota le “nostre” donne e anche lui pone loro, apertamente, come si usa da noi, e non da dietro, come si usa nelle terre perbeniste, la solita domanda: “Ma perché vestite così, coprendovi la testa?”
Pronta la risposta delle “nostre” donne, che nel frattempo avevano notato che su quella bancarella si vendevano proprio, guarda un po’ la combinazione, quadri di santi e madonne: “Ma come, vendete quadri con l’immagine di Maria con il capo coperto e ci fate questa domanda?” Il venditore risponde sorpreso: “Perché, mica Maria ha il capo coperto!”
“Come no? Venite a controllare!” Il venditore si alza e va a vedere i quadri che lui stesso vende e che evidentemente non aveva mai guardato con attenzione. “Caspita, avete ragione! Sapete che non me ne ero mai accorto? Forse siamo così abituati a quelle immagini che non ne notiamo i particolari”.
Quanto al Cristo sanguinante che viene portato in processione il Venerdì Santo, chi mai s’è scandalizzato di quel Santo sangue? Chi s’è mai sentito sgomento per la crudezza con cui viene rappresentato Cristo (pace su di lui) dopo il supplizio della flagellazione?
Invece le immagini di Ashura che sempre più spesso vediamo sul web e in TV scandalizzano e attirano critiche e condanne. Quest’anno, in un paesino del milanese, la comunità shiita pakistana ha organizzato, con il permesso del Comune, la processione di Ashura nella pubblica via e la successiva commemorazione in una palestra comunale. Una celebrazione modesta e sobria, dove l’elemento sangue era appena accennato.
Eppure un giornale parla di “sgomento dei (bravi) cittadini”, di “urla selvagge ed incomprensibili” (erano in realtà le grida di dolore per la morte dell’Imam Hosseyn, nipote del Profeta Mohammad (pace su di loro), e se pur non erano comprensibili, c’era dovizia di cartelloni in italiano che spiegavano il senso di quelle grida e di quel corteo doloroso).
Morale della favola: i condizionamenti “secolari” acquisiti nel DNA, sommati ai recenti condizionamenti portati avanti “ad abuntantiam” dai media impediscono la comprensione di immagini ed eventi che altrimenti hanno moltissimo in comune, che sarebbe invece facilissimo ed “indolore” comprendere, e che dovrebbero essere la base per la reciproca comprensione.





domenica 2 marzo 2008

Grillo e le Due Sicilie


Grande eco ha avuto su tutti i siti che parlano delle Due Sicilie il discorso di Beppe Grillo a Napoli.
Naturalmente sia il discorso che tutto l'evento è stato ampiamente ignorato dai media nazionali, i quali hanno deciso di comune accordo di spegnere i riflettori su Grillo, specie se quel che dice è a favore di noi Ausoni e Siciliani.
Vi riporto qui di seguito il discorso.

Ieri sera a Napoli ho chiesto scusa a tutti i Campani."Scusa. Sono qui per chiedervi scusa a nome di tutti gli italiani.Nel 1861 siete stati annessi dai piemontesi con una guerra di occupazione. Napoli era una delle capitali di Europa. Con Vittorio Emanuele II è diventata la capitale dell’emigrazione. I Savoia si sono portati via la cassa del Regno e vi hanno mandato il generale Cialdini. Decine di migliaia di campani sono stati massacrati. Prima dei piemontesi erano sudditi del Regno delle Due Sicilie. La mattina dopo erano briganti. La tecnica è sempre la stessa: prima ti infangano, poi ti ammazzano o ti manganellano. Napoli è la capitale mondiale della spazzatura. Sporca, schifosa. E’ su Newsweek, sul Time, su Le Monde. Siete dei benefattori. Smaltite i rifiuti tossici da tutto il mondo, e soprattutto, dalle imprese del Nord Italia. Avvelenare la Campania gli costa meno che smaltire le scorie nocive. Chi ci guadagna? Il prodotto interno lordo!Dopo l’unificazione con l’Italia non siete più un popolo, siete lazzaroni, camorristi, feccia, cafoni. Voi che avete avuto Cuma e Capua migliaia di anni fa. La civiltà greca, quella etrusca, quella romana. Oggi siete prigionieri in casa vostra. Non sapete neppure più chi siete. Vi chiedo scusa per la Camorra, per Bassolino, per Veltroni, per Berlusconi, per la Iervolino, per Cirino Pomicino. Vi chiedo scusa per Mussolini, per il fascismo, per due guerre mondiali, per le leggi razziali, per le navi piene di emigranti. Scusa per aver ridotto una delle più belle città del mondo a uno spot pubblicitario della monnezza.Tenímmoce accussí: ánema e core...nun ce lassammo cchiù, manco pe' n'ora...stu desiderio 'e te mme fa paura...Dall’altra parte dell’Adriatico un piccolo Stato è appena diventato indipendente. E’ il Kosovo, ha due milioni di abitanti. Voi siete sei milioni in Campania e chissà quanti milioni in giro per il mondo. Avete una storia millenaria. Lo Stato Italiano vi ha ridotto a un letamaio. Diventate kosovari. Fate un referendum per diventare indipendenti. Io appoggerò la vostra campagna. Proponete un plebiscito per il ritorno dei Borboni. Peggio di così non potete essere governati. Vi hanno tolto anche la parola. La lingua napoletana è stata riconosciuta dall’UNESCO, ma non dalle scuole italiane. La mozzarella di bufala non la mangia più nessuno. Hanno paura che sia radioattiva. La vostra agricoltura è in ginocchio. Dovete esportare i pomodori di nascosto. Stampare sulle scatole di conserva: “made in China” per contrabbandarle in Europa. Il Governatore del Veneto ha lanciato una campagna pubblicitaria in Germania. Per spiegare a tutti i tedeschi che il Veneto è diverso dalla Campania. Caorle è meglio di Ischia e di Capri. La civiltà si ferma sul Piave: una volta mormorava, adesso vomita il sindaco Gentilini.La Campania è un laboratorio politico. Quello che succede qui succederà in tutta Italia. La distanza tra i cittadini e le istituzioni da voi non c’è più, hanno introdotto il manganello consapevole. Quello che colpisce a ragion veduta le donne e i vecchi con le braccia alzate a Pianura e a Savignano Irpino. Il manganello quasi consapevole del G8 di Genova, della Val di Susa, da voi si è evoluto, ha trovato una rappresentazione matura, più democratica.Tenímmoce accussí: ánema e core...nun ce lassammo cchiù, manco pe' n'ora...stu desiderio 'e te mme fa paura…Scusa. Voglio chiedervi scusa per l’inceneritore di Acerra. Per l’Impregilo. Per i vostri politici scelti dai partiti nazionali. Per Veronesi che è capolista di Veltroni in Lombardia e ha tre anni in più di De Mita. Per Prodi che vuole regalarvi tre nuovi inceneritori. In Lombardia ci sono decine di inceneritori, le strade sono pulite, ma c’è una diffusione di tumori da far paura. Vi chiedo scusa per le malattie dovute ai rifiuti radioattivi sepolti nelle vostre terre senza che nessuna autorità abbia mosso un dito in vent’anni. Vi chiedo scusa per la diossina e le nanoparticelle da incenerimento che respirerete insieme al cancro. Quante autorità avete pagato con le vostre tasse? Magistrati, ASL, amministratori pubblici, Regione, Province, Comuni, Comunità Montane, Polizia, Carabinieri, Guardie Forestali, Vigili del Fuoco, Polizia Municipale, Nettezza Urbana, deputati, senatori. Tutti nostri dipendenti. Quante migliaia di persone sono state stipendiate per salvarvi da questo disastro? Perché ci fosse Giustizia, per evitare questa Chernobyl della spazzatura? A cosa servono? Perché sono lì?Il mondo guarda Napoli. Siete a un punto di non ritorno. Napoli è all’anno zero. Come Berlino nel 1945 dopo i bombardamenti. E’ un’occasione storica, unica per ripartire. Per una Rinascita Campana. Riprendete in mano il vostro passato, la vostra lingua e la vita dei vostri figli. Il vostro territorio. Se volete potete cambiare le cose. Nulla è impossibile per chi è nato qui. Quello che viene deciso a Roma non è importante, voi siete importanti. L’Italia di Beppe Grillo vi chiede scusa, l’altra Italia vi giudica e vi manganella. La Storia è passata di qui e ci tornerà presto. Però, dategli una mano.Per un Nuovo Rinascimento.Tenímmoce accussí: ánema e core...nun ce lassammo cchiù, manco pe' n'ora...stu desiderio 'e te mme fa paura..."