<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-852313666305265408</id><updated>2011-09-14T09:14:22.120-07:00</updated><title type='text'>La Terza Sicilia - L'Islam nelle Due Sicilie</title><subtitle type='html'>Una Nazione, quella delle Due Sicilie, nella quale l'Islam rivendica pieno diritto di cittadinanza in quanto in essa l'Islam ha attecchito, è vissuto, ha costruito, ha sofferto, ha combattuto con e per essa, e continua a viverci tutt'oggi, nel nostro modo di essere e di pensare, nei luoghi, nella storia, nel mito, nei nuovi arrivati e nei loro figli, che sono anch'essi figli di questa generosa e meravigliosa nazione.</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>Mustafa</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05902296973271854838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>17</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-852313666305265408.post-3576719773859946043</id><published>2010-04-24T08:26:00.000-07:00</published><updated>2010-04-24T08:30:44.699-07:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/S9MOamn5wiI/AAAAAAAAAK4/yAn8hrNoRSs/s1600/25073_la-mano-di-fatima.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5463726623137841698" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 202px; CURSOR: hand; HEIGHT: 320px" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/S9MOamn5wiI/AAAAAAAAAK4/yAn8hrNoRSs/s320/25073_la-mano-di-fatima.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Ha cenato al Ristorante in Fiera, ha dormito a Palazzo Sant´Elena, ha passato il pomeriggio fra il Lanza e la Taverna del Gufo: Ildefonso Falcones, avvocato di Barcellona, uno dei più famosi scrittori del mondo ('La cattedrale del mare´ ha venduto quattro milioni di copie) é stato ospite di Foggia la scorsa settimana.&lt;br /&gt;Falcones é venuto a presentare il suo secondo romanzo, 'La mano di Fatima´ (Longanesi). Un affresco storico sul mosaico di razze e di fedi della Spagna del XVI secolo. Un romanzo storico che narra della cacciata dei musulmani dalla Spagna da parte dei re cristiani e delle autorità cattoliche nel 1568. Un racconto duro e affascinante che punta i riflettori sulle vessazioni e le violenze subite da un popolo, quello dei moriscos, di cui poco si conosce.&lt;br /&gt;Tra i rivoltosi musulmani stanchi di ingiustizie e umiliazioni, spicca il personaggio di Hernando, il ragazzo che si batterà per la sua gente affrontando la guerra, l´amore, eterne passioni, vendette e avventure, conducendo il lettore in un emozionante viaggio nel tempo.&lt;br /&gt;Spagna, 1568. L´Alpujarra é una porzione di terra andalusa, montuosa, che racchiude le province di Granada e di Almeria ed è popolata da una folta colonia di musulmani da tempo costretti alla conversione al cattolicesimo da parte della Corona degli Asburgo. I moriscos (così li chiamavano) sono un popolo fiero, legato alla propria identità, che inevitabilmente passa per il loro credo religioso: sono pronti a dare battaglia contro i cristiani e ad evitare così una sottomissione sempre più invasiva e radicale.&lt;br /&gt;È in questo periodo che Ildefonso Falcones ha ambientato il suo secondo romanzo. L´autore non abbandona la trattazione storica, ripercorrendo nelle sua fluviale narrativa la tragedia dei moriscos che stimola la riflessione sull´intolleranza e il fanatismo di cristiani e musulmani che, pur nelle differenze di fede religiosa, diventano sorprendentemente simili quando, negli altalenanti esiti della storia, assurgono al ruolo ora di vincitore, ora di vinto.&lt;br /&gt;La narrazione degli eventi della Cordova del XVI secolo, peró, non fa che da sfondo, da scenario accattivante al fiume narrativo della vicenda. Come per la piú classica delle fiction di ambientazione storica, infatti, il romanzo dello spagnolo stacca dal fondo della veridicità storica la vicenda del giovane Hernando e la pone al centro della narrazione, in un crescendo di avvenimenti filtrati dal racconto, mai noioso, della vita di un uomo che fa i conti con le eterne passioni di odio, amore, speranza e disillusione, continuando a lottare per il proprio destino e per quello del suo popolo.Un romanzo storico modello Promessi Sposi, pertanto, aggiornato ai tempi della telenovela storica, ritagliato su una vicenda che ha tutti gli ingredienti del triangolo amoroso complicato da intrighi, tradimenti e amori contrastati, in cui la storia come istoria, indagine e ricerca di fatti, recupera il suo significato primigenio di visione, rappresentazione di fatti narrati perché visti.&lt;br /&gt;Così, la lettera che l´ambasciatore spagnolo a Parigi indirizza al re Filippo II per riferire circa le continue proteste delle donne musulmane costrette a subire violenze e soprusi di ogni genere dal parroco cristiano del villaggio, non é che il pretesto storico da cui l´autore prende le mosse per raccontare la storia letteraria della vita di Hernando, stigmatizzato da quegli occhi azzurri che ne testimoniano l´imbarazzante senso di ambiguità da cui per tutta la vita tenterà di emanciparsi. In questo tempo di “preparazione” alla pulizia etnica della Padania alla quale assistiamo in bilico tra indifferenza e sgomento, siamo di fronte ad una opportunità per le Due Sicilie: portare quell’energia, quell’iniziativa, quella vitalità “morisca” che la Padania stolta rifiuta, qui nelle Due Sicilie, quale contributo “storico” alla sua rinascita!&lt;br /&gt;E Allah, che tiene fra due dita il destino dell’uomo e dell’umanità intera, ne sa di più.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/852313666305265408-3576719773859946043?l=laterzasicilia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/feeds/3576719773859946043/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=852313666305265408&amp;postID=3576719773859946043' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default/3576719773859946043'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default/3576719773859946043'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/2010/04/ha-cenato-al-ristorante-in-fiera-ha.html' title=''/><author><name>Mustafa</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05902296973271854838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/S9MOamn5wiI/AAAAAAAAAK4/yAn8hrNoRSs/s72-c/25073_la-mano-di-fatima.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-852313666305265408.post-1617520063281927696</id><published>2009-12-13T08:08:00.000-08:00</published><updated>2009-12-15T14:21:00.826-08:00</updated><title type='text'>La rottura del tempo, le Due Sicilie, l'Islam</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SyUTzo4Y22I/AAAAAAAAAKQ/8Tb6RusvoOM/s1600-h/15134_100608689963925_100000443835977_14756_1994684_n.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5414755904851073890" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 232px; CURSOR: hand; HEIGHT: 320px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SyUTzo4Y22I/AAAAAAAAAKQ/8Tb6RusvoOM/s320/15134_100608689963925_100000443835977_14756_1994684_n.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:130%;color:#ff0000;"&gt;La rottura del tempo, le Due Sicilie, l’Islam&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-size:85%;color:#000099;"&gt;&lt;em&gt;(Nell'immagine il corpo del "brigante" Ninco Nanco subito dopo essere stato ucciso)&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Nel 1860, l’anno della nostra “catastrofe”, stavano venendo al pettine nodi ideologici da tempo irrisolti. Vi fu un confronto tragico tra la modernità da una parte, incarnata nell’ideologia borghese, illuminista e razionalista, e dall’altra lo spirito della Tradizione. Questo confronto era giunto a scadenza storica. La vicenda paradigmatica del soldato napoletano e dell’antico regno delle Due Sicilie è appunto la tragica conclusione di un epoca in cui si verifica una “rottura del tempo”, una irreparabile collisione tra flussi temporali contrapposti: il tempo immobile dei valori (tempo della tradizione) proveniente dal passato, e il tempo concreto e impetuoso del senso della storia (tempo della modernizzazione), lanciato verso il futuro.Insomma, da una parte i valori pre-borghesi, la comunità, l’appartenenza, lo stato organico, la pietà cosmica, il solidarismo interclassisata, e dall’altro le devastanti aspirazioni economiche, la trasvalutazione di tutti i valori in valori di borsa, e i processi di razionalizzazione e di scristianizzazione. Oggi, a cose fatte, è possibile cogliere le contraddizioni, i limiti e le menzogne della modernità e della sua ideologia contro cui si batterono il soldato e il popolo napoletano, in disperata solitudine ed eroica inattualità. Il soldato napoletano, nonostante la vertiginosa accelerazione della storia, seppe ben testimoniare la sua fedeltà ad una Dinastia e ad un Paese inscindibilmente legati tra loro: “Tra le parecchie migliaia di prigionieri, tramutati nell’Italia superiore, benché tentati con la fame, col freddo in clima per essi rigidissimo, e con ogni genere di privazioni, quasi tutti, all’invito ad arruolarsi nelle milizie di un altro Re, non fecero altra risposta che questa, molto laconica: “Il nostro Re sta a Gaeta!”Ma fu un sacrificio inutile. La “rottura del tempo”, annunciatasi con la rivoluzione francese, proseguita con l’avventura napoleonica, stabilizzatasi con la rivoluzione industriale e borghese inglese, maturatasi con il colonialismo britannico, arrivò a compimento, purtroppo per noi, con la caduta del nostro Regno delle Due Sicilie. Questo Regno era un anacronismo che risultava come fumo negli occhi ai profeti del “tempo nuovo”. Il suo Re era amato dal suo popolo, verso cui agì come un padre protettivo, difendendolo dagli appetiti liberali e neo-borghesi. Il nostro Regno, legato ai buoni valori tradizionali, Dio, Patria, Famiglia, risultava troppo desueto per chi conosceva solo i valori di borsa, nefasta anticipazione dei tempi moderni, dei tempi attuali, della loro dilagante immoralità, della corruzione, del premio ai corrotti e della punizione degli onesti e dei leali. Contro questa dinastia e questo popolo si scatenò inevitabile la propaganda dell’epoca, che allora come oggi, aveva bisogno di demonizzare il nemico per poterlo aggredire impunemente. L’Inghilterra, nella persona di Lord Gladstone, definì il Regno dei Borbone “la negazione di Dio” sulla base di mai avvenute visite del Lord alle carceri napoletane. Sul nostro popolo si piansero lacrime ipocrite perché – si diceva – era oppresso, schiavizzato, bisognoso di libertà. Ma quando il Piemonte, braccio armato della Massoneria e degli interessi inglesi, ci conquistò, ci succhiò il sangue e l’anima definendoci “beduini affricani” nessuno protestò, nessuno pianse più. Tutti si voltarono dall’altra parte per non vedere il nostro martirio. Ed eccoci qui… i “meridionali” di oggi, povera e btragica parodia di quello che fu un popolo!Oggi, quelle nefaste idee che portarono alla distruzione della nostra Nazione, si sono perfezionate e si sono date una veste ideologica scientifica. L´Occidente del liberismo totalitario, erede di quell’Inghilterra e di quel Piemonte, è basato su una assunto fondamentale: che tutti gli uomini hanno uno scopo vero ed uno soltanto: l´auto-direzione razionale, per cui i fini di tutti devono necessariamente armonizzarsi in un unico modello universale, il globalismo liberista, lo stile di vita americano esteso al mondo intero. Il problema è che questo «modello universale» non è accettato supinamente da tutti. E da questa non accettazione che nasce il conflitto, ormai universale, tra la ragione e ciò che – secondo i “razionali” - è irrazionale, o non sufficientemente razionale, ovvero gli atteggiamenti immaturi e non sviluppati della vita, sia negli individui che nelle comunità. Qui sta il sunto della ideologia dell´Occidente estremo, il suo «pacifismo», tolleranza e relativismo che si trasforma in bellicismo universale per diffondere la democrazia, parola grossa dietro la quale si nasconde in realtà l’intento di imporre l´omologazione secolarizzata agli individui ed alle masse. Infatti, quando tutti gli uomini saranno fatti divenire razionali, anche con le bombe, se necessario, obbediranno alle leggi razionali, uguali per tutti, e saranno così pienamente rispettosi della legge e insieme, pienamente liberi. E´ evidente che per chi nutre questa visione, il mondo tradizionale è un ostacolo, e quello musulmano in particolare dimostra di poter essere l´ultimo baluardo dell’«irrazionale», il residuale «non maturo» che lungi dal credere nella «auto-direzione razionale», si sente vincolato, sottomesso – è questo il senso del termine «islàm» - alla direzione di un Altro. Ma è evidente ormai, anche per la Chiesa di oggi, che questa visione è contro ogni religione, ogni identità nazionale, linguaggio, pensiero, dedizione non conforme a ciò che il potere dichiara «razionale» e quindi legittimo. Tutti devono essere resi omologhi, desiderare le stesse cose, essere consumatori di un unico mercato mondiale. Ecco perché oggi, l´estremo Occidente si mobilita contro l´Islam, che rappresenta l´irriducibile «irrazionale».Oggi i musulmani, come i “briganti” delle Due Sicilie, che per dieci lunghi anni hanno dato filo da torcere all’intero esercito piemontese, difendono il suolo patrio e la loro religione minacciati dall’ideologia e dalle armi più sofisticate dell’Occidente estremo; e come i “briganti” sono gli aggrediti, ma vengono descritti come gli aggressori, come i “briganti” vengono accusati di tutto un campionario di nefandezze, alcune scandalosamente false, altre appoggiate a mezze verità che in tempi normali sarebbero tranquillamente spiegate e capite. Come Gladstone, i media al servizio dell’ideologia imperante inventano e spacciano per vero; si aggrappano a episodi per amplificarli ed estenderli alla regola generale.Accusano i musulmani di voler piegare il mondo alla loro religione distorcendo un’affermazione di un imam che la si trova pari pari nel Vangelo, sulla bocca del sacerdote Gamaliele. Incolpano lo stesso Islam della "guerra mediatica" che gli si è scatenata contro. E’ colpa dell’Islam che osa difendersi e non di chi, invece, aggredisce senza motivo, invade, bombarda e distrugge in nome della democrazia. Guai, come per i nostri “briganti”, a difendersi. Colpa doppia: rifiuto di civilizzazione e oltraggio ai civilizzatori.Allora, il fatto di appartenere a quel popolo che ha espresso, già un secolo e mezzo fa, i suoi “mujahiddin”, dispregiativamente chiamati “briganti”, che per dieci lunghi anni hanno combattuto la giusta guerra per difendere il suolo patrio e la religione minacciati dall’ideologia e dalle baionette “liberali” e massoniche, quel popolo che ha dato vita ad una insorgenza popolare, come quella guidata dal cardinale Ruffo, tanto splendida ed eroica da essere ancor oggi sottaciuta e nascosta, disprezzata e demonizzata, per impedire alla sua immensa luce di illuminarci, non può che renderci orgogliosi della nostra “duosicilianità”, cosa che per molti di noi, fino a poco tempo fa, quando la nostra coscienza identitaria era “solo” quella di un “italiano”, era del tutto sconosciuta.&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#000099;"&gt;(L'articolo contiene ampi brani liberamente tratti dal libro “I lager dei savoia”, di Fulvio Izzo. Sottotitolo: “Storia infame del risorgimento nei campi di concentramento per meridionali”, Edizioni Controcorrente. Contiene inoltre ampi brani altrettanto liberamente tratti da discorsi di Isaiah Berlin).&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/852313666305265408-1617520063281927696?l=laterzasicilia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/feeds/1617520063281927696/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=852313666305265408&amp;postID=1617520063281927696' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default/1617520063281927696'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default/1617520063281927696'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/2009/12/la-rottura-del-tempo-le-due-sicilie.html' title='La rottura del tempo, le Due Sicilie, l&apos;Islam'/><author><name>Mustafa</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05902296973271854838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SyUTzo4Y22I/AAAAAAAAAKQ/8Tb6RusvoOM/s72-c/15134_100608689963925_100000443835977_14756_1994684_n.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-852313666305265408.post-8445146077590162345</id><published>2009-12-04T10:49:00.000-08:00</published><updated>2009-12-13T08:33:01.970-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SyUW1b2r5PI/AAAAAAAAAKw/w7d7-36t2C0/s1600-h/gaza_truffa_ue.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5414759234248893682" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 383px; CURSOR: hand; HEIGHT: 243px" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SyUW1b2r5PI/AAAAAAAAAKw/w7d7-36t2C0/s320/gaza_truffa_ue.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;div&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;A proposito del referendum sui minareti e sulle moschee&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;p align="justify"&gt;Oggi ho voglia di sognare o forse di delirare! Sogno (o deliro?) di rivolgermi a quegli immigrati in Padania sempre più in difficoltà a vivere in quelle terre inospitali per clima e società. &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Venite da noi, voi umili, scacciati ed offesi, venite nelle Due Sicilie! Molti di voi, venendo in Italia, sono arrivati direttamente in Padania, attirati dalla maggior prosperità di quelle terre. Ed oggi credono che l’Italia sia tutta come la Padania, magari meno ricca, ma comunque Padania.No, non è così! &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Le Due Sicilie sono ben diverse dalla grigia e volgare Padania (almeno spero). Questa è una terra che nei secoli è stata più di una volta martoriata ed offesa, ed oggi, da 150 anni, vive schiacciata sotto il tallone di “sciur Brambilla”. Terra umiliata, forse come la vostra, ma non doma.Qui non siamo padani con la puzza sotto il naso e bauscia sempre pronti a credere al primo imbonitore che si alza e comincia a predicare odio. Qui siamo nella terra della dolcezza, del sole, del buon vivere, nell’antica Ausonia, terra del sogno, terra di sogno! Una terra che i barbari del Nord ci hanno sempre invidiato e che periodicamente sono venuti a depredare, approfittando di un popolo che non ama la guerra e a cui interessa soltanto godersi quei 70 – 80 anni che il Signore vorrà concederci di vivere su questo pianeta, a Lui piacendo.&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Qui tutti sono stati e sono i benvenuti. Specie ora che la nostra migliore gioventù ci sta abbandonando, vittima di una crisi economica e sociale distruttiva, vittima di un lavaggio del cervello meticoloso che ancora ci far credere d’essere dei poveri incapaci quando siamo a casa nostra e invece capacissimi di emergere in terra straniera, non appena attraversiamo il Tronto o il Garigliano.Senza di voi, giovani marocchini, pakistani, albanesi, ecc. molti nostri borghi, paesi e quartieri cittadini sarebbero spopolati e senza vita, con solo pochi pensionati soli o con badante al seguito, e senza attività economiche vive.Chi ha visto l’evoluzione che ha avuto il quartiere Ferrovia di Foggia (pur con le sue conseguenze negative, non le neghiamo) o la Piazza della Ferrovia di Napoli, capisce cosa dico. Queste realtà oggi sono brulicanti di vita vera, di kebab, di macellerie halal, di ristoranti indiani, di punti telefonici e internet ecc. tanto quanto ieri vedevano solo il misero diseredato napoletano che vendeva calzini, ombrelli o fazzolettini di carta o, a Foggia, il negozietto che sopravviveva senza vedere un rinnovamento almeno da 40 anni. Cari amici e fratelli stranieri e musulmani (perchè è soprattutto con voi che ce l’hanno. Qualcuno l’ha detto: “Non ho niente contro la società multietnica, ma quello che non voglio è una società multiculturale!”), se vi scacciano o vi rendono la vita difficile, lassù in Padania, non andate via, ma venite nelle Due Sicilie. La nostra terra è rifiorita ogni qualvolta sono arrivate energie fresche dal Sud del mondo!&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Qui, nelle Due Sicilie, scoprirete di essere di casa. Vostri fratelli nei secoli passati vi hanno preceduto ed hanno lasciato i segni del loro passaggio: moschee, minareti, archi intrecciati, chiostri di Paradiso, nomi di città, paesi, fiumi e montagne, parole, usi e costumi, veli neri, dignità, sangue, visi olivastri. Come cantava Mimmo cavallo “siamo mezzi marocchini, teniamo l’Africa vicina!” E quei vostri fratelli di tanti secoli fa hanno anche versato il loro sangue per difendere quella che era anche la loro patria, queste nostre Due Sicilie. Erano a Cortenuova, con Federico II, a combattere contro i leghisti; erano al fianco di Manfredi, nella tragica giornata di Benevento, quando i baroni del Regno abbandonarono il loro giovane Re; erano a Lucera a combattere contro l’Angioino usurpatore, fino al 1300, quando il resto del Regno si era arreso già da 34 anni; ed erano a Napoli, con il Cardinale Ruffo, nell’indimenticabile apoteosi della marcia sanfedista per la riconquista del Regno.&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SyUVnjT6Q4I/AAAAAAAAAKg/hV6NDV3Rgco/s1600-h/Bandiera+Duosiciliana.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5414757896220722050" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 225px; CURSOR: hand; HEIGHT: 195px" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SyUVnjT6Q4I/AAAAAAAAAKg/hV6NDV3Rgco/s320/Bandiera+Duosiciliana.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Dunque questa terra è benedetta anche dal vostro sangue, ed oggi dalla vostra presenza e dal vostro lavoro.Venite dunque, questa è casa vostra. Venite a ricostruire e ad abitare la casa del poeta Ibn Hamdis, che ancora vi aspetta, infestata dai rovi, tra le rovine di Noto vecchia; venite a ridare una boccata di ossigeno, di fiducia, di dignità e di vita ad un popolo stanco, che soffre da 150 anni della spoliazione della propria identità e che è stato diseredato della propria dignità. Siamo fra i diseredati della Terra, ma voi sapete bene cosa dice il Santo Corano: “Un giorno la terra sarà dei diseredati”. &lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;Una sola cosa vi chiedo: noi siamo un popolo che tiene molto alle cose fondamentali, ed una di queste sono le nostre donne. Molte di esse hanno già costruito una famiglia con voi, apprezzando la vostra umanità e la vostra gentilezza. Abbiate sempre buone intenzioni, ma se ve ne vengono di cattive, lasciatele stare, altrimenti reagiamo male. Fate questo e siederete onorati alla nostra tavola e condividerete con noi, insieme al cibo, le gioie, i dolori e le speranze.&lt;br /&gt;Pace a voi, salam ‘aleykum.&lt;br /&gt;Mustafa &lt;/p&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/852313666305265408-8445146077590162345?l=laterzasicilia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/feeds/8445146077590162345/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=852313666305265408&amp;postID=8445146077590162345' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default/8445146077590162345'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default/8445146077590162345'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/2009/12/proposito-del-referendum-sui-minareti-e.html' title=''/><author><name>Mustafa</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05902296973271854838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SyUW1b2r5PI/AAAAAAAAAKw/w7d7-36t2C0/s72-c/gaza_truffa_ue.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-852313666305265408.post-1808946937550380207</id><published>2009-07-04T01:51:00.000-07:00</published><updated>2009-07-04T09:14:31.115-07:00</updated><title type='text'>Alì e l'elefante</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/Sk8bHDN4_1I/AAAAAAAAAKI/Oz9PJGjhPGk/s1600-h/2253757988_8710f11bb9.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5354528289903411026" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 320px; CURSOR: hand; HEIGHT: 247px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/Sk8bHDN4_1I/AAAAAAAAAKI/Oz9PJGjhPGk/s320/2253757988_8710f11bb9.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;&lt;strong&gt;Alì era un catanese&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;, un catanese del 1200. Suo padre Fathi gli aveva lasciato due eredità molto ingombranti: la prima era quel nome, Alì, che immediatamente lo individuava come siciliano &lt;span style="color:#ff0000;"&gt;&lt;strong&gt;di origine araba e di religione musulmana&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;. Ciò gli comportava molti problemi con i suoi concittadini, ma Alì sopportava tutto con pazienza anche perchè egli era &lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;orgoglioso di essere catanese&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; almeno quanto di essere di origine araba e musulmano. La seconda “ingombrante eredità” lasciatagli da suo padre era stata niente di meno che un elefante. Il pachiderma, arrivato in Sicilia dall’Africa come “trattore” per dissodare il campicello di famiglia, era sopravissuto a Fathi ed era pervenuto in eredità ad Alì alla morte del padre.&lt;br /&gt;Quando Federico II represse le ultime scintille della rivolta musulmana a Entella e Gaito ed esiliò tutti i musulmani di Sicilia a Lucera di Capitanata, Alì dovette lasciare la sua casa nella campagna catanese e, seguendo le sorti dei suoi correligionari, &lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;trovò rifugio e nuova vita all’ombra del palazzo imperiale lucerino, entrando a far parte della guarnigione militare saracena insieme all’elefante, cui era stato dato il nome di “Alfio”,&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; storpiatura dell’arabo “Al-fil”, che vuol dire semplicemente “l’elefante”.&lt;br /&gt;Quando &lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;nel 1237 Federico II organizzò una spedizione in Padania per ridurre all’obbedienza i comuni leghisti ribelli&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, ad Alì venne ordinato di unirsi alla spedizione e di condurre con sè Alfio, l’elefante, con il compito di guidarlo attraverso le fila nemiche per gettarvi scompiglio e terrore. E così Alì partì, insieme ad altri 10.000 saraceni, a rinforzare l’esercito imperiale, a ulteriore riprova di come i musulmani duosiciliani siano sempre stati in prima fila ogni qualvolta s'è trattato di versare il proprio sangue per la nostra patria.&lt;br /&gt;E dopo alterne vicende arrivò il giorno di Cortenuova. Presso questa località padana l’esercito imperiale affrontò quello della Lega, in tutto si scontrarono 35.000 soldati. L'esercito imperiale, fingendo di ritirarsi per l’inverno verso l'alleata Cremona, si portò invece sul più favorevole territorio di Cortenuova organizzando un’imboscata alla coalizione milanese-bresciana, indotta dalla finta mossa federiciana, a ritirarsi dal campo di battaglia.&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;&lt;strong&gt;I saraceni e i bergamaschi attaccarono l’esercito leghista&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt; a diverse ondate inducendolo ad affrettare la ritirata. Al calare della notte, Federico ordinò ai suoi uomini di dormire con l'armatura addosso, poiché l’indomani, alle prime luci dell'alba, avrebbero dovuto sferrare l’attacco decisivo. Infatti, il Podestà di Milano aveva deciso di ritirarsi sfruttando il buio della notte. Ma il terreno, reso molle e fangoso dalle piogge di novembre, rallentava molto la ritirata e così &lt;span style="color:#ff0000;"&gt;&lt;strong&gt;fu ordinato di abbandonare il Carroccio a Cortenuova&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt; insieme a tutti i bagagli ingombranti e pesanti. A malincuore i soldati avevano obbedito abbandonando il Carroccio, proprio emblema di guerra, spogliato però di ogni stendardo e vessillo.&lt;br /&gt;All'alba del 27 novembre Federico ordinò alla cavalleria di lanciarsi all'inseguimento dell'esercito leghista in rotta. Il vero massacro e il conseguente annientamento dell'esercito della Lega si perpetrò proprio in quel momento. I bergamaschi massacrarono selvaggiamente milanesi e bresciani che cercavano di lasciare frettolosamente il campo di battaglia senza più nemmeno combattere. Chi riusciva a scappare dalla violenza degli orobici, si gettava nel fiume Oglio in piena, dove annegava senza scampo. Alla fine del massacro, si contarono circa 10.000 morti per l'esercito della Lega Lombarda, e moltissimi prigionieri. Tra di essi anche 300 nobili di Milano, Alessandria, Torino e Vercelli, lo stesso podestà di Milano, nonché Pietro Tiepolo, figlio del doge di Venezia. &lt;span style="color:#ff0000;"&gt;&lt;strong&gt;Federico II, dopo la schiacciante vittoria, fece un ingresso trionfale nella città alleata di Cremona, portando come trofeo il Carroccio, trainato da un elefante, il nostro Alfio, che recava lo stendardo imperiale&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;. Sul Carroccio era legato il Podestà di Milano con un cappio al collo. Il suo destino era ormai segnato; oltre alla pesante umiliazione subita, Federico II lo rinchiuse in diverse prigioni della Puglia, ed alla fine, decise di metterlo al patibolo. Il Carroccio venne inviato con una missiva al Pontefice a Roma.A guerra terminata. &lt;span style="color:#ff0000;"&gt;&lt;strong&gt;Alì, per i servigi resi, ottenne, in deroga al decreto di esilio, di poter tornare nella nativa Catania con un buon vitalizio e con l’obbligo di prendersi cura di Alfio&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt; l’elefante vita natural durante, cosa che Alì fece molto volentieri in quanto Alfio era per lui più di un parente stretto. Alì si stabili in una casetta sul mare presso il castello Ursino e tutti i giorni portava Alfio a passeggio sulla spiaggia. Ben presto &lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;l’elefante divenne l’amico di tutti i catanesi&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, in particolare dei ragazzetti che approfittavano della mansuetudine dell’animale per saltargli in groppa e giocare con la sua proboscide. La gente portava da mangiare al suo beniamino ed al suo padrone e tutti erano felici di condividere un po’ della loro vita e della loro giornata con Alfio, &lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;dilettandosi a farsi raccontare da ‘Alì la giornata di Cortenuova, quando Alfio aveva umiliato la Lega!&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; Ed Alì non si sottraeva al racconto, che aveva ormai imparato a memoria attrezzandosi addirittura con cartelloni dipinti a vivaci colori che riportavano le scene salienti di quella esaltante giornata. Ma il tempo passa per tutti, ed un bel giorno Alfio venne trovato morto nella sua stalla sulla spiaggia. Aveva vissuto quasi 120 anni ed era ormai stanco della vita. Fu seppellito con tutti gli onori in una tomba che rimase sulla spiaggia per tanto tempo, fino a quando nel 1600 la lava dell’Etna la coprì per sempre. &lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;Ma alcuni di quei ragazzi, ormai uomini, che avevano giocato e fraternizzato con Alfio vollero che fosse ricordato per sempre&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. Si ricordarono che nei sotterranei dell’anfiteatro romano c’era la statua di un elefante che risaliva - si diceva - agli antichi Romani. La statua fu recuperata, ripulita, sistemata e fu quindi collocata nella piazza principale della città, davanti al duomo di Sant’Agata. &lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;Con quel monumento la città non si sarebbe più dimenticata di Alfio che diventò da allora il simbolo stesso di Catania&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;&lt;span style="color:#000099;"&gt;simbolo di forza, di onore e ... di vittoria sulla Lega, nonchè augurio di un pronto riscatto per le nostre Due Sicilie! &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/852313666305265408-1808946937550380207?l=laterzasicilia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/feeds/1808946937550380207/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=852313666305265408&amp;postID=1808946937550380207' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default/1808946937550380207'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default/1808946937550380207'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/2009/07/ali-era-un-catanese-un-catanese-del.html' title='Alì e l&apos;elefante'/><author><name>Mustafa</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05902296973271854838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/Sk8bHDN4_1I/AAAAAAAAAKI/Oz9PJGjhPGk/s72-c/2253757988_8710f11bb9.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-852313666305265408.post-3702161879066106623</id><published>2008-12-29T01:42:00.001-08:00</published><updated>2008-12-29T02:00:18.666-08:00</updated><title type='text'>Giawhar as.Siqilli, grande generale, shiita e siciliano</title><content type='html'>&lt;div&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SVidz-3VrCI/AAAAAAAAAJk/vWR8W0cL8Kc/s1600-h/Giawhar+as-Siqilli.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5285147679093271586" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 212px; CURSOR: hand; HEIGHT: 320px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SVidz-3VrCI/AAAAAAAAAJk/vWR8W0cL8Kc/s320/Giawhar+as-Siqilli.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;Giawhar as-Siqilli, grande generale, shiita e siciliano. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;a href="http://www.laltrasicilia.org/modules.php?name=News&amp;amp;new_topic=1"&gt;&lt;/a&gt;&lt;a href="http://www.laltrasicilia.org/modules.php?name=News&amp;amp;new_topic=1"&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;Egypt Air ha annunciato di voler stabilire un collegamento aereo tra Il Cairo e Catania, in seguito anche ai recenti accordi culturali tra le due nazioni ed alla inaugurazione nella capitale egiziana di una strada ed un parco intitolati alla Sicilia. I legami tra l'Egitto e la Sicilia vanno indietro di millenni, sin da quando l'impero Siracusano di Dionigi si estendeva su di un'ampia parte del Mediterraneo sino all'alto Adriatico. Dalla gigantesca nave costruita da Archimede e da Ierone donata a Tolomeo d'Egitto, una delle meraviglie tecnologiche della storia della civiltá umana, alla legenda del cuoco catanese di Cleopatra, sino alla fondazione del Cairo da parte dell'ammiraglio siciliano Giawhar El Siqilli . Un grazie da parte di tutti i duosiciliani a tutti coloro i quali sono stati capaci di ravvivare, in ambito sia politico che culturale, questi legami storici tra due delle nazioni e delle civiltá piú antiche del Mediterraneo dopo un lungo periodo di forzato isolamento reciproco.Vogliamo riprendere il tema del legame tra la Sicilia e l'Egitto ricordando le gesta del valoroso Giawhar El Siqilli. Vi riproponiamo un articolo comparso su “L’Isola”, una pubblicazione dell’Associazione L’Altra Sicilia, per ricordarvi come la forza dei duosiciliani non si misura in voti, ma nella capacitá di fornire quell'avanguardia morale di riscoperta e di risveglio delle coscienze dei Siciliani al di lá ed al di qua del faro sulla cui base si costruirá la nostra libertá. &lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Giawhar El-Siqilli (Sicilia, 911 - Il Cairo, 28 gennaio 992) fu un generale siciliano del Califfato Fatimide. Egli conquistò tutto il nord Africa, l'Egitto e la Siria. Fondò la stessa città di al-Qahirah (Il Cairo) e la grande moschea di al-Azhar, che è anche una delle più antiche università del mondo. Il suo nome completo era Abu al-Hasan Giawhar ibn Abdullah. Non conosciamo niente dei suoi antenati a parte il nome del padre, Abdullah. La ragione di ciò è che Giawhar faceva parte di un gruppo di Mawâli siciliani, ovvero cristiani bizantini convertiti all’Islam per i quali non si usava conservare tracce delle loro origini pre-islamiche. Nel 953, Giawhar viene nominato segretario dell’Emiro al-Mu'izz. Giawhar alla testa dell'esercito fatimide conquistò M'Sila. Tentò poi di penetrare nel Maghreb occidentale. Nel 959 venne nominato visir e comandante in capo dell'esercito. Nello stesso anno intraprese con successo la conquista di numerose province del Maghreb. Stabilì qui la sua residenza da cui governò negli anni successivi. Nel mese di febbraio del 969 Giawhar, che è ormai considerato insostituibile dall'emiro al-Mu'izz, venne incaricato di conquistare l'Egitto. In poco tempo si impossessò della città di Alessandria senza grandi problemi e si diresse verso la città di Al-Fustat che immediatamente si arrese. Immediatamente dopo la vittoria divenne governatore dell'Egitto e si distinse evitando che i propri soldati si dedicassero al saccheggio dando loro grandi ricompense ed onori. Il suo governo fu tollerante, benevolo e positivo. Il giorno stesso della conquista, 6 giugno 969, Giawhar tracciò il progetto di una nuova città e procedette alla fondazione, su un terreno di 136 ha, di al-Qâhirah (l’attuale città del Cairo) e alla costruzione del suo castello (Qasr). Nel 970 iniziò l'edificazione della moschea al-Azhar, centro della propaganda sciita in Egitto. &lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SVifaOyrr-I/AAAAAAAAAJs/MjI1a30ai8c/s1600-h/alazhar.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5285149435715366882" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 422px; CURSOR: hand; HEIGHT: 321px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SVifaOyrr-I/AAAAAAAAAJs/MjI1a30ai8c/s320/alazhar.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;La moschea fu inaugurata due anni dopo. I contingenti dell'esercito furono disposti per accantonamenti, che si trasformarono rapidamente in quartieri. Giawhar fece anche costruire un palazzo per accogliere il califfo. Il 22 giugno del 972 la moschea fu aperta al culto e il 10 giugno 973 tutto era pronto per accogliere il califfo Al-Muizz li-Dîn Allah, che vi trasferì la sua capitale. Nell'anno 970 inviò i suoi uomini alla conquista della Siria, compito che viene portato a termine con successo. Nel 972 i Siriani contrattaccarono, ma Giawhar riuscì a batterli. In tal modo la Siria fu riconquistata in via definitiva. Morì il 28 gennaio 992 a più di 80 anni d’età. Sul lato nord dell'università di al-Azhar può essere visitata quella che viene considerata la sua tomba (anche se la questione è controversa). &lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/852313666305265408-3702161879066106623?l=laterzasicilia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/feeds/3702161879066106623/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=852313666305265408&amp;postID=3702161879066106623' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default/3702161879066106623'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default/3702161879066106623'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/2008/12/blog-post.html' title='Giawhar as.Siqilli, grande generale, shiita e siciliano'/><author><name>Mustafa</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05902296973271854838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SVidz-3VrCI/AAAAAAAAAJk/vWR8W0cL8Kc/s72-c/Giawhar+as-Siqilli.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-852313666305265408.post-6661191668663182216</id><published>2008-12-26T02:43:00.000-08:00</published><updated>2008-12-26T02:50:27.919-08:00</updated><title type='text'>Dov'è finito il nostro sangue?</title><content type='html'>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SVS1zUHTYqI/AAAAAAAAAJc/RI8JsR9W0S8/s1600-h/DSCF7339.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5284048155989729954" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 240px; CURSOR: hand; HEIGHT: 321px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SVS1zUHTYqI/AAAAAAAAAJc/RI8JsR9W0S8/s320/DSCF7339.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;&lt;strong&gt;Dov’è finito il nostro sangue?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#6600cc;"&gt;&lt;strong&gt;“Il popolo non ha lavoro, pane, speranza. Nella città di Napoli si assiste giornalmente ad uno spettacolo desolante. Vi giungono carovane di contadini delle Calabrie, della Basilicata, del Cilento che vengono ad imbarcarsi per emigrare. Sono pallidi, disfatti, con l’aspetto della miseria più crudele. Già moltissimi operai, cacciati dagli arsenali e dai cantieri, sono partiti per l’Egitto ove sperano di procurarsi un lavoro e del pane lavorando per la Compagnia dell’istmo di Suez. Dalla Sicilia l’emigrazione per Tunisi, Tripoli e Algeri è all’ordine del giorno. Un gran numero degli abitanti delle province continentali cerca, nel porto di Genova, l’occasione per imbarcarsi verso l’America meridionale. Alcuni, crudelmente delusi, giocoforza si arruolano. Gli abitanti dell’isola di Ustica, in Sicilia, del resto già piuttosto spopolata, stanno per emigrare quasi tutti a Buenos Ayres. Com’è possibile, dunque, che gli abitanti delle Due Sicilie, i meno inclini a lasciare la propria terra, siano ora presi da questo furore dell’emigrazione? Le imposte esose, la mancanza di commerci e di lavoro, il dispotismo del governo, la legge Pica, la legge Crispi ne sono senz’altro le cause”.&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt; &lt;span style="color:#ff0000;"&gt;(P.Calà Ulloa, &lt;em&gt;Lettres d’un Ministre emigrè&lt;/em&gt;, Lettera XLIII del novembre 1866, tratta da “&lt;em&gt;I lager dei savoia&lt;/em&gt;", di Fulvio Izzo, Ed. Controcorrente). &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Nel mio recentissimo Pellegrinaggio alla Mecca, grazie a Dio felicemente portato a termine, ho avuto la ventura di incontrare il giovane ritratto con me nella foto, inglese di origine irakena, che era nel mio stesso gruppo di pellegrini partiti da Londra. Egli, sentendomi dire che ero “siciliano”, mi ha confidato d’essere anch’egli di origine siciliana da parte di madre. Infatti mi ha raccontato di un suo bis-bis-bis nonno materno che, più o meno ai tempi descritti dalla lettera di Calà Ulloa, aveva lasciato la Sicilia verso i paesi arabi. La sua discendenza era poi passata in Turchia e di qui, seguendo i destini delle varie generazioni, in Iraq, per poi finire, attraverso le sofferenze di questo popolo, tanto simile a quelle dei nostri avi duosiciliani, in Inghilterra. Grande è stato l’affetto che si è creato fra noi, l'affetto dovuto al fatto d'avere lo stesso sangue (duosiciliano) e la stessa fede (l'Islam). Sicuramente Dio avrà voluto darci un segno facendoci compiere insieme il pellegrinaggio alla sua Santa Casa.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/852313666305265408-6661191668663182216?l=laterzasicilia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/feeds/6661191668663182216/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=852313666305265408&amp;postID=6661191668663182216' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default/6661191668663182216'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default/6661191668663182216'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/2008/12/dov-finito-il-nostro-sangue.html' title='Dov&apos;è finito il nostro sangue?'/><author><name>Mustafa</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05902296973271854838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SVS1zUHTYqI/AAAAAAAAAJc/RI8JsR9W0S8/s72-c/DSCF7339.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-852313666305265408.post-7707048906604379409</id><published>2008-10-28T07:50:00.000-07:00</published><updated>2008-10-28T14:44:50.608-07:00</updated><title type='text'>I "picciotti" del Profeta</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SQdB8RaDeOI/AAAAAAAAAGs/aM7gXGa2VUg/s1600-h/DSCF5879.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5262247193326352610" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 373px; CURSOR: hand; HEIGHT: 431px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SQdB8RaDeOI/AAAAAAAAAGs/aM7gXGa2VUg/s320/DSCF5879.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;I "PICCIOTTI" DEL PROFETA&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il passato islamico delle Due Sicilie è un qualcosa che ogni duosiciliano musulmano che abbia un minimo di capacità d’introspezione sente fortissimamente in sé.&lt;br /&gt;Leonardo Sciascia in “Occhio di capra” così s’espresse: “A Racalmuto (Rahal-maut - villaggio morto - per gli arabi: e pare gli abbiano dato questo nome perché lo trovarono desolato da una pestilenza) sono nato sessantaquattro anni addietro; e mai me ne sono distaccato, anche se per periodi più o meno lunghi (lunghi non più di tre mesi) ne sono stato lontano. E così profondamente mi pare di conoscerlo, nelle cose e nelle persone, nel suo passato, nel suo modo di essere, nelle sue violenze e nelle sue rassegnazioni, nei suoi silenzi, da poter dire quello che Borges dice di Buenos Aires: “Ho l’impressione che la mia nascita sia alquanto posteriore alla mia residenza qui. Risiedevo già qui, e poi vi sono nato”. Mi pare cioè di sapere del paese molto di più di quel che la mia memoria ha registrato e di quel che dalla memoria altrui mi è stato trasmesso: un che di trasognato, di visionario, di cui non soltanto affiora - in sprazzi, in frammenti - quella che nel luogo fu vita vissuta per quel breve ramo genealogico della mia famiglia che mi è dato conoscere (e tutto finisce, nel risalire il tempo, a un Leonardo Sciascia, nonno di mio nonno, che nei primi dell’Ottocento venne a Racalmuto dal vicino paese di Bompensiere per esercitarvi il mestiere di conciatore di pelli), ma anche tutta la storia del paese dagli arabi in poi. Ed ecco un fatto di per sé borgesiano, del Borges di natura e quotidiano: non riesco ad immaginare, a vedere, a sentire la vita di questo paese prima che gli arabi vi arrivassero e lo nominassero. Ed è piuttosto facile scoprirne la ragione: la mia residenza qui, quella residenza che di molto precede la nascita, è cominciata con gli arabi, dagli arabi. Del resto, c’è il mio nome: che è tra quelli che Michele Amari registra come arabi, e finiscono con l’esser tanti da contraddire la sua tesi di fondo che la Sicilia sia stata araba ma non, per dirla approssimativamente, arabizzata (e il nome, fino alla metà del secolo scorso, nelle anagrafi parrocchiali, non gratuitamente, ma per esigenza fonetica, veniva così trascritto: Xaxa)”.&lt;br /&gt;Bellissimo questo scritto di Sciascia: “Risiedevo qui e poi vi sono nato” tuttavia “non riesco ad immaginare, a vedere, a sentire la vita di questo paese prima che gli arabi vi arrivassero e lo nominassero” perché “la mia residenza qui, quella residenza che di molto precede la nascita, è cominciata con gli arabi, dagli arabi. Del resto, c’è il mio nome tra quelli che Michele Amari registra come arabi”.&lt;br /&gt;Chiarissimo. C’è una sorta di filo sottile, ma continuo della memoria che ci lega pressocchè inconsapevolmente, ma non del tutto, ai nostri avi, sia a quelli più vicini, di cui c’è stato trasmesso direttamente qualcosa, sia quelli più lontani, di cui nulla sappiamo, ma che comunque sono legati a noi.&lt;br /&gt;Non ne ho le prove, ma sono sicuro di discendere da uno di quei musulmani di Sicilia deportato a Lucera da Federico II e che, pur sconfitto, umiliato, venduto schiavo, cristianizzato, è riuscito a trasmettere il seme dell’Islam ai suoi discendenti fino a che, quando la possibilità c’è stata per quel seme di germogliare, esso è germogliato ed io sono tornato all’Islam.&lt;br /&gt;Per questo, di mio, prima ancora di conoscere lo scritto di Sciascia, io che mai avevo scritto poesie, mi uscì di getto quella che è stata finora la mia unica poesia (anche se devo riconoscere che essa mi venne fuori dopo aver letto sul web un verso, uno solo, che ho fatto subito mio perché l’ho riconosciuto come tale; era di un certo Enzo, che forse, come me, sentiva questo filo continuo; ho anche provato a contattarlo, ma senza successo):&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;“Vivo da 14 secoli,&lt;br /&gt;dall’Arabia alla Persia, da Cordoba a Mazara,&lt;br /&gt;di generazione in generazione discepolo del Profeta,&lt;br /&gt;esiliato, profugo, sempre straniero nella mia terra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Strappato alla mia Sicilia,&lt;br /&gt;dov’è ancor la mia casa, abitata dai rovi,&lt;br /&gt;divenni straniero in Andalus, nella Granata che io edificai,&lt;br /&gt;e ogni giorno muoio di nostalgia per la mia patria.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggi son tornato, oh madre,&lt;br /&gt;dove mi guardavi da fanciullo, settecento anni fa,&lt;br /&gt;giocare a inseguir lucertole, sotto la torre sveva,&lt;br /&gt;mentre dabbasso il grano ondeggiava nel vento caldo del Tavoliere”.&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Credo dunque di potermi dire, in piena coscienza e nel mio pieno diritto, in quanto duosiciliano e musulmano, “picciotto del Profeta”!&lt;br /&gt;E’ una gran bella sensazione! Dire “picciotto” è dire d’essere figlio di questa terra meravigliosa, baciata da Dio, accogliente e ammaliante, che ha mutato in figli molti di coloro che vi giunsero come nemici, calando dal Nord o venendo dal mare per attaccarla e sottometterla; che ha integrato coloro che vi sbarcarono per sfuggire ad antiche persecuzioni o a moderne povertà, dandogli terre da coltivare, paesi da abitare, donne (o uomini) da sposare e Re savi da amare e ubbidire.&lt;br /&gt;Qui ci sono paesi dove si parla albanese, greco o idiomi slavi. Altri dove si parla il francese, mentre un po’ tutti noi parliamo un po’ spagnolo. Altri paesi hanno nomi arabi e in essi oggi si torna a parlare arabo, grazie a quell’immigrazione che io definisco “riparatrice”, perché ha permesso il ritorno “ufficiale” degli unici figli cacciati via in nome dell’unità religiosa del paese, concetto che tante sofferenze ha apportato e che spero tramontato per sempre.&lt;br /&gt;La mia storia di “picciotto del Profeta” ebbe inizio il 18 giugno dell'827 sulla costa di Mazara, in Sicilia, e non è mai finita. Ancor oggi, infatti, la più immediata immagine della Sicilia, la sua identità più profonda è quella dell'Islam. La civiltà che i miei padri instaurarono in Sicilia nel nome della religione di Muhammad (pace su di lui e sulla sua famiglia) è impronta ancora viva che, con tutto il suo bagaglio di cultura, di stile, di mentalità, di vita quotidiana perfino, segna il nostro destino. La mia residenza genealogica è dunque in Sicilia, tanto in quella di là dal Faro che in quella al di qua, che pur meno intrisa della prima, ha assaporato e assorbito qua e là questa sicilianità o sicilitudine. Il profilo di questa identità “islamica” è lo stesso in ambedue le Sicilie: è quello dei mercati, dei giardini, delle tavole imbandite, della "frescura”, dell'acqua, della gastronomia, della seduzione, della sterminata produzione poetica, del mistero, della toponomastica, dell'arte, della lingua, delle strade, dei castelli, dei silenzi, della solitudine, dell'assenza dell'odio politico, dei riti popolari, perfino di quelli più fortemente cristiani come la Settima Santa. Come non vedere nelle processioni del Venerdì Santo un eco del lutto di Ashura? E nel pugnale infisso nel petto della nero vestita Madonna Addolorata, il dolore di Fatima Zahra per la morte del suo amato figlio, l’Imam Hosseyn? Per la rude semplicità della città cristiana di un tempo, la Sicilia degli emiri e delle moschee fu quasi una vetrina da ammirare e in cui specchiarsi. Ed ancora oggi, il rude padano non riesce a spiegarsi la perdurante vitalità di un popolo che, da suoi bisnonni percosso e rapinato a morte, riesce ancora a sorridere alla vita e farsi sberleffi delle altrui preoccupazioni “fiscali”. E’ la vitalità islamica, quella stessa che fa sorridere ancora i palestinesi nonostante 60 anni di sofferenze, che fa gioire e sparare in aria gli irakeni ad ogni piccolo successo contro l’invasore, che fa brulicare di vita le città mediorientali anche nelle ore della notte. E’ la nostra inesauribile eredità!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Note&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Recentemente è stato realizzato un documentario sulla presenza araba in Sicilia, attraverso i secoli, fino ai giorni nostri. Il suo titolo è appunto “I picciotti del Profeta”. Lo ha girato l’Istituto Luce a Scicli, Mazara, Vittoria e Santa Croce Camerina. La festa delle Milizie, la presenza delle “tannure”, i forni tipici della tradizione araba, e poi l’abbigliamento, i costumi, gli attrezzi di lavoro, i cui nomi in siciliano hanno la stessa pronuncia che in arabo. Autore del documentario è Pietrangelo Buttafuoco, insieme a Maura Cosenza. “Scopo del documentario è quello di offrire visivamente le emozioni, le sensazioni, i profumi, e soprattutto quanto la gente di Sicilia sente dell’Islam”, ha spiegato Maura Cosenza. Il lungometraggio dura cinquanta minuti e parte da ciò che si può vedere nei siti archeologici, nei castelli, nell’unico caravanserraglio che c’è a Sambuca di Sicilia, nei bagni arabi di Cefalà Diana; da lì si snoda un percorso tortuoso, a 360 gradi, alla ricerca delle tradizioni, nella vita di tutti i giorni, nella toponomastica, negli utensili utilizzati in agricoltura, nella cucina. Quindi c’è il tema dell’immigrazione dei tunisini, dei maghrebini, tutte popolazioni islamiche, musulmane, la cui presenza è stata censita solo dal 1990, quando già da una ventina d’anni questi immigrati vivevano a Mazara, a Santa Croce, a Vittoria, a Scicli… “Questi immigrati sentono di essere siciliani, si sentono poco italiani”, spiega Maura Cosenza. Il documentario è distribuito in Dvd dall’Istituto Luce.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/852313666305265408-7707048906604379409?l=laterzasicilia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/feeds/7707048906604379409/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=852313666305265408&amp;postID=7707048906604379409' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default/7707048906604379409'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default/7707048906604379409'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/2008/10/i-picciotti-del-profeta-il-passato.html' title='I &quot;picciotti&quot; del Profeta'/><author><name>Mustafa</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05902296973271854838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SQdB8RaDeOI/AAAAAAAAAGs/aM7gXGa2VUg/s72-c/DSCF5879.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-852313666305265408.post-3353617107010749477</id><published>2008-09-28T09:50:00.000-07:00</published><updated>2008-09-29T08:14:27.505-07:00</updated><title type='text'>I luoghi dell'Islam - Capo Colonna a Crotone</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SODv5sOJ-8I/AAAAAAAAAGc/WQ39f6V-I5A/s1600-h/PICT0001.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5251460939916114882" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 290px; CURSOR: hand; HEIGHT: 309px" height="423" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SODv5sOJ-8I/AAAAAAAAAGc/WQ39f6V-I5A/s320/PICT0001.jpg" width="377" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;Sibari&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SN-4420AEMI/AAAAAAAAAGE/vpW7et7b0GU/s1600-h/PICT0051.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5251118977463095490" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 2px; CURSOR: hand; HEIGHT: 10px" height="244" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SN-4420AEMI/AAAAAAAAAGE/vpW7et7b0GU/s320/PICT0051.jpg" width="324" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Sibari non c’è, ma tutti vi fanno riferimento, come se fosse la città capoluogo. E, se Dio vuole, fra non molto lo sarà davvero. La mitica città del lusso e del dolce vivere, conquistata e distrutta dai rudi crotonesi, è destinata a rivivere, a far di nuovo coppia con Taranto ai due vertici del Golfo Jonico.&lt;br /&gt;Di essa ci sono i capisaldi: la stazione ferroviaria, il piccolo centro abitato, l’Hotel Mediterraneo, la Marina, il porto mercantile, l’area archeologica, il casello autostradale, l’infrastruttura stradale ecc. Spetta ora a dei bravi architetti ed amministratori organizzarne il tessuto urbano del futuro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La posizione di S. Demetrio Corone è troppo bella. &lt;em&gt;“Lo sguardo, superando foreste e paesi e fiumi e lunghe strisce di terra coltivata, abbraccia le cime nevose del Dolcedorme e il Mar Jonio. Ma non è tanto la varietà della scena, né la memoria dell’antica Sibari, che accende l’immaginazione, quanto la sua vasta immensità. Pensate, una grandiosa valle in cui l’atmosfera è di così perfetta limpidezza che vi sono istanti in cui sembra di scorgere ogni pietra e ogni cespuglio sulle montagne, a trenta miglia di distanza. E i colori delle nuvole, al tramonto, sono tali da ispirare il pennello di Turner o di Claude Lorraine…”&lt;/em&gt; (Norman Douglas, Vecchia Calabria, Giunti, 1992)&lt;br /&gt;San Demetrio è la capitale degli Albanesi. Quale sorpresa dunque, quando passeggiando per il suo corso, di sera, ci sentiamo all’improvviso salutare con un perfetto e gioioso “Assalamu ‘aleykum”. Era un fratello siriano che ci raccontò d’essere sposato con una albanese di San Demetrio e che ambedue risiedevano in Padania. Le vie di Allah sono infinite: gli albanesi fuggiti dall’Albania invasa dai turchi e riparati nelle Due Sicilie, oggi si ritrovano emigrati in Padania e mogli di musulmani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A Villapiana Lido l’ambulante chiede alle nostre donne perché indossano l’hejab. Non s’era accorto d’avere la risposta sulla sua bancarella: vendeva quadri di Madonne!!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Crotone&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando da Milano, Bologna o Rimini noi foggiani prendiamo il treno per tornare nella nostra amata / odiata Foggia, spesso prendiamo il treno per Crotone. Molti di noi forse non sanno nemmeno dove sia Crotone, fatto gravissimo per quell’ipotetica quanto auspicata coscienza nazionale duosiciliana. Molti altri sapranno che è in Calabria, ma non ci sono mai stati. Fino a poco tempo fa era il caso mio. Spesso ho vagheggiato di Crotone, città mitica (i forti crotoniati che radevano al suolo la molle Sibari!!), ma mai avevo avuto modo di visitarla. Quest’anno, un matrimonio, quello tra il fratello Mahdi, calabrese doc e la sorella Muna, figlia dell’Iran, c’ha dato modo di vedere la Calabria e la stessa Crotone, in particolare il suo famoso Capo Colonna. Ci arrivammo all’ora di pranzo, quando il sole d’agosto era allo zenith e, come suol dirsi, spaccava le pietre, per non dire altro.&lt;br /&gt;Il baretto della zona archeologica, di fronte alla chiesetta e alla torre d’avvistamento, e soprattutto la sua ombra ci ammaliò e ci fece sedere volentieri a bere una bibita fresca; ma io dentro di me scalpitavo: la colonna, la colonna mi chiamava…&lt;br /&gt;La deserta campagna di Capo Colonna, uno dei lembi più deserti della nostra patria duosiciliana, sia in senso vegetativo che abitativo, un pezzo d’Africa in Europa, è inondata di luce. La luce, una delle caratteristiche fondamentali del deserto, qui, nell’ora dei fantasmi meridiani, nel bestiale sole d’agosto, provoca un’aridità allucinante, carica d’abbagli. &lt;em&gt;“L’irruenza di una luce che sottrae ogni cosa a se stessa”&lt;/em&gt; diceva Ungaretti in “Giornata di fantasmi”.&lt;br /&gt;E i fantasmi ci sono davvero. Mentre gli altri continuano a godersi l’ombra della veranda del bar, la mia inquietitudine mi porta ad entrare nella chiesetta:&lt;br /&gt;Nella penombra di quell’atmosfera silente e segreta, scorgo un dipinto che mi riporta indietro nei secoli. Ecco il tempio di Hera Lacinia ancora in piedi, prima che un vescovo lo facesse demolire scientemente, ed in quel fabbricato a volta a botte che affianca oggi la chiesetta, eccovi accampati dei “Saraceni”, arabi o turchi non si sa, e la Madonna che appare, …ma questo è un altro discorso. Il tempio e i Saraceni sembrano materializzarsi, pur dormienti, in quell’ora meridiana. &lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SODuExTRohI/AAAAAAAAAGM/yfaLXv7BNRo/s1600-h/PICT0048.JPG"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5251458931235070482" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 447px; CURSOR: hand; HEIGHT: 319px" height="277" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SODuExTRohI/AAAAAAAAAGM/yfaLXv7BNRo/s320/PICT0048.JPG" width="364" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Fuori della chiesetta, nel dipinto come nella realtà, di fronte al mare turchino, mentre tutta Crotone, distesa ai piedi di aride colline, immersa nel silenzio, sembra sprofondata nel sonno, ecco che tutto si smaterializza.&lt;br /&gt;&lt;em&gt;“Il calore si rovescia in torrenti benigni sopra a questa desolazione; neppure un’ombra di vapore appanna l’orizzonte; non una vela, non un’increspatura interrompe la linea del mare. Si può ascoltare il silenzio. Il sopore avvolge ogni essere della terra: dormono le cime delle colline, e le valli, i promontori, gli affossamenti, e tutte le creature che muovono sopra la nera terra… Un tale torrido splendore, quando imbeve una terra della più austera semplicità, riconduce lo spirito a stati di primitiva soddisfazione e di altrettanto primitiva ricettività. Si delinea nella nostra fantasia una nuova visione delle cose umane, un suggestivo senso di benessere, in cui non trovano posto le sciocche difficoltà e i contrasti del nostro tempo. Liberarsi da questi legami, ritrovare l’affinità con un elementare e vigoroso archetipo, amante della terra e del sole… Come sono felici questi attimi di aureo equilibrio! Si, è un bene lasciarsi sommergere da questa atmosfera aspra e vibrante, nel fulgore meridiano delle cose. E’ questo il mezzogiorno definito dai greci l’ora “pesante”, quando i templi non sono calpestati da sacerdoti né da fedeli: Adesso la chiamano Controra. Uomini e bestie sono incatenati dal sonno, mentre gli spiriti si aggirano intorno. Il demone del mezzogiorno, l’Abitatore dei calmi spazi azzurri… E il genio che indugia su questo antico Capo della Colonna è ingenuo e benigno”&lt;/em&gt;. (Norman Douglas, op.cit., pagg 483/484)&lt;br /&gt;&lt;em&gt;“Il sole cade a piombo, tutto è sospeso e turbato, ogni moto è coperto, ogni rumore soffocato. Non è ora d’ombra né ora di luce, E’ l’ora della monotonia estrema, è l’ora feroce”&lt;/em&gt;. (Ungaretti, La risata del Jinn Rull)&lt;br /&gt;La Realtà Unica si ritrova testimoniata in quel sole che destruttura il tempo e scatena e accomuna tutte le cose. La sua sovrapposizione su tutte le cose comporta la loro identificazione con l’Unico. E’ il sole estremo, il silenzio apocalittico, la fine di tutto.&lt;br /&gt;E’ in mezzo a questo nulla, in questo istante perfetto, appare lei, la colonna. La sua figura è armoniosa, perfetta, e riflette l’anelito divino o addirittura la Divinità stessa.&lt;br /&gt;Gli altri che, abbagliati dal sole, son voluti restare all’ombra del pergolato del bar, si sono persi quest’attimo perfetto che noi abbiamo intuito ed abbiamo fortissimamente voluto assaporare e vivere. Chi ha visto il film &lt;em&gt;“Picnic ad Hanging Rock”&lt;/em&gt; ci capirà. Chi è rimasto al bar ha fatto come le collegiali rimaste ai piedi della roccia per fare picnic. Chi ha raggiunto la colonna sotto quel sole abbacinante ha fatto come quelle ragazze che salirono in vetta alla roccia e come noi ne rimasero &lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SODusQpty5I/AAAAAAAAAGU/KIDrxXLt2T0/s1600-h/PICT0051ter.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5251459609665588114" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 326px; CURSOR: hand; HEIGHT: 419px" height="320" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SODusQpty5I/AAAAAAAAAGU/KIDrxXLt2T0/s320/PICT0051ter.jpg" width="255" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;abbagliate.&lt;br /&gt;La colonna ha una sobrietà, una semplicità, una perfezione di forme che a tutti noi (eravamo in tre, Mahdi, Wassim ed io) ha suscitato le medesime sensazioni. Cosa c’è di islamico in questa colonna? Resto di un tempio costruito dai greci pagani, riutilizzato e poi distrutto dai cristiani? Tutti e tre abbiamo risposto che sono la sua perfezione, la sua unicità, la sua solitudine, nonché il deserto circostante a donargli la capacità di simboleggiare il Dio Unico e a far si che anche questo luogo possa essere indicato come uno dei “luoghi dell’Islam” che andiamo cercando attraverso le terre di Napolitania e Sicilia e che abbiamo già trovato a Segesta, a Selinunte, nella fortezza di Lucera, a Villa Rufolo di Ravello, sulle rocce di Pietrapertosa, a Santa Maria di Siponto, al Foro Italico di Palermo, in piazza del Carmine a Napoli, a Borgo Croci di Foggia e che, con l’aiuto di Dio, cercheremo e troveremo ancora in altri luoghi delle nostre amate Due Sicilie.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/852313666305265408-3353617107010749477?l=laterzasicilia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/feeds/3353617107010749477/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=852313666305265408&amp;postID=3353617107010749477' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default/3353617107010749477'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default/3353617107010749477'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/2008/09/i-luoghi-dellislam-capo-colonna-crotone.html' title='I luoghi dell&apos;Islam - Capo Colonna a Crotone'/><author><name>Mustafa</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05902296973271854838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SODv5sOJ-8I/AAAAAAAAAGc/WQ39f6V-I5A/s72-c/PICT0001.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-852313666305265408.post-1052010626536832902</id><published>2008-08-31T02:20:00.000-07:00</published><updated>2008-09-29T08:19:00.051-07:00</updated><title type='text'>Pietrapertosa, l'Alpujarra delle Due Sicilie</title><content type='html'>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SODxhrACYWI/AAAAAAAAAGk/NLAbEYjESU4/s1600-h/DSCF5431.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5251462726294856034" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" height="301" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SODxhrACYWI/AAAAAAAAAGk/NLAbEYjESU4/s320/DSCF5431.jpg" width="385" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SLpmmMLecQI/AAAAAAAAAFU/nArzI_suLV0/s1600-h/DSCF5431.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5240613922689413378" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 8px; CURSOR: hand; HEIGHT: 4px" height="256" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SLpmmMLecQI/AAAAAAAAAFU/nArzI_suLV0/s200/DSCF5431.jpg" width="293" border="0" /&gt;&lt;/a&gt; Per chi non lo sapesse l’Alpujarra è una regione montana dell’Andalusia dove nel quindicesimo secolo trovarono il loro ultimo rifugio i moriscos ovvero quelli che rimanevano dei musulmani spagnoli perseguitati dall’intolleranza oscurantista che aveva preso il potere nella regione iberica.&lt;br /&gt;I moriscos, in quella terra pressoché irraggiungibile, tra alte vette e mulattiere, riuscirono a resistere ancora un secolo su quel territorio che era diventato la loro patria e che non volevano abbandonare.&lt;br /&gt;Io personalmente l’Alpujarra non l’ho mai visitata, ma da quel poco che ho potuto vedere sul web e dall’immagine fantasiosa e romantica che me ne sono fatto, la immagino come una regione tutta vette e paesini dove si respira un’atmosfera da tetto del mondo, nel senso che più in alto di là non si poteva andare.&lt;br /&gt;Quando questo Ferragosto decidemmo di visitare Pietrapertosa, tutto ci aspettavamo fuorchè di trovare una piccola Alpujarra di casa nostra.&lt;br /&gt;Si, sapevamo che in questo paese, a cavallo tra il nono e decimo secolo, dall’872 al 907, c’era stata una presenza arabo-islamica, ma di questa presenza sapevamo che poco o niente era rimasto, e quindi la nostra maggior aspettativa era riferita all’aspetto paesaggistico della zona nonchè al famoso "Volo dell'Angelo", un cavo steso tra Pietrapertosa e la dirimpettaia Castelmezzano, appeso al quale ci si lancia in un volo di attraversamento "aereo" della stupenda vallata.&lt;br /&gt;Quando siamo arrivati, siamo subito rimasti a bocca aperta per gli attesi aspetti paesaggistici: guglie di rocce appuntite che costellavano il paesaggio e facevano da quinta ad un pugno di case raccolte strette strette e addossate a queste rocce. Ma anche la visita del paesetto non è stata da meno, rivelando anzi aspetti e sensazioni inaspettate. Percorrendo le sue strette viuzze, tra rocce e case che si compenetrano in uno stretto connubio nel quale, in mancanza di emergenze architettoniche, è la natura a farsi monumento, ecco che abbiamo cominciato a sentire quell’atmosfera da tetto del mondo di cui dicevamo prima a proposito dell’Alpujarra. Casette lillipuziane tra le quali s’insinuavano minuscoli orticelli, segno questo di un ambiente che secoli addietro dovette vivere una situazione di "assedio" ovvero di indisponibilità del territorio circostante; portoncini e finestre erano spesso riquadrate con fasce di color azzurro Sidi Bou Said di tipo&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SLpn4frazNI/AAAAAAAAAFc/VpFq6MvcJZg/s1600-h/DSCF5449.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5240615336672939218" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 256px; CURSOR: hand; HEIGHT: 352px" height="203" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SLpn4frazNI/AAAAAAAAAFc/VpFq6MvcJZg/s200/DSCF5449.jpg" width="150" border="0" /&gt;&lt;/a&gt; maghrebino e la più bella di queste finestre ci venne subito di definirla “la finestra sopra il cielo”. Dai pannelli informativi che punteggiavano qua e là le stradine abbiamo appreso gli elementi fondamentali della storia del paesino. Pare che un certo Bomar, evidente italianizzazione di Abu Omar, insieme alla sua gente, forse reduci da Bari, già capitale dell'Emirato pugliese, ma conquistata dai cristiani l’anno prima, e quindi probabili sbandati in cerca di un rifugio, abbiano fondato questo paese e la sua incredibile fortezza posta sulla cima più alta di queste Dolomiti Lucane, costituendo un insediamento arabo islamico che è sopravissuto su questa montagna per non poco tempo. Qui si eran potuti arroccare, più a lungo che altrove, a guardare senza essere visti. Intorno a lui un mondo ostile o quanto meno estraneo anche se, a pochi chilometri l’uno dall’altro, altri “ribat”, altri insediamenti arabo-islamici, come Tricarico, Abriola, Guardia sul Basento punteggiavano la regione e rendevano meno inquietante questa situazione.&lt;br /&gt;Sulle tracce di Abu Omar ci siamo incamminati io e il mio atletico genero musulmano affrontando ostacoli sempre più difficile ed emozionanti. Prima una ripidissima salita seguendo i cartelli turistici che indicavano la rabata (il ribat). Poi la salita già difficile cedeva il passo a due rampe a gomito costituite dall’impalcature dei lavori di restauro della fortezza, impalcature sospese nel vuoto e con il vuoto ai lati, che per chi come me soffre di vertigini e di fifa cronica non erano il massimo della tranquillità. Siamo così arrivati alla fortezza che di integro ha conservato ben poco: qualche torrino, tratti di mura ecc… Il tutto in totale e armoniosa fusione con le rocce che ne costituivano le fondamenta e spesso anche le pareti.&lt;br /&gt;A questo punto rimaneva da percorrere una rampa di scale scavata nella roccia davanti alla quale mi sono piant&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SLpozSFUpNI/AAAAAAAAAFk/MEuZNRBj0Wg/s1600-h/a2.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5240616346635773138" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 247px; CURSOR: hand; HEIGHT: 289px" height="246" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SLpozSFUpNI/AAAAAAAAAFk/MEuZNRBj0Wg/s200/a2.jpg" width="197" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;ato come un mulo, lasciando l’onore al solo ed intrepido genero di raggiungere solitario la vetta.&lt;br /&gt;Ho utilizzato però quei minuti per pensare (cosa che mi riesce meglio dello scalar montagne) e cercare di immaginare quella sparuta popolazione islamica giunta lì a prezzo di chissà quali sacrifici e sfidando chissà quali pericoli, cosa doveva provare guardando quell’infinito panorama di monti e vallate che si estendeva ai loro piedi. Cos’è che gli mancava di più? La loro patria di origine, l’Africa o la Sicilia, verso la quale s’erano ormai tagliati tutti i ponti, oppure la stessa Bari, loro patria d’adozione, con il suo mare e la sua luce mediterranea, e ormai perduta? E che speranze avevano di riuscire a sopravvivere su quelle vette, e per quanto tempo? Per tutta la loro vita, per quella dei loro figli, per sempre? O solo per poco, per poi ripartire, se fortunati, verso un nuovo rifugio? E in quella provvisorietà si dotarono ugualmente di luoghi per pregare, per rivolgere a Dio l’adorazione dovuta, dovunque e comunque, come ad ogni buon musulmano si conviene? Beh, una risposta almeno a quest’ultima domanda forse l’abbiamo avuta, o per lo meno ci piace immaginare di averla avuta. Infatti al di qua della muraglia che guarda la valle, abbiamo notato le basi finemente lavorate di quelli che dovevano essere due pilastroni che fronteggiandosi, dovevano reggere una grande arcata, segno evidente dell’esistenza di una sala non destinata ad usi militari bensì per usi più nobili. Poi sulla parete esterna di questa sala abbiamo notato una nicchia. Non era l’apertura di una finestra perché chiusa verso l’esterno. Inoltre vagamente accennata una forma a cipolla dell’arco della stessa nicchia. Con mio genero ci siamo guardati in faccia e non c’è stato bisogno di parlare. Lui ha tirato fuori dalla tasca l’immancabile bussola che accompagna ogni musulmano quando si reca in luoghi sconosciuti e che serve per individuare la direzione della Mecca (qibla). L’abbiamo posta su una pietra piana e abbiamo aspettato trepidanti che l’ago calamitato si fermasse. Il risultato era quello che speravamo e ci aspettavamo: quella nicchia era rivolta alla Mecca ed era quindi probabilmente il “mihrab” che indicava la "qibla", e quella sala ormai scoperchiata e dalle mura smozzicate doveva es&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SLppQSF7uzI/AAAAAAAAAFs/M79SYmYTbTk/s1600-h/DSCF5960.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5240616844854541106" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 210px; CURSOR: hand; HEIGHT: 290px" height="276" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SLppQSF7uzI/AAAAAAAAAFs/M79SYmYTbTk/s200/DSCF5960.jpg" width="210" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;sere la moschea nella quale i soldati della guarnigione rivolgevano la loro adorazione ad Allah.&lt;br /&gt;Immediatamente quella sala, nella nostra fantasia, si affollò di quei nostri fratelli di tanti secoli fa che s’inginocchiavano, s’inchinavano e si rialzavano eseguendo le loro preghiere. Nonostante tutto, nonostante la loro solitudine, il loro isolamento, il loro sbandamento, il loro legame con Dio non si affievoliva nè si spezzava. &lt;em&gt;“O fratelli nostri, che avete portato la parola di Dio in queste terre, che avete posto la vostra vita al Suo servizio, eccoci qui, siamo venuti a trovarvi, a portarvi una parola di consolazione e di affetto. La vostra avventura non è finita. Siamo qui noi che con l’aiuto di Dio continueremo a portare lo stendardo dell'Islam sulla nostra nobile terra delle Due Sicilie”&lt;/em&gt;.&lt;br /&gt;Quando poi siamo scesi e tornati al parcheggio, abbiamo steso la stuoia accanto alla nostra auto e abbiamo pregato. Chissà se in tutti questi secoli, da quando la gente di Abu Omar abbandonò questi luoghi, qualche altro fratello aveva fatto risuonare i versetti del Corano su queste montagne. Se così non è stato, saremo stati i &lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SLppZIjYOYI/AAAAAAAAAF0/xVdQ_HAvAcA/s1600-h/Fotografie-0252.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5240616996912511362" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 291px; CURSOR: hand; HEIGHT: 196px" height="157" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SLppZIjYOYI/AAAAAAAAAF0/xVdQ_HAvAcA/s200/Fotografie-0252.jpg" width="201" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;primi dopo undici secoli. E la lode sia a Dio che ci ha concesso di vivere questa giornata.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/852313666305265408-1052010626536832902?l=laterzasicilia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/feeds/1052010626536832902/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=852313666305265408&amp;postID=1052010626536832902' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default/1052010626536832902'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default/1052010626536832902'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/2008/08/pietrapertosa-lalpujarra-delle-due.html' title='Pietrapertosa, l&apos;Alpujarra delle Due Sicilie'/><author><name>Mustafa</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05902296973271854838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SODxhrACYWI/AAAAAAAAAGk/NLAbEYjESU4/s72-c/DSCF5431.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-852313666305265408.post-7120737258252148613</id><published>2008-05-27T05:19:00.000-07:00</published><updated>2008-12-10T10:25:49.598-08:00</updated><title type='text'>Blas Infante, l'Islam e l'identità andalusa</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SDwIZn3TX0I/AAAAAAAAAFE/l5xDq-G6aIQ/s1600-h/hornacina.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5205044505624141634" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SDwIZn3TX0I/AAAAAAAAAFE/l5xDq-G6aIQ/s400/hornacina.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;div&gt;&lt;div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;Blas Infante, l’Islam e l’identità andalusa&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;tratto da un articolo di Ali Manzano (www.webislam.com)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Nel 1983 il Parlamento di Andalusia approva all’unanimità il proprio Statuto di Autonomia riconoscendo Blas Infante “come Padre della Patria Andalusa”. Egli riuniva in sè tutte le caratteristiche necessarie per questa figura: martire, assassinato dalla destra “ispanista”, e rappresentante di quell’idea autonomista che la dittatura del generale Franco aveva stroncato.&lt;br /&gt;Me se guardiamo oltre la “icona” di Blas Infante fattaci pervenire dai politici, troviamo un’opera e un pensiero, accompagnati da un’azione sociale, politica e culturale, che sicuramente, nè ai politici di oggi nè a quelli di ieri risulta comoda. Blas Infante fu un “rivoluzionario” che visse e pensò “controcorrente”, rinunciando ai privilegi di cui godeva la sua classe sociale. Appartenente alla borghesia andalusa, egli abbraccia la causa dei braccianti, i discendenti di quei moriscos che la terribile conquista Castigliana lasciò senza terra. Aveva ricevuto una formazione accademica nella quale la storia dell’Andalusia non esisteva, se non attraverso la visione distorta e interessata dei colonizzatori castigliani. Ma egli la rivoltò, fornendoci la chiave e la strada per il recupero della memoria storica, occultata da cinque secoli di cultura imposta. Infine Blas Infante, nato cristiano, si riconosce musulmano, recuperando il “Din” (cammino dell’Islam) dei suoi antenati, la forza vitale di Al-Andalus.&lt;br /&gt;Se rimuoviamo i veli posti sulla nostra mente dai pregiudizi culturali che 500 anni di “guerra contro il moro” e dall’educazione “uniculturalista” imposta, vedremo e comprenderemo il processo e le motivazioni che condussero Infante su du un cammino che poteva condurlo solo e soltanto all’Islam. Sono tantissimi gli andalusi che hanno percorso lo stesso cammino, ma il caso di Blas Infante è particolare essendo improntato ad una qualità affatto comune nell’essere umano: l’intuizione. La sua intuizione lo portò a scoprire tutto un Universo che a noi andalusi era stato celato dopo la conquista Castigliana. Non ci stiamo riferendo soltanto alla storia, tanto diversa da quella che i nostri conquistatori ci hanno raccontato, ma a filosofia, scienza, letteratura, arte, spiritualità… in definitiva, la nostra identità. Nessuno, dalla conquista cristiana in poi ebbe la capacità di enunciare l’essenza dell’Andalusia, l’identità perduta. Solo l'intuizione di Infante fu capace di riscattare quel che i nostri conquistatori, con tanto affanno, tentarono di nasconderci.&lt;br /&gt;L’intuizione porta Blas Infante all’Islam, allo scoprire l’importanza e l’influenza dell’Islam nel movimento rivoluzionario che a partire dal secolo VII iniziò a provocare il risveglio del genio andaluso, fino al fiorire di quella civiltà che fu orgoglio dell’Andalusia e oggetto dell’invidia universale.&lt;br /&gt;Blas Infante fu un “cercatore”, sul piano personale e su quello collettivo. Non smise mai di porsi domande, di cercare risposte che condurranno lui e la sua grande passione, l’Andalusia, sul cammino della liberazione. Questo cammino di liberazione, lo porta a volgere lo sguardo alla storia, a cercare in essa un punto di partenza, e a trovarlo nel periodo storico di maggior splendore culturale, scientífico, sociale e politico: Al-Andalus. Infante voleva dotare il popolo Andaluso dell’orgoglio e dell’identità perduta, come strumento di liberazione, per cui la prima missione che s’impone è quella di riscattare la storia, di dotare l’Andalusia di una interpretazione storica proveniente da se stessa, senza menzogne né interessi ad essa estranei.&lt;br /&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SDv92n3TXwI/AAAAAAAAAEk/UjRxnl50J78/s1600-h/infante2.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5205032909212442370" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SDv92n3TXwI/AAAAAAAAAEk/UjRxnl50J78/s400/infante2.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Nel 1921, studia la storia di Al-Mutamid, il Re poeta di Siviglia e Cordoba, scrivendo il dramma teatrale “Mutamid, ultimo Re di Siviglia”. La “metamorfosi” è iniziata. Il giovane notaio di Casares è rapito dall’Universo andaluso, non si rassegna ad essere un semplice spettatore, ma desidera participare alla esperienza andalusa, interiorizzando l’essenza della filosofia che ne svegliò il genio, abbeverandosi alle sue origini intellettuali, convertendosi nel protagonista del suo dramma teatrale. Inizia così a preparare il viaggio che lo porterà fino alla tomba di Al-Mutamid ad Agmat, vicino Marrakech, per riannodare, dopo una pausa di 600 anni, il filo delle peregrinazioni che da Al-Andalus si recavano a rendere omaggio ad un uomo che rappresentò ed ancora oggi rappresenta il silenzio dell’Andalusia, dell’Islam andaluso.&lt;br /&gt;L’Andalusia, terra a cui l’Islam portò gli arnesi con cui forgiare la libertà, basata sul rispetto di tutte le forme d’intendere la vita e la spiritualità, si ritrova sotto pressione e ingabbiata dai terribili fondamentalismi dei popoli del Nord e del Sud, che ai tempi di Al-Mutamid a Siviglia e di Boabdil a Granada, misero termine al sogno di un popolo che una fredda mattina di gennaio dell’anno 1492 si svegliò schiavo dell’odio e dell’invidia dei popoli barbari del Nord.&lt;br /&gt;Con l’illusione di chi cerca un tesoro, Blas Infante inizia i preparativi del viaggio che lo condurrà sulle orme di Al-Andalus, che nella nostra terra è semi-occultata sotto il tallone di 500 anni di genocidio físico e culturale, ma che in Marocco ancora sopravvive negli edifici costruiti dagli Andalusi e nelle forme culturali ereditate da un’influenza che dura da centinaia d’anni.&lt;br /&gt;Il motore del cambiamento che generò questa civiltà fu l’Islam. Lo incontriamo ogni volta che ci immergiamo nella storia di Al-Andalus, o quando proviamo a conoscere le motivazioni che portarono i nostri avi a produrre questo cambiamento “rivoluzionario” che capovolgendo le strutture economiche, politiche e sociali imposte dalla minoranza Visigota, tirarono fuori l’Andalusia dalla buia Età Media per anticipare il Rinascimento che secoli più tardi e grazie all’influenza Andalusa, sarebbe arrivato in Europa.&lt;br /&gt;Infante era fortemente interessato a conoscere questo “generatore” di civiltà. Non poteva mancare quindi lo studio della lingua nella quale fu scritto il Corano, l’arabo, punto saltato in tutti gli studi dell’opera di Blas Infante, i quali, per aver ignorato l’Islam, non hanno potuto valorizzare l’importanza del dato. L’arabo, lingua del “Corano”, veicolo di trasmissione della “rivelazione Muhammadiana”, è lo strumento del quale si dota l’Islam per impedire la travisazione dei testi coranici.&lt;br /&gt;Con l’apporto dell’arabo e dell’Islam, quello che era nato come un viaggio culturale per rendere omaggio all’ultimo uomo che regnò su di una Siviglia libera, si mutò in qualcosa di molto più intimo…, forse in un metaforico “Hajj”, (pellegrinaggio alla Mecca) quasi a voler adempiere ad uno dei pilastri dell’Islam.&lt;br /&gt;Il viaggio si trasfigura in pellegrinaggio. Supera l’interesse culturale senza tuttavia dimenticarlo. Abbandona ogni frivolezza turistica e va a rendere rispettoso omaggio al Re, adempiendo al rituale disposto nell’Islam.&lt;br /&gt;Nei manoscritti di Infante possiamo vedere l’animo col quale egli si dispone a questo pericoloso viaggio. E’ l’animo di un morisco andaluso, ansioso di incontrarsi con parte della sua storia, con quella che per essergli stata nascosta è la più desiderata:&lt;br /&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SDwHMH3TXyI/AAAAAAAAAE0/IUlDH8-_cq0/s1600-h/Blas+Infante.bmp"&gt;&lt;em&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5205043174184279842" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SDwHMH3TXyI/AAAAAAAAAE0/IUlDH8-_cq0/s400/Blas+Infante.bmp" border="0" /&gt;&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;“&lt;/span&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;Più di un milione di nostri fratelli, di andalusi espulsi ingiustamente dalle loro case avite - le cause dei popoli non vanno mai in prescrizione – sono sparsi da Tángeri a Damasco. Il ricordo della Patria, lungi dallo sfumarsi, si ravviva giorno dopo giorno. Io ho convissuto con essi, ho sofferto con essi, ho respirato con essi la speranza della nostra comune redenzione perché questa redenzione o sarà comune o non ci sarà mai.&lt;br /&gt;Nell’anno 1924 mi decisi a riannodare (il filo de) i pellegrinaggi che i nostri avi fecero per un certo tempo alla tomba di uno degli uomini più rappresentativi dello spirito della nostra terra, Abu-l-Qasim ibn Abbad, vero re di Siviglia, Córdoba, Málaga e Algarve. L’ultimo pellegrino era stato un figlio della mia montagna di Ronda, Alkhatib, ministro del sultano di Granada, nel secolo XIV. Sei secoli senza che l’Andalusia inviasse il suo “saluto” attraverso uno dei suoi figli al sepolcro del Re poeta che morì in esilio lontano, invocandola nei suoi dolorosi versi.&lt;br /&gt;Grazie ad una serie di fortunate coincidenze giunsi a trovare la tomba del Re nel cimitero in rovina di Agmat, al sud di Marrakesh, sulle pendici dell’Alto Atlante.&lt;br /&gt;Non avevamo altre armi né altra scorta né altra bussola che il nostro entusiasmo e il nome di Al-Andalus che disperdeva i timori e acquietava le tensioni che la nostra audacia risvegliò a volte e ci apriva le porte di quei contadini di montagna che furono tanto prodighi d’ospitalità”.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;Nel contatto con questo popolo marocchino, emigrato in Maghreb per conservare lingua, costumi e pratiche (religiose) islamiche, Infante trova l’anello mancante tra la mitica e rimpianta Al-Andalus, celata dalla pesante coltre della conquista castigliana, e l’Andalusia della sua epoca. Qui, in Marocco, di fronte a innumerevoli e impressionanti vestigia dell’arte andalusa, e in compagnia dei discendenti dei moriscos Andalusi, Infante incontra la vera dimensione di popolo, di nazione:&lt;br /&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;“Il popolo andaluso fu scacciato dalla sua Patria dai re spagnoli; alcuni vivono ancora uniti, ma in paesi stranieri; altri, quelli che restarono e quelli che tornarono, i braccianti moriscos che abitano l’antica casa avita, sono esclusi inesorabilmente dalla terra che ancora è signoreggiata dai conquistatori. Ed è necessario unire gli uni agli altri. I tempi saranno ogni giorno sempre più propizi”.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;“(Al-Mutamid) fu l’ultimo Re indigeno che rappresentò degnamente e brillantemente una Nazionalità e una cultura intellettuale che soccombettero sotto la dominazione dei barbari invasori. Si ebbe per lui una specie di predilezione come per il più giovane, come per il beniamino di questa numerosa famiglia di principi poeti che abbiano regnato in Al-Andalus. Se ne avvertì la mancanza, come l’ultima rosa della primavera”.&lt;br /&gt;“Non sono forestiero a Marrakesh. I mori andalusi predominano nella composizione etnica della medina musulmana. (…) Marrakesh è per il mio pellegrinaggio, il limite della terra Santa, del Tempio. Ora, i riti vivono. Ora l’anima prega, accesa di religioso fervore. Ho indossato il “hizam” del pellegrino. Faccio una abluzione alla fontana della storia, con fecondi valori, figlio di una cultura che si pretese d’accecare e che divenne sotterranea e di discorso oscuro”.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;Il 15 di Settembre del 1924 Blas Infante giunge al culmine del suo viaggio davanti alla tomba di Al-Mutamid. Quel che in principio fu un viaggio culturale, attraverso l’impronta storica di Al-Andalus, si era convertito in un incontro “spirituale”, un viaggio che potremmo definire “iniziatico”. A partire da qui, Blas Infante non tornò più ad essere lo stesso. Si era incontrato con la ricchezza di un Al-Andalus vivo nei discendenti dei moriscos, e con un Islam che non era soltanto nei libri, che era sufficientemente vivo per sentirlo, nella maniera in cui solo un “mumin” (credente) può farlo, intuendolo con il cuore che s’abbandona in Allah. Davanti alla tomba di Al-Mutamid, Infante ripete il rituale che si compie alla Mecca, come sua particolare forma di adempiere ad uno dei cinque pilastri obbligatori dell’ Islam: il Hajj o pellegrinaggio. Così Infante compie sette giri attorno alla tomba di Al-Mutamid, in senso opposto a quello delle lancette dell’orologio, a somiglianza dei sette giri che i pellegrini musulmani compiono alla Mecca intorno alla Kaaba.&lt;br /&gt;Il 15 Settembre 1924 (Infante) recita la Shahada in una piccola moschea di Agmat, adottando il nome di Ahmad. Testimoni dell’atto con il quale egli si riconosceva musulmano, furono due andalusi nati in Marocco e discendenti dei moriscos: Omar Dukali e l’altro della kabila dei Beni-Al-Ahmar.&lt;br /&gt;Il cammino che conduce Infante all’Islam, può sembrare strano a molti. Ad altri può sembrare una stravaganza permessa solo ai geni, prodotto dall’ammaliamento che Al-Andalus ha esercitato in molti personaggi nel corso della storia, o un tentativo di imitare quei re andalusi, che Infante tanto ammirava.&lt;br /&gt;Ma noi che abbiamo seguito il suo stesso cammino, - Al-Andalus ci ha portato all’Islam - sappiamo della forza interiore dell’Islam e degli effetti prodotti dall’interiorizzazione di tutta una filosofia e di una forma d’intendere la vita, la creazione e la spiritualità, in base al compromesso con certi valori.&lt;br /&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SDwHkn3TXzI/AAAAAAAAAE8/fphzYBBRLRc/s1600-h/luces(1).jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5205043595091074866" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SDwHkn3TXzI/AAAAAAAAAE8/fphzYBBRLRc/s400/luces(1).jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;La sua relazione con l’Islam non si ferma ad Agmhat. Continuerà per tutta la sua vita, nei suoi scritti, nel suo modo di intendere la vita e nei suoi atti, con un compromesso rinforzato per e con la sua gente, la sua patria, il suo Din (cammino dell’Islam), che lo condurrà a vivere la stagione più produttiva della sua vita, tanto a livello letterario che politico, verso la divulgazione della storia e della cultura andalusa, nel suo intento di dar corso alla battaglia nel campo in cui i conquistatori più danno ci avevano arrecato, il campo della cultura.&lt;br /&gt;Il suo interesse per riscattare la cultura andalusa lo porta a compiere un questo gran lavoro culturale nel quale è compresa, tra le altre cose, la richiesta al governo della restituzione della Sinagoga di Toledo alla Comunità Ebraica e della Moschea Aljama di Cordoba a quella Islamica. Una campagna a favore della costruzione di una moschea a Siviglia “non con animo di fare professione o confessione di una determinata religione, bensì con l’obiettivo di affermare la libertà e la pluralità religiosa, elementi di sintesi della Storia dell’Andalusia”, in lotta contro il pregiudizio contro il “moro” che cinquecento anni di acculturazione avevano impregnato il popolo Andaluso.&lt;br /&gt;Lavoriamo con somma cautela su questi principi perché l’Andalusia torni ad essere ispirata dal suo proprio genio e perché noi, &lt;em&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;“gli andalusi, torniamo ad essere quel che fummo”&lt;/span&gt;.&lt;/em&gt; &lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/852313666305265408-7120737258252148613?l=laterzasicilia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/feeds/7120737258252148613/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=852313666305265408&amp;postID=7120737258252148613' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default/7120737258252148613'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default/7120737258252148613'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/2008/05/blas-infante-lislam-e-lidentit-andalusa.html' title='Blas Infante, l&apos;Islam e l&apos;identità andalusa'/><author><name>Mustafa</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05902296973271854838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SDwIZn3TX0I/AAAAAAAAAFE/l5xDq-G6aIQ/s72-c/hornacina.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-852313666305265408.post-8924701055349589308</id><published>2008-05-16T23:15:00.000-07:00</published><updated>2008-12-10T10:25:50.600-08:00</updated><title type='text'>Due Sicilie: passato, presente e futuro</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SDAYKhfnf7I/AAAAAAAAADs/VOhSET0b_80/s1600-h/Storia_delle_Due_Sicilie_De_Sivo.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5201684138681663410" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 311px; CURSOR: hand; HEIGHT: 383px" height="407" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SDAYKhfnf7I/AAAAAAAAADs/VOhSET0b_80/s400/Storia_delle_Due_Sicilie_De_Sivo.jpg" width="363" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Nicola Zitara è un grande intellettuale e storico della nostra patria siciliana. L'articolo che segue, che ho ritrovato su di un forum, è una perfetta analisi storica e culturale delle Due Sicilie. Detto articolo, che mi sono permesso di sfrondare e schematizzare un po' per renderlo più fruibile - non me ne voglia Zitara - ha , tra le altre cose, il pregio di mettere a fuoco qualcosa che intuivo, ma non riuscivo a mettere a fuoco (qui sta la differenza tra una persona comune come me ed un intelletuale come Zitara): &lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;il concetto di Continente Mediterraneo&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. L'ho fortemente sentito questo concetto di fronte al mare di Mazara, Selinunte, Marinella. Quel mare non doveva essere un ostacolo nè un confine, come oggi è, quanto piuttosto il centro, la piazza principale di questo continente, dei quali le Sicilie ne sono una importante quinta di sfondo. E le case di Marinella, abbarbicate al costone, sembravano tante persone che scrutavano l'orizzonte in attesa del ritorno di qualcuno o di qualcosa che gli (ci) era stato strappato con la forza.&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Vi auguro una buona e proficua lettura.&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Mustafa&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;COMINCIAMO!&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;di Nicola Zitara (da "Due Sicilie" n. 6 (nov/dic 2005)&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;La storiella delle Due Sicilie destinate a far da ponte tra l'Europa e l'Africa è dura a morire.&lt;br /&gt;La realtà è che più che fare da ponte con l'Africa, le Due Sicilie rischiano di finire esse stesse in Africa. Quest’asserzione, per quanto vera, viene utilizzata dall'intera classe politica per incitare i siciliani a non essere insofferenti e ad avere pazienza.&lt;br /&gt;Molti, nel constatare lo strano e persistente fenomeno del dualismo italiano, (un paese a due velocità) non riesce a darsi altra spiegazione che quella di un siciliano aggrappato a costumi antichi e selvaggi. Idee del genere sono alquanto diffuse. La proverbiale diffidenza verso di noi è persino cresciuta di tono. Ma poi, perché sorprendersene quando noi stessi siamo tanto severi con noi stessi? Spesso vorremmo essere milanesi, genovesi, torinesi. I giovani nati in Padania da genitori siciliani si affrettano a giustificarsi: "Sí, è vero, i miei genitori sono siciliani, ma io sono nato qui!"&lt;br /&gt;Noi popoli delle Due Sicilie abbiamo introiettato la dipendenza. Ma questo fenomeno incontestabile non spiega la ragione del perché siciliani e padani si sentano nemici nel profondo.&lt;br /&gt;Secondo i padani e la “versione ufficiale” (e con i siciliani a dargli spesso ragione) l'italiano 'vero' sarebbe il tosco-padano. Gli altri riescono si e no ad esserne una mal riuscita imitazione. Centocinquant’anni di vita unitaria non sono bastati a superare i presunti 'ritardi storici' che le Due Sicilie portavano con sé e che i 'perfidi' Borbone, 'nemici di ogni progresso', non vollero affrontare. Siamo gente perduta, non redimibile.&lt;br /&gt;Chi si limita a giudicare il presente, di regola addebita la colpa dei «mali del Sud» alla rapacità dei gruppi dirigenti e degli uomini di governo. Tuttavia una più matura riflessione porta a non separare il presente dal passato.&lt;br /&gt;Partiamo da una constatazione. È noto che le Due Sicilie ebbero momenti di grande splendore durante i quali registrarono autentici primati civili e culturali. I principali di questi momenti furono la Magna Grecia, il Medio Evo e l’epoca dei Borbone. Il primo è universalmente riconosciuto e non disturba i sonni di nessuno; sugli altri si mette invece la sordina. Essi sono noti agli addetti ai lavori, ma vengono taciuti o sminuiti verso l'opinione pubblica.&lt;br /&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SC7JWhfnf0I/AAAAAAAAAC4/IR9zxwro9HY/s1600-h/PICT0051ter.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5201316008444788546" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" height="415" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SC7JWhfnf0I/AAAAAAAAAC4/IR9zxwro9HY/s400/PICT0051ter.jpg" width="316" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;1) L’età antica e la Magna Grecia&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Di Magna Grecia ci riempiamo la bocca, ma quando si va a cercare quello che fu e come finí, la visione si annebbia. Siamo intorno al 300 a.c. Atene e le altre città greche vanno decadendo. C'è una sola strada per rinascere, quella d'incettare nuove risorse. La civiltà ellenica si espande allora in tutto il Mediterraneo. Dovunque, lungo le sue sponde, fiorisce una cultura fine e moderna, non più nazionale o nazionalista, l'ellenismo. Il &lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;Continente Mediterraneo&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; non ha frontiere. Le capitali della vasta comunità sono Alessandria (d'Egitto) e Siracusa.&lt;br /&gt;Domanda: Chi distrusse quella grande civiltà che aveva portato i territori del Sud Italia a un livello di civiltà più avanzato dell'attuale? Dispiacerà sentirlo, ma la risposta è: Roma! Ma perché tanta barbarie? Perché ammazzare Archimede, il fondatore delle scienze fisiche, un uomo di cui Copernico, Newton ed Einstein sono solo i continuatori?&lt;br /&gt;Il motivo è che solo al Sud Roma avrebbe trovato le risorse necessarie per difendersi dai barbari padani. In verità Roma non distrusse soltanto Cartagine, come si legge comunemente nei libri di scuola, ma anche la civiltà e soprattutto la libertà del mondo italico, e utilizzò il primo disastro storico del Sud per finanziare la romanizzazione della Valle Padana, per edificare una cinta muraria intorno a Piacenza e per recingere un castrum che in appresso si chiamerà Mediolanum.&lt;br /&gt;Roma inaugura una bilancia politica e culturale valida ancor oggi: i costi da affrontare per innalzare il Centro-nord, vanno scaricati sul Sud. È tutt'altro che vero che Roma abbia unificato la penisola. Amor di patria (italiana) pretende che nozioni dei genere siano nascoste alle menti d&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SDAEXhfnf3I/AAAAAAAAADQ/cJxCBc5vMmU/s1600-h/castel+del+monte.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5201662371787407218" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SDAEXhfnf3I/AAAAAAAAADQ/cJxCBc5vMmU/s400/castel+del+monte.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;ei giovani. Inquinerebbero l'albero genealogico dell'elmo di Scipio!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;2) Il Medio Evo ed il Regno di Sicilia&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;La morte in battaglia di Manfredi parla chiaro circa la concezione politica, che ispira da sempre gli altri 'italiani'. Nell'occasione di questa seconda aggressione, Roma non è sola. Le stanno attorno i Comuni tosco-padani (i guelfi) ingordi di prede siciliane.&lt;br /&gt;Sopraffatto dai barbari nel quinto secolo dell'era volgare l'Impero Romano d'Occidente crolla. Qualche decennio dopo arriva in Italia l'esercito inviato da Giustiniano, l'imperatore romano d'Oriente. Nel tentativo di non perdere definitivamente l'Italia in mano ai barbari europei e agli arabi, i bizantini rimangono in Italia seicento anni, dal Quinto all'Undicesimo secolo d.C. Sono i secoli bui. Dei tempi in cui l'Italia viveva riccamente, in virtù dei tributi che Roma estorceva in tutto l'impero, è rimasto poco o niente. Persino il ricordo del passato si è offuscato. Soltanto i colti ne sanno qualcosa: notizie di seconda mano, mediate dagli storici greci e arabi. L'Italia è impoverita, imbarbarita. L'agricoltura, la manifattura, le città sono tornate duemila anni indietro. L'ignoranza dilaga.&lt;br /&gt;ln questo panorama desolato, soltanto al Sud si conserva, per effetto del legame con l'Oriente, qualcosa del vecchio ordine - per esempio gli scambi di mercato, la produzione artigianale, gli elementi imbalsamati dell'antico sapere. Ancor più fortunata la Sicilia, che vede restaurata l'antica civiltà ad opera degli arabi. Se pu in decadenza, il Sud non cade nella barbarie dominante al di là del Garigliano. Lo testimoniano cento cose. Ne elenchiamo qualcuna.&lt;br /&gt;A fondare e ad operare nei primi centri di livello universitario che il Papato avvia - Grottaferrata e Montecassino - sono dei monaci arrivati dal Sud Italia. La centralità del Sud nell'esportazione di manufatti, che venivano richiesti da re, imperatori, baroni e vescovi barbarici, è largamente attestata. Accanto alla splendida Palermo e alla altre città siciliane, fioriscono Napoli, Amalfi, Bari, Mola, Rossano. Sui territori in mano ai bizantini, i centri marinari godono di una considerevole autonomia privata, e qualche volta politica. I marmi che i papi romani importano per edificare nuove cattedrali vengono trasportati da navi amalfitane. La flotta di Amalfi si schiera in battaglia nelle acque di Ostia, a difesa del papa, e batte i saraceni. L'architettura e la scultura decorativa dell'età classica trovano alimento nella ricchezza dei commerci. Chi ha qualche dubbio su questi primati può facilmente toglierselo leggendo qualche pagina del fiorentino Giovanni Boccaccio e, se non sa leggere, facendosi un giro turistico per la Terra di Bari e il Salento, per fortuna risparmiati dai terremoti che, altrove, hanno distrutto quasi tutto.&lt;br /&gt;Come e perché si esaurì questo corso, se non propriamente grandioso, quantomeno promettente?Anche in questo caso fu la stessa Italia a concepire e a condurre l'operazione d'annientamento. La vicenda è connessa con le Crociate. Il Sud del tempo è una società aperta, &lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;la gente non fa questione di pelle, è tollerante in materia religiosa&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, i cattolici seguono il rito ortodosso, la messa viene celebrata in greco, l'imperatore d'Oriente ha il diritto di mettere una mano nella nomina dei vescovi, i monaci basiliani si sono insediati nei centri jonici e in Sicilia, in molti luoghi si parla greco e non si raccolgono oboli da mandare a Roma. Gli stessi arabi al Sud non sono accolti male, anche perché le loro scorrerie non sono peggio dei saccheggi dovuti ai barbari insediatisi in Italia. Ultima ciliegina: il papa, integratosi nella logica dei regni europei, non gradisce le interferenze dell'imperatore romano d'Oriente. I papi e i re d'Europa pensano che a migliore difesa dell'Europa e del Papato sia necessario &lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;spezzare il Continente Mediterraneo&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, (qui si fa nascere il conflitto di civiltà!!). E siccome il Sud ne è la punta avanzata, bisogna che esso diventi una &lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;colonia d'Europa&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;!&lt;br /&gt;Il compito viene affidato ai normanni. Questi, una volta padroni di questa terra mostrano una forte perplessità ad imbarbarirla. Essi allora non solo non la conducono in rovina, ma se ne fanno ammaliare arricchendola vieppiù. Poi, a mettere in serio pericolo il disegno di partenza vi è l’esaurimento della dinastia regnante che porta sul trono di Sicilia Federico II, erede anche del trono imperiale. Il nuovo re, obbedendo alle istanze provenienti dalla progredita collettività siciliana, progetta, per primo al mondo, uno Stato modello: laico, robusto nelle istituzioni e aperto al progresso. Ma è proprio quanto non vogliono la Chiesa e i tosco-padani. Federico viene fortemente contrastato. Non vince e non perde, anche perché muore ancora giovane. La Chiesa dichiara la Crociata contro il Regno di Sicilia (unico caso di Crociata contro un paese cristiano, ma amico dell’Islam!). Suo figlio Manfredi perisce eroicamente in battaglia. Gli altri successori di Federico cadono per mano francese-angioina. Per il concerto delle nazioni barbariche (una sorta di “comunità internazionale ante litteram!) e per i “liberi” comuni padani &lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;il Regno di Sicilia sale alla dignità di colonia d'Europa!&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;A poco vale l’eroica rivolta del Vespro Siciliano, se non a rendere indigesto il boccone. Nei cinque secoli compresi tra il tempo in cui Dante era un giovanetto (1280) e quello in cui si spegne Giambattista Vico (1744), il Sud percorre un cammino a ritroso, taglieggiato com'è dai baroni f&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SDAEFhfnf2I/AAAAAAAAADI/lsYvRzDPCFY/s1600-h/caserta.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5201662062549761890" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SDAEFhfnf2I/AAAAAAAAADI/lsYvRzDPCFY/s400/caserta.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;rancesi e spagnoli, e impoverito dalle usure genovesi e fiorentine.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;3) I Borbone ed il Regno delle Due Sicilie&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Il ritorno all'indipendenza nazionale, nel 1734, è il risultato del 'illuminismo napoletano' di cui la dinastia borbonica si propone come garante e guida operativa. I Borbone si propongono di riportare il paese alla modernità commerciale e industriale e di difenderlo dalla politica di rapina di Inghilterra e Francia, nascosta come al solito dietro lo sventolare di bandiere liberali e ugualitarie.&lt;br /&gt;Naturale quindi che l'indipendenza delle Due Sicile sotto l’ombra protettiva dei Borbone sia mal digerita da Francia e Inghilterra. Una tacita congiura tra eroici “patrioti”, scaltri politicanti e incalliti diplomatici, stronca l'intelligente e generoso tentativo di modernizzazione. &lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;Le Due Sicilie cessano d’esser tali e diventano “il Sud”&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. Riprecipitano nelle grinfie della politica europea, impostata sulla crescita attraverso la colonizzazione, e diventano nuovamente un territorio di pascolo aperto alle usure tosco-padane.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le fatiche di poeti e studiosi e l’opera della Chiesa romana hanno fatto si che gli italiani elaborassero una lingua (quasi) comune e sedimentassero una tradizione consimile.&lt;br /&gt;Ma non unitaria. Le due parti del paese sono state assieme politicamente soltanto per qualche secolo, dal regno di Tito a quello di Costantino. Sin dal tempo della prima colonizzazione greca esistono due formazioni sociali, due Italie, una che viene dal mare e una nata dalla terra. Roma, alle origini città etrusca o largamente etrusca, si è estesa verso nord, fin oltre le Alpi, ed è ancora la postazione più meridionale del “continente Europa”.&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;A sud di Roma, la società si apre quando arriva un contatto dal mare, e si gela quando il contatto arriva da nord.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; Quest’alterità, questo scontro di faglia tra il “Continente Europa” e il “Continente Mediterraneo” si manifesta lungo il confine delle Due Sicilie. Basta guardare una cartina geografica, per rendersene conto. Tra il reticolo metropolitano che si affaccia sul Golfo di Napoli e quello della Bassa Padana, c’è tutta una zona a bassa intensità abitativa che oggi trova eccezione in Roma Capitale, ma che fino a non molto tempo fa era uniforme (prima dell’Unità Roma era poco più di un paesello). Quindi due formazioni sociali scarsamente comunicanti fra loro, e solo debolmente integrate sul terreno politico e sociale ad opera della Chiesa romana.&lt;br /&gt;Il nostro Sud dunque non è mai stato Europa, ma una colonia d'Europa. Il generoso tentativo di Federico II di fare dello Stato un'opera d'arte si è esaurita con l'inconsistenza di un sogno. Il progetto dei Borbone di allentare la morsa della colonizzazione europea, si è spenta con il tradimento della classe baronale e sotto l'onda del loro finto liberalismo.&lt;br /&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SC7Krhfnf1I/AAAAAAAAADA/SB_lQi1D6zQ/s1600-h/PICT0134.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5201317468733669202" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SC7Krhfnf1I/AAAAAAAAADA/SB_lQi1D6zQ/s400/PICT0134.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Ed eccoci all’oggi in cui non c'è un solo aspetto della vita sociale che non sia impantanato. La disoccupazione imperversa sin dal giorno in cui i bersaglieri instaurarono l'ordine padanista nelle Fonderie di Mongiana e nello stabilimento di Pietrarsa. Da quel lontano anno il Sud italiano ha ininterrottamente prodotto milioni di disoccupati e interminabili eserciti di emigranti. Ma anche questo sogno “esogeno” oggi è off limits, così come è inconcepibile mettere in atto l'altro corno dello storico dilemma 'o emigranti o briganti'. Il sistema politico italiano prevede che l’autonomismo, o federalismo che dir si voglia, e i relativi eventuali moti popolari possano avere dignità politica solo se ispirati e diretti dai partiti padanisti.&lt;br /&gt;Quanto ai politici del Sud, non c'è da fare assegnamento. Il sistema italiano non lascia loro altro spazio che l'uso inverecondo del pubblico danaro. Le cose stanno anche peggio fra la gente comune. Quanto alle aziende private meridionali, esse hanno la teorica libertà di sopravvivere, ma soltanto negli spazi lasciati vuoti dal capitalismo tosco-padano.&lt;br /&gt;L'abbassamento della curva dei salari e la confisca di stipendi e pensioni, collegata alla circolazione dell'euro, completano il disastro.&lt;br /&gt;È immaginabile che tutti questi fattori negativi possano far scoppiare qualche disordine, ma in mancanza di un progetto politico alternativo, tutto quel che il Sud otterrà sarà qualche lacrima di cordoglio in un editoriale del 'Corriere della Sera' e un titolo a tutta pagina su 'Il Manifesto'.&lt;br /&gt;Nessuno può dire quel che accadrà domani. Continuando a scambiare l'effetto per la causa, la mafiosità potrebbe dilagare come l'unica, possibile fonte di sopravvivenza.&lt;br /&gt;Danni ancora peggiori fa l'idea che il Sud debba modellarsi di più e meglio sull'ltalia restante. Il coordinamento romano continua a proclamare, come modello da seguire, quello tosco-padano, ben sapendo che esso non si attaglia alla natura dei popoli della Napolitania (la storica Ausonia) e della Sicilia. Un disastro che dura da 150 anni lo dimostra a sufficienza. Le Due Sicilie sono un paese grande, con una sua storia antica. Come l'India e come la Cina, che avvizzirono sotto la dominazione o l'influenza inglese, e una volta libere sono rifiorite cosi le Due Sicilie, portate al disastro dal governo unitario, riacquisterebbero voce e anima, solo se e quando torneranno libere e indipendenti, o quanto meno autonome.&lt;br /&gt;L'idea che viviamo una condizione coloniale è chiara nella mente di tutti, ma non si sa come uscirne. Ora, dacché mondo è mondo, dal colonialismo non si esce mai per iniziativa del colonizzatore - nel nostro caso di Roma e consorti tosco-padani - ma in seguito a un processo di liberazione e decolonizzazione.&lt;br /&gt;Avverrà sì o no? Come avverrà? Quando avverrà? Nessuno può dirlo. La risposta è nelle mani di Dio. Noi possiamo fare soltanto il nostro dovere di patrioti, di figli di questa terra, di uomini e donne di questo popolo, di padri e madri di altri napolitani, di altri siciliani, a cui potrebbe toccare in sorte la stessa impotenza e le stesse umiliazioni che noi abbiamo patito e patiamo. Il debito di amor patrio, che abbiamo verso di noi e con il mondo, non lo assolveremo da barbari e ingordi di saccheggi liberisti e consumisti, ma da esseri pensanti. Lo faremo con la giusta umiltà dell'inerme, ma anche con &lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;l'orgoglio di sentirci pronipoti di Archimede, di Manfredi, di Antonio Genovesi, di Ferdinando II, di Carmine Crocco&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il nostro primo dovere sta nell'immaginare un'alternativa al presente che sia coerente con i veri bisogni della nazione siciliana. Il primo dei quali è sicuramente un lavoro. Il quadro economico a cui dobbiamo fare riferimento è quello al quale la politica delle potenze europee ci ha strappato: il Mediterraneo.&lt;br /&gt;Il Mediterraneo sta tornando ad essere un crocevia di commercio con l'Africa e con l'Asia. Se resteremo nel quadro nazionale italiano, questa sarà per noi un'occasione perduta. E non perché l'ltalia vorrà tenersi fuori da questa rinascita mediterranea, ma perché i centri nevralgici dei movimento saranno dirottati dalle forze politiche verso Livorno, Genova, Trieste, Venezia. Basti l’esempio di come Ancona sia riuscita a divenire in pochi anni capolinea dei collegamenti con la Grecia, a discapito del naturale e tradizionale approdo di Brindisi.&lt;br /&gt;La Napolitania e la Sicilia hanno gli uomini capaci e le risorse economiche necessarie per portarsi ai livelli più moderni in tutti i settori della produzione. Il fattore che manca è la libertà statuale. Per questo motivo, è supremamente importante la capacità politica e la serietà dei futuro governo siciliano.&lt;br /&gt;Il paese, il nostro paese, le Due Sicile, ha bisogno di un punto fermo. Legge e ordine: e non nel senso reazionario, ma in quello della consapevolezza dei doveri personali verso la collettività. &lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;In particolare i giovani vanno riportati al senso dell'onore, dei rispetto di sé e degli altri, all'amore per il lavoro e per il sapere, al senso critico.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;Dove c'è lavoro, prosperità e sapere, crescono spontaneamente la cultura e l'arte.&lt;br /&gt;Oggi c'è solo dolore e vergogna. Cominciamo! Non sarà facile, ma non c'è altra scelta. Che lo spirito dei nostri maestri ed eroi poggi una mano benevola sul futuro di questa nostra sventurata nazione. &lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/852313666305265408-8924701055349589308?l=laterzasicilia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/feeds/8924701055349589308/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=852313666305265408&amp;postID=8924701055349589308' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default/8924701055349589308'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default/8924701055349589308'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/2008/05/passato-presente-e-futuro-delle-due.html' title='Due Sicilie: passato, presente e futuro'/><author><name>Mustafa</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05902296973271854838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SDAYKhfnf7I/AAAAAAAAADs/VOhSET0b_80/s72-c/Storia_delle_Due_Sicilie_De_Sivo.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-852313666305265408.post-3937674575633669424</id><published>2008-05-04T08:54:00.001-07:00</published><updated>2008-12-10T10:25:51.763-08:00</updated><title type='text'>Un paese quasi islamico</title><content type='html'>&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SB3hGpC3ZJI/AAAAAAAAACo/GHzqSdXaIxg/s1600-h/lacasadelmelograno.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5196557049268757650" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SB3hGpC3ZJI/AAAAAAAAACo/GHzqSdXaIxg/s400/lacasadelmelograno.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;div&gt;&lt;div&gt;&lt;div&gt;&lt;div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;Un paese quasi islamico&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#000099;"&gt;Sono stanco di usare un’espressione soltanto geografica per indicare una realtà complessa. Sono stanco di definire la mia terra come “Italia meridionale”. Bene ha fatto Bossi a coniare per la “sua” terra, l’Italia settentrionale, il nome di Padania. Per una terra il nome è tutto. Esso deve evocare non solo la sua collocazione geografica, ma la sua storia, la sua cultura, il suo modo di vivere, di essere, tutto. Togliete il nome ad un paese e gli avete tolto tutto. Come manifesteremo l’orgoglio di essere figli di una terra se non ne possiamo pronunciare il nome?Ogni cosa oggetto d’ amore ha bisogno di un nome da sognare, evocare, pronunciare, scandire. Questo vale ancor di più per una terra, per amarla, evocarla, sognare il suo riscatto, la sua rinascita, la sua affermazione. E’ per questo che (per ora) definirò la mia terra, quella che va dall’Abruzzo alla Stretto, con lo storico nome di “Ausonia”; e per indicare il suo essere un tutt'uno con la Sicilia dirò “Ausonia e Sicilia” oppure "Due Sicilie”.&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#000099;"&gt;Veniamo al dunque. Vorrei parlare della costiera amalfitana dove ho trascorso 10 bellissimi giorni di vacanza la scorsa estate. Questo soggiorno mi ha consentito di conoscerne degli aspetti a me sconosciuti e quindi sorprendenti.&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;Furore&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;La nostra “residenza” è a Furore, “il paese che non c’è”. Esso infatti si sviluppa lungo tutto lo strapiombo che da Agèrola giunge ripido e rapido fino al mare. Non ha una piazza, un passeggio, un lungomare; no, le sue case sono aggrappate alla montagna strapiombante, e vi si accede dagli infiniti tornanti che da Amalfi salgono ad Agèrola. Alla definizione ufficiale noi ne abbiamo aggiunta un’altra: “un paese con i piedi nell’acqua e la testa tra le nuvole”. Infatti, una domenica siamo saliti ad Agèrola, paese che inizia laddove finisce il dirupo e inizia l’altopiano. Ebbene, mentre la parte bassa di Furore, ovvero la costa ed il suo magnifico fiordo, era immersa nel caldo sole agostano della costiera, le sue ultime case, poste alla sommità del monte, al confine del territorio di Agèrola, erano immerse nelle nubi rimaste incagliate su quegli alti picchi. Ne derivava un’atmosfera novembrina davvero piacevole oltre che surreale. Molte delle case di Furore sono formate da cellule abitative quadrilatere con copertura a botte, tipologia che poi abbiamo riscontrato in chiave più monumentale anche nel chiostro del Paradiso di Amalfi e nelle chiese arabo-sicule di Ravello. Ebbene queste case dal vago gusto arabo, si chiamano monazzeni, parola che dicono provenga dal greco “vivere in solitudine”. Però è evidente anche l’assonanza tra monazzeni e manazil, che in arabo sta per “stazioni, approdi, casali”. Tali sono infatti queste costruzioni, dei luoghi dove fare sosta, magari quando il mare ingrossa e non consente di raggiungere il porto. Da manazil o monazil a monazzeni il passo sarebbe breve. E’ un segno, una traccia. Del resto il toponimo manazil era diffuso anche in Sicilia per indicare i casali con cui gli arabi popolarono un territorio dapprima desolato. Manzil (singolare di Manazil) Hindi era l’antico nome di S. Margherita Belice, e Misilmeri è la distorsione dell’arabo Manzil-Amiri, il casale dell’Emiro.&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;Amalfi&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Qui non si vedono immigrati, nè musulmani nè tanto meno cristiani. Non vediamo le classiche bancarelle degli ambulanti marocchini né i negozi di chincaglierie pakistane. Non ci sono kebab, ma ne comprenderemo presto il motivo: qui la cucina tradizionale è così forte e viva (e gustosa) che non necessita di elementi d’importazione. Tuttavia, quando nei giorni seguenti siamo entrati in una farmacia di Furore, abbiamo sentito il farmacista che prendeva una telefonata e a chi l’aveva chiamato ha risposto: “Dimmi, Hassan, cos’è successo?” Ci sono, ci sono i musulmani. Non fanno gli ambulanti e quindi non si vedono. Forse lavorano nei campi terrazzati della montagna, dove coltivano limoni e “cucuzzille” giganti, o lavorano negli alberghi, chissà, ma comunque ci sono, e questo è importante. Non sono andati perduti come i loro bagni e le loro moschee maiolicate. Ma torniamo alle ricerca delle tracce lasciate dai loro progenitori.Siamo alla cattedrale. Oggi, per visitarla, non si passa per la porta principale posta alla sommità della famosa e scenografica scalinata, ma bisogna passare attraverso il chiostro del Paradiso. Dalla lettura dei depliant illustrativi scopriamo che in antico era proprio questo l’accesso principale. Ebbene, non c’è niente di più islamico di questo chiostro. La pianta quadrata, il pozzo centrale, i suoi archi intrecciati, il colore bianco (ma fosse stato mosaicato, come quello di Monreale, non sarebbe stato da meno), tutta la sua estetica ricorda le architetture dell’Islam (una per tutte, il Patio de los Naranjas, il cortile degli aranci, che introduce alla sala di preghiera della moschea di Cordova).Ma anche l’aura spirituale che lo caratterizza è squisitamente islamica. Il silenzio e l’atmosfera magica ed ovattata che fa da preludio alla sala di preghiera, predispone l’animo a distaccarsi dalle frenesie del mondo di fuori e a trovare la concentrazione adatta per rivolgersi al Signore Onnipotente, Dio dei cristiani, dei musulmani e di tutte le creature (che è poi il senso che bisogna dare al nostro dirci monoteisti!).Passando dal chiostro si accede alla basilica antica, a due navate, e da questa a quella medievale, che ne conta tre. In tempi antichi, queste due basiliche erano unite e la chiesa, con il chiostro che la precedeva e le sue cinque navate, “sembrava - e non siamo noi a dirlo, ma le antiche cronache - più una moschea saracina che una chiesa pe’ li cristiani”. Forse anche questo indusse un bel giorno a separare con un muro le due basiliche e a spostare l’entrata principale sulla gradinata che si andò a realizzare, lasciando isolato il chiostro. Nella cattedrale – non lo sapevamo – c’era la tomba dell’apostolo Andrea, apostolo di Gesù (pace su di lui) e fratello di Pietro. Ci siamo ricordati dei versetti del Corano in cui Gesù dice: “Chi mi sosterrà sulla via di Allah?” A questo appello risposero prontamente i suoi apostoli, quindi anche Andrea: “Noi ti sosterremo sulla via di Allah e tu testifica che noi ti rendiamo testimonianza”. Sicuramente Andrea recitò la sua professione di fede: “Io testimonio che non c’è altra divinità che Allah e che Gesù è il suo servo ed Inviato!” Era un musulmano del suo tempo e per questo gli abbiamo reso omaggio, sulla sua tomba, con una Fatiha, la recitazione della prima sura del Corano.Usciamo dalla cattedrale. Il suo campanile, di schietto stile arabo-siculo, è praticamente gemello con quello di Melfi, salvo che quest’ultimo risulta rovinato nell’insieme da una cuspide terminale rifatta, insipida e completamente fuori luogo. Fuori della cattedrale, mentre percorro la via principale del paese, annoiato dai soliti negozietti di souvenir che invece tanto piacciono a mia moglie, la mia attenzione viene attirata da una targa in ceramica che reca la scritta: “Bagno arabo"In realtà è un negozietto di chincaglierie formato da due piccoli ambienti di cui uno sormontato da una cupoletta a conchiglia. Non è molto, ma è una importante traccia di una presenza stanziale di musulmani. &lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SB3dlJC3ZEI/AAAAAAAAACA/I7ECJD7FQxc/s1600-h/bagnoarabo.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5196553175208256578" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SB3dlJC3ZEI/AAAAAAAAACA/I7ECJD7FQxc/s400/bagnoarabo.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Ci siamo ricordati che Amalfi, Napoli, Salerno, secondo il momento, stringevano e rompevano alleanze con i Saraceni di Sicilia, e che quelli che a leggere i libri di storia sembrano solo piccoli intervalli di tempo, in realtà, nella vita vissuta dai protagonisti del tempo, dovevano essere abbastanza lunghi da pensare a dotarsi di comodità stabili come fondachi, moschee e bagni pubblici. Abbiamo scoperto che anche Scala e Pontone, due paesini dell’immediato entroterra amalfitano, vantano la presenza di bagni arabi tra le loro emergenze storiche e architettoniche. Non siamo però riuscita a visitarli.Ma ... e le moschee? Quasi alla fine del corso c’è il muro di un cortile, che presenta lo stesso motivo ad archi intrecciati (ora murati) del chiostro del Paradiso. La nostra irrefrenabile fantasia ci porta ad immaginare che quello fosse il muro della esterno della moschea, un muro uguale a quello del chiostro della cattedrale! E’ solo una fantasia, ma siamo sicuri che, se la moschea non era lì, non doveva essere molto lontana.Ma come sarà stata questa moschea? Man mano che l’ambiente che ci avvolge ci penetra con la sua magia, l’immagine di questa moschea perduta si forma nella nostra mente come un puzzle. I tasselli ci vengono forniti un po’ per volta da quel che vediamo. Finora abbiamo tre tasselli: il cortile, simile al chiostro del Paradiso e di cui questo muro ne è forse un brandello; il rivestimento, in mattonelle di ceramica, come ce ne sono tantissimi in tutto il paese; la cupola, come quella del bagno arabo di poco fa.Il tassello più importante lo troveremo più avanti, a Ravello.&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;Ravello ovvero "Avevamo l’Alhambra e non lo sapevamo!!"&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Dopo il meritato riposo nel nostro buen ritiro, dalla cui verandina si gode (mai verbo fu più appropriato) della vista del mare e del borgo di Praiano, che ci sembra Sidi Bou Said teletrasportato in Costiera, il mattino seguente si va a Ravello.Già nella sua etimologia (Ravellum, rebellum) questo piccolo borgo indica una ribellione, la ribellione all’ovvio e al banale. La storia ci narra che gli amalfitani, forti dei proventi dei loro commerci, si costituirono in repubblica marinara indipendente dalla corona normanna. Ma una parte dei suoi cittadini si “ribellarono” a questa sete d’indipendenza in nome del neg-ozio e le preferirono la fedeltà ai re normanni – che, ricordiamolo, costituirono il primo stato unitario d’Europa, ben prima della stessa monarchia inglese – e l’ozio. Si esiliarono infatti lontano da quel mare che così tanti commerci consentiva e si ritirarono su queste aspre montagne da dove il mare lo vedevano soltanto e dove l’ambiente unico circostante invitava non allo scontato neg-ozio, ma al più ricercato ozio. Furono dunque dei ribelli alla ricerca di uno stile di vita, degli sradicati accomunati dall’amore della bellezza e dell’ozio creativo, ribelli, oseremmo dire, proiettandoci nel presente, alla volgarità moderna.Quando, intorno al 1280, il nobile Matteo Rufolo diede inizio alla edificazione della villa che porta ancora oggi il suo nome, non dovette avere uno spirito meno ribelle dei suoi padri. E’ opportuno ricordare, infatti, che pochi anni prima, nel 1266, Manfredi, il legittimo Re di Sicilia (che comprendeva anche l’Ausonia), “biondo, bello e di gentile aspetto” come lo descrisse Dante, era morto da eroe affrontando a Benevento le truppe mercenarie dell’Angiò, chiamate dal Papa per una vera e propria crociata contro noi siciliani (ed ausoni) che avevamo l’ardire di spalleggiare il nostro Re nella sua politica d’opposizione ai privilegi ecclesiastici e favorevole al dialogo intermediterraneo, temi attualissimi ancor oggi e che ancora provocano forti odii nonchè tensioni interne ed internazionali.Il Sultano di Lucera! Così era chiamato Re Manfredi dai suoi nemici, in chiave ovviamente dispregiativa, e così lo chiameremo noi, con orgoglio e apprezzamento.Ebbene, quando la ribellione non può esprimersi politicamente in quanto i governanti lo impediscono – è il caso dell’Angiò – trova allora nella cultura un ambito più sottile, ma non meno potente per esprimersi. Forse il buon Matteo Rufolo – anche questa è una nostra fantasia, o al massimo una ipotesi – volle commissionare la costruzione a qualcuno dotato di spirito e cultura islamica o islameggiante, in modo da esprimere con questa villa la sua solidarietà e il rimpianto per Manfredi, il Sultano di Lucera, il Re Martire. E quale miglior dichiarazione d’affetto e solidarietà se non l’edificazione di un complesso che evocasse quella luminosa civiltà islamica in opposizione alle tenebre calate sull’Ausonia dopo l’avvento dell’Angiò? Tutto a Villa Rufolo parla d’Islam, d’Islam europeo, di quell’Islam che a quell’epoca non era affatto un corpo estraneo, ma aveva intriso di sé l’intero Mediterraneo, l’Andalusia e la Sicilia in particolare.E’ una Alhambra fiorita, villa Rufolo. Lo storico salernitano Paolo Peduto l’ha definita un palazzo-giardino islamico. Già l’androne della torre d’ingresso possiede una volta a conchiglia in schietto stile arabo siculo, simile a quella del bagno arabo visto giù ad Amalfi. Ma è nel chiostrino quadrato che si raggiunge il massimo dell’evocazione dell’Islam nonchè della casata sveva. E’ un cortiletto quadrato e porticato sia al piano terreno che al primo piano. &lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SB3d-5C3ZFI/AAAAAAAAACI/mQork1Cp8lU/s1600-h/chiostro.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5196553617589888082" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SB3d-5C3ZFI/AAAAAAAAACI/mQork1Cp8lU/s400/chiostro.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Ma i grandi archi ogivali del piano terra sono coronati dai leggiadri archetti intrecciati del primo piano. In questo chiostrino si fondono il vicino Chiostro del Paradiso di Amalfi, i cortili delle madrase di Fes, i patios andalusi, ma anche un cortile che a noi dauni sarebbe familiare se non fosse andato perduto. I muraglioni costruiti successivamente per sostenere la costruzione, evidentemente pericolante, ne nascondono un po’ la struttura, ma il nostro occhio la riconosce immediatamente. Quante volte abbiamo visitato il Palazzo di Federico II a Lucera nel continuo tentativo di farcene un’immagine almeno nella nostra mente! Si, seppur nella diversità dei particolari, il chiostrino di Villa Rufolo è praticamente uguale a quello che doveva essere il cortile del Palazzo di Lucera.E Lucera, Luceria Saracenorum, era la città simbolo della politica di Federico prima e di Manfredi poi, con il loro Palazzo posto al centro di una città popolata da sessantamila musulmani! Anche per questo Villa Rufolo è un palazzo-giardino islamico, perchè con l’Islam ne condivide gli ideali, i riferimenti, i personaggi e quant’altro ancora. Nè con questo il Rufolo volle mettere in dubbio la sua appartenenza alla Cristianità, tanto da commissionare importanti opere d’arte nella locale Cattedrale. Ausonia era una società multiculturale, come lo sono tutte le società islamiche, a dispetto delle fobiche società occidentali dove il diverso ha fatto e fa sempre paura.Ma a parte il patio “islameggiante” e la torre arabo-sicula dell’ingresso, è tutta la villa ad avere un impianto islamico, nella sua connotazione di giardino incantato. Giardini e padiglioni, pieni e vuoti, spazi esterni e spazi interni si alternano e si intersecano in una mirabolante arabesco che stordisce tanta ne è la bellezza. Infine non si sa più se ci si trova in un palazzo, in un giardino o in una passeggiata all’aperto a gustarsi uno dei panorami più belli del mondo.Se questa villa anziché da un nobile fosse stata edificata da un Re, oggi non staremmo a parlare di una villa, ma di un Palazzo Reale. Il fatto di chiamarla “villa” trae in inganno e la sminuisce. Una tale meraviglia meriterebbe un nome più altisonante che ne accentuasse la simbolicità ed unicità. Se l’Alhambra fosse giunta a noi con il nome, chessò, di “Villa Boabdil” avrebbe perso una parte consistente del suo fascino. E’ già il nome di “Alhambra”, la (fortezza) Rossa, che affascina, donandogli un aura di nobiltà che è tutto dire. La Zisa di Palermo, per esempio, ha questa fortuna: “al-Azizah” la Splendida, la magnifica residenza dei Re Normanni. Bisognerebbe lanciare un concorso di idee per dare un nuovo nome a Villa Rufolo, anche se l’assonanza di “Rufolo” con Zefiro lascia presagire e gustare la brezza profumata che l’accarezza, sotto l’abbraccio del sole del Mediterraneo.Villa Cimbrone, seppur bellissima, dal punto di vista della ricerca delle tracce islamiche in Costiera, non ha la stessa attrattiva di Villa Rufolo. Tuttavia è qui che troviamo il tassello mancante al puzzle della moschea. Ci eravamo chiesti in precedenza come sarebbe potuta essere una moschea amalfitana dell’anno 1000. Sicuramente rivestita di ceramica, sicuramente con un cortile circondato da archi intrecciati, sicuramente con una cupola a conchiglia. Ma quale doveva essere il suo impianto spaziale? Ebbene, a Villa Cimbrone c’è la risposta: un padiglione con i quattro angoli e altri dettagli rivestiti in ceramica dei colori classici della costiera. Un padiglione dove gli spazi interni e quelli esterni, grazie ai soliti archetti, si intersecano come a Villa Rufolo, un padiglione coperto, ma non chiuso, uno spazio aperto, ma non scoperto. L’ideale per quando fa caldo e quanto basta per i pochi giorni piovosi e freddi. Chi ha visitato la Spagna ricorderà la piccola moschea di Bab el-Mardum a Toledo, oggi chiamata il Cristo della Luz poiché trasformata in chiesa dopo la Reconquista: una piccolo boschetto di colonne aperto sull’esterno, dove il sole e l’ombra si rincorrevano, senza alcun filtro, tra le arcate. Un gioiello! E tale doveva essere, o potrebbe essere, una moschea amalfitana o ravellese. “Girando per le strette vie di Ravello si ha un anticipo di Palermo, giacché questa cittadina, di stile arabo normanno e orientalizzante, è una Palermo in miniatura al riparo dei monti”. (Guido Piovene) &lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SB3e0pC3ZHI/AAAAAAAAACY/rUdxW-ph6lE/s1600-h/chiesaravello2.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5196554541007856754" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SB3e0pC3ZHI/AAAAAAAAACY/rUdxW-ph6lE/s400/chiesaravello2.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;E in questa Ravello quasi islamica ci lavorava un nostro illustre concittadino, il figlio di quel Bartolomeo da Foggia che scolpì l’arco del Palazzo imperiale di Foggia. Era Nicola di Bartolomeo da Foggia, autore del pulpito della Cattedrale ravellese, e che in seguito - precursore purtroppo di tanti foggiani – dovette andar fuori dalla sua città e dai confini di Ausonia, che moriva sotto il tallone dell’Angiò, per trovare lavoro e gloria in quel di Pisa dove raggiunse la maturità artistica e la fama con il nome di Nicola (detto il) Pisano.&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;Positano&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Della splendida Positano, dalle sue bianche case mediterranee, le cui finestre e verande occhieggiano all’azzurrissimo mare, in un rigoglio incantato di vegetazione, vogliamo solo raccontare della mostra che abbiamo avuto fortuna di trovare nel Duomo. Qui alcuni soggetti religiosi tipicamente cattolici erano stati illustrati dalla pittrice con rappresentazioni, per così dire, islamiche. Valga x tutti questa Addolorata. &lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SB3j7JC3ZKI/AAAAAAAAACw/elQtDtNSGF4/s1600-h/madreirachena.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5196560150235145378" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SB3j7JC3ZKI/AAAAAAAAACw/elQtDtNSGF4/s400/madreirachena.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;Conclusione&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;In realtà – è quello che stiamo pian piano scoprendo – la presenza islamica in Italia non c’è stata soltanto in Sicilia o al massimo nella Lucera Saracena. Tutta l’Ausonia ha avuto l’onore e l’onere di questa presenza, dove per pochi, dove per lunghi anni, anni che comunque hanno lasciato la loro influenza e hanno determinato, nel bene e nel male, il modo di essere degli abitanti.Mattinata, Bari, Taranto, Lagopesole, Benevento, Girifalco, Torre di Bugiafro, Squillace, Amantea, la Saracina (il territorio che va da Portici a Torre del Greco), Reggio, Le Castella, Pietrapertosa, Tricarico, ... Foggia e chissà quanti altri paesi ancora.Avremo modo, a Dio piacendo, di parlarne.&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/852313666305265408-3937674575633669424?l=laterzasicilia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/feeds/3937674575633669424/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=852313666305265408&amp;postID=3937674575633669424' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default/3937674575633669424'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default/3937674575633669424'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/2008/05/un-paese-quasi-islamico.html' title='Un paese quasi islamico'/><author><name>Mustafa</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05902296973271854838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SB3hGpC3ZJI/AAAAAAAAACo/GHzqSdXaIxg/s72-c/lacasadelmelograno.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-852313666305265408.post-8385359407467615329</id><published>2008-04-26T23:18:00.000-07:00</published><updated>2008-12-10T10:25:53.725-08:00</updated><title type='text'>Un viaggio alle radici dell'Islam italiano</title><content type='html'>&lt;div&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SBQbXZC3Y6I/AAAAAAAAAAo/J7_r1R1MtKw/s1600-h/mazara.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5193806358938870690" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 394px; CURSOR: hand; HEIGHT: 234px" height="241" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SBQbXZC3Y6I/AAAAAAAAAAo/J7_r1R1MtKw/s400/mazara.jpg" width="442" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;L’occasione del matrimonio di un nostro nipote ci ha dato la possibilità di realizzare un desiderio che coltivavamo da tempo: un viaggio in Sicilia. Le montagne aspre e severe che incombono su Palermo e sul porto, che sembrano voler tratteggiare l’anima stessa della città, misteriosa e arcigna al primo impatto, ma dolce come solo sa esserlo una città mediterranea, ci danno il benvenuto. Varchiamo i cancelli del porto della capitale siciliana e subito una svelta autostrada ci conduce, tra incredibili panorami, in quel di Alcamo, l’araba al-Qamah.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Alcamo e Castellammare del Golfo&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;Il viaggiatore andaluso Ibn Jubayr descriveva Alcamo come un centro “grande, opulento, provveduto di mercato e di moschee, tutti musulmani gli abitatori, al par di quelli delle masserie che giacciono su questa strada”. Arrivandoci dall’autostrada è con gli occhi di Ibn Jubayr che la immaginiamo, lì, nascosta dietro l’alto pianoro che l’accoglie, perchè di tutto quel che egli vide, oggi non resta niente. La città è infatti una grossa scacchiera settecentesca, postuma rifondazione del casale arabo abbandonato a forza dagli abitatori musulmani a seguito delle terribili repressioni federiciane che seguirono la loro sollevazione. Come sposa senza più il suo innamorato, questo come molti altri casali, sfiorì e morì, per essere poi ridestato, dopo qualche centinaio d’anni, dal bacio di un principe o di un feudatario che lo ripopolò con i suoi massari e servitori. Dopo un abbondante assaggio di “cassatedde” a Castellammare del Golfo, ed una passeggiata sulla spiaggia deserta di questo centro - l’araba al-Madarij, le Scalette - di fronte allo scenario di un incredibile mare turchese - almeno per noi che si è avvezzi al celeste dell’Adriatico - ci disponiamo alla squisita ospitalità del signor Mario e della signora Dora, genitori della sposa, una solida famiglia della quale ci colpiscono soprattutto l’attaccamento alla casa della signora, un valore tradizionale che non possiamo non apprezzare. In virtù di questo attaccamento, nonostante il daffare per i preparativi del matrimonio che dovrà avvenire il giorno seguente, la signora Dora non manca di farci assaggiare, tra le altre cose, alcuni di quei cibi, tanto semplici quanto gustosi, che caratterizzano la cucina siciliana: melanzane fritte e panelle. Ah, ecco le famose panelle del detto “mazze e panelle...”!! Non avevamo mai capito cosa fossero e qui le abbiamo mangiate. Ecco, da queste panelle inizia il nostro viaggio a ritroso nel tempo, che per ora ci porta indietro di due sole generazioni, quando, bambini, sentivamo nostro nonno pontificare con nostra madre: “Mazze e panelle fanne i figghie belle!”. Ancora non lo sapevamo, ma dopo i giorni dedicati al matrimonio in programma, questo viaggio, che credevamo dovesse essere un breve e semplice scampolo di vacanza, doveva sorprendentemente assumere il sapore di un pellegrinaggio verso le nostre radici di musulmani d’Italia.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Segesta&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SBQcM5C3Y7I/AAAAAAAAAAw/DDxxrWJfwhg/s1600-h/segesta122.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5193807278061872050" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SBQcM5C3Y7I/AAAAAAAAAAw/DDxxrWJfwhg/s400/segesta122.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt; Quando alfine il viaggio incomincia, la prima tappa la facciamo a Segesta, l’araba al-Hammah, dove visitiamo dapprima il meraviglioso tempio la cui pietra rosso-dorata si fonde meravigliosamente, insieme alle agavi, nel paesaggio circostante; poi ci arrampichiamo all’incredibile teatro, aperto sullo splendido scenario del Golfo di Castellammare. Alle spalle del teatro ci soffermiamo pensosi sui resti della moschea, un piccolo rettangolo tra quattro mura di pietra sporgenti appena fuori terra, con il mihrab orientato alla Mecca. Questa moschea, non molto tempo fa, fu simbolicamente “riconsacrata” dalla preghiera dei fratelli Salman e Omar, italiani ritornati all’Islam, guidati nell’occasione da un imam tunisino. Il fatto fu immortalato in un documentario di Pietrangelo Buttafuoco curato dall’Istituto Luce. Interessante e da meditare la storia di questa moschea. Quando essa fu edificata, i musulmani erano già stati sconfitti e l’ultima città in mano loro, Noto, era caduta da quasi un secolo. Un pugno di contadini indigeni, siciliani fra siciliani, islamizzati due secoli prima ed ora decisi a resistere alla forzosa riconversione al cristianesimo, si rifugiano qui, sulle scoscese pendici del monte Barbaro, nel sito dove già visse la Segesta degli Elimi poi devastata dai Vandali, e vi riportarono la vita dopo l’abbandono. Sorse così Qal’at Barbari, Calatabarbaro, e questa moschea. Questi “giapponesi” dell’Islam, non vogliono prendere atto d’aver perso la guerra e la Sicilia; sperano per cent’anni ancora d’aver trovato il luogo per poter sopravvivere. Ma è solo una speranza, e dopo un secolo anch’essi dovettero abbandonare quel luogo e la Sicilia, “vuote le mani, ma pieni gli occhi del suo ricordo”, come Ibn Hamdis, il poeta di Noto, piangeva la sua patria perduta. Il tempo passa e anche noi dobbiamo lasciare Segesta e con l’autostrada, tra un paesaggio che cambiava dalle aspre bellezze del versante tirrenico alle dolci ondulazioni del versante “africano”, raggiungiamo Selinunte, dopo aver lambito cittadine dai nomi evocativi d’antichi fasti e più recenti tragedie, come Salemi, Gibellina, Santa Ninfa e Santa Margherita Belice.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Selinunte &lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SBQezJC3Y8I/AAAAAAAAAA4/fm0_S0xPVk0/s1600-h/selinunte.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5193810134215123906" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SBQezJC3Y8I/AAAAAAAAAA4/fm0_S0xPVk0/s400/selinunte.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;E’ a Selinunte più che a Segesta, forse per quell’orizzonte africano che si intuisce al largo di quel mare scintillante e silente, di fronte ai templi maestosi dell’antica città greca, che la nostra giornata comincia ad assumere il senso di un pellegrinaggio verso le nostre radici. Infatti, mentre ammiravamo a bocca aperta quei templi, ci sono tornate alla mente le parole che Papa Benedetto XVI aveva pronunciato solo pochi giorni prima, e cioè che le radici culturali dell’Europa sono greche e cristiane.Ed eccoci dunque al cospetto della nostra prima radice, la cultura greca, che qui sentiamo viva come non mai. Grazie alla sapiente ricostruzione del secolo scorso, quei templi, tornati a stagliarsi sull’orizzonte marino, ci riportano ai tempi in cui i greci provenienti dal mare, fondavano colonie sulle coste di Ausonia - dimenticato nome del nostro Sud - e di Sicilia, da Brindisi a Siracusa, da Agrigento a Napoli, e con le colonie impiantavano i semi della loro civiltà che, se pur limitata alle coste, comunque avvierà quella osmosi culturale con le popolazioni italiche dell’entroterra dando origine alla gloriosa storia e civiltà italiana.Tutti noi “italiani”, leghisti e romani, musulmani e atei devoti, di fronte ad un tempio greco, sentiamo un qualcosa di indefinibile dentro, qualcosa che esula dalla bellezza, dall’arte, dall’architettura, qualcosa che non sentiremmo mai davanti ad un pur bellissimo tempio buddista o ad una piramide, qualcosa che si può provare solo davanti a nostra madre o al ricordo di lei. Ed infatti la civiltà greca è nostra madre, la nostra radice, la sublimazione dell’esistenza dei nostri avi.Nei secoli scorsi, tanto i cristiani che i musulmani hanno tentato di appropriarsi di questi templi, trasformandoli di volta in volta in chiese e moschee, ma salvo rari casi – ci viene in mente il duomo di Siracusa, sapientemente sovrapposto ad un tempio greco ancora visibilissimo – detti templi si sono sempre scrollati di dosso la sovrastruttura che non gli apparteneva perchè la loro natura intima è quella di “templi della civiltà umana”. I templi di Selinunte non conobbero quest’affronto snaturante perchè furono distrutti a bella posta dai segestani già prima di Gesù e di Mohammad. Ne restarono in piedi solo poche colonne tra mucchi di rovine, in secolare attesa che l’uomo moderno li rimettesse in piedi, pietra dopo pietra, come si fa con i tasselli di un puzzle. Quando i musulmani arrivarono in questi luoghi e videro quelle colonne ancora in piedi tra le rovine, le scambiarono per idoli di pietra innalzati dagli antichi. Da qui deriva il nome di “al-Asnam”, appunto “gli Idoli”, che essi diedero al luogo. Proviamo difficoltà a staccarci da Selinunte. Ci voltiamo più volte indietro, per un ultimo sguardo, un’ultima foto a quel panorama di mare e colonne, di agavi ed erbe dagli intensi profumi, come colui che si accomiata a malincuore da una persona cara che per tanto tempo aveva perduta.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Marinella &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;E ci dirigiamo verso Marinella, la borgata marinara prossima a Selinunte e che in un certo senso ne è l’erede. E’ una borgata senza monumenti né bellezze, ma con il fascino della sicilianità più autentica. Adagiata sulla costa del mare africano che luccica al sole di mezzogiorno, dai suoi spalti si può immaginare di intravedere la dirimpettaia costa e i suoi mille battelli che da secoli traghettano guerrieri e santi, immigranti ed esuli, conquistatori e conquistati, pescatori e mercenari di ambedue le sponde ed in ambedue i sensi. E d’improvviso, questa che credevamo terra di periferia, estremo lembo d’Italia e d’Europa, ci appare per quella che realmente è: centro del Mediterraneo, di una civiltà unica e di un popolo unico, di cui la Sicilia è patria per eccellenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Santa Margherita Belice&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SBQg1pC3ZAI/AAAAAAAAABY/DUQdJshnhSo/s1600-h/belice.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5193812376188052482" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SBQg1pC3ZAI/AAAAAAAAABY/DUQdJshnhSo/s400/belice.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;A pochi chilometri da Marinella c’è Santa Margherita Belice – Manzil as-Sindi – il casale dell’Indiano. Ci sovviene che anche l’imam Khomeyni era detto as-Sindi, l’Indiano, per via delle sue origini del sub-continente: in Sicilia la globalizzazione era arrivata già allora!In questo centro, fino al 1968, anno del rovinoso terremoto del Belice, c’era una chiesa, San Calogero, che sorgeva sulla struttura di una antica moschea di cui conservava ancora integro il minareto. Abbiamo rintracciato il sito, ma della moschea, della chiesa e del minareto non c’è più traccia. Ma grazie al fedele dipinto di un artista locale abbiamo potuto “vedere” la chiesa e constatare l’incredibile somiglianza tra il minareto di San Calogero e quello di Vico de’ Sabini a Lucera.&lt;br /&gt;Se qualcuno ancora dubitava della natura islamica di questa vetustà lucerina, ora spero si ricrederà. Anzi, considerando che i musulmani lucerini erano stati strappati a questa terra, da Alcamo, Jato, Salemi, Santa Margherita, e colà deportati, allora non possiamo non vedere nel minareto lucerino la volontà di quegli esiliati di ricreare un angolo di Sicilia nella loro nuova terra di Capitanata per lenire il dolore della lontananza e dell’esilio.Diversi ambasciatori dei sovrani d’Africa tentarono invano di convincere Federico a far rientrare quegli esuli alle loro terre e alle loro case, ma fu tutto inutile. Essi dovettero accontentarsi di cantare la loro struggente nostalgia: “O vento, quando apporti la pioggia a ricreare i campi assetati,Spingi verso di me i nugoli asciutti, ch'io li saturi col pianto mio!Bagni il mio pianto quel terreno dove passai la giovinezza: ah, che nella sventura sia sempre irrorato di lacrime!O vento, che tu corra presso alle nubi, o che te ne scosti, non lasciar, no, che asseti certa collina del caro paese!La conosci tu? Se no, [sappi] che l'ardor del sole vi fa olezzare i [verdi] rami.Qual meraviglia? In que' luoghi gli intelletti d'amore impregnan l'aria di lor profumi.Lì batte un cuore sì pieno [d'affetto], ch'io v'ho attinto tutto il sangue che mi corre nelle vene.A quelle piagge riedon sempre furtivi i miei pensieri, come il lupo ritorna [sempre] a sua boscaglia.Quivi fui compagno dei lioni che correano alla foresta: quivi andai a trovar le gazzelle in lor covile.Dietro a te, o mare, è il mio paradiso: quello in cui vissi tra' gaudii, non tra le sventure!Vidi lì spuntar l'aurora [della] mia [ vita] ed or, a sera, tu me ne vieti il soggiorno!”&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Mazara del Vallo&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Col cuore stretto da queste nostalgie, percorriamo il breve passo che da Marinella conduce a Mazara. Mazara del Vallo – Mazar-al-Waliyu, la tomba, il santuario del Maestro! Il nome basta ad evocare un tempo mitico ormai perduto. Nel nome di questa città come in quello della sua omonima afghana, Mazar-e-Sharif, c’è un riferimento all’Imam ‘Ali: egli era il Waliyu, il Maestro dei musulmani, egli era lo Sharif, il Nobile per antonomasia!Entriamo in paese con facilità e ad intuito raggiungiamo la piazza sul mare, quasi che conoscessimo già questi luoghi. La piazza è intitolata a Mokarta, distorsione del nome di quel Muktar che invano cercò di riconquistare la sua piccola capitale perduta. Vana è la ricerca di qualche traccia della moschea là dove ora sorge la Cattedrale: a parte qualche tratto di mura d’epoca normanna e l’impianto planimetrico, altro non vediamo. La sovrapposizione dell’edificio spagnolo ha purtroppo cancellato tutto. Ma addentrandoci nei vicoli dell’antica medina araba, tra i volti scuri dei mori, eredi degli antichi musulmani mazaresi, e le loro donne velate, ci imbattiamo d’improvviso in San Nicolò Regale che ha per noi l’effetto di una apparizione, di una rivelazione. Essa è una splendida chiesetta arabo-normanna, piccola, a pianta quadrata con cupola, orientata verso la Mecca, insomma un edificio sacro double-face, buono per tutte le occasioni!Ma, aldilà di questo suo carattere anche islamico della chiesetta, è il suo essere chiesa che ci colpisce. Qui, davanti a San Nicolò Regale, comprendiamo che il cristianesimo, pur superato dalle nostre scelte religiose, razionali o istintive che siano, resta sempre nel nostro DNA. Esso, che ci piaccia o no, è la seconda delle nostre radici, dopo – in ordine di tempo - della cultura greca. E’ questa chiesetta a farcelo comprendere, molto più delle scenografiche e ridondanti cattedrali barocche di cui la Sicilia e Ausonia è piena tutta, a cui forse siamo più abituati e da cui siamo più disillusi.San Nicolò Regale, gioiellino arabo normanno, piccola e graziosa, semplice ed austera, pura ed armoniosa, ci ricorda la descrizione delle donne siciliane dell’XI secolo tramandataci da uno dei tanti poeti a quel tempo partiti dall'altra sponda del Mediterraneo: “all'aspetto sembrano musulmane, parlano arabo correttamente, si ammantano e come quelle si velano”. Musulmana o cristiana? Pudiche e serie come sono, quelle donne e questa chiesa, non è dato sapere, tutte figlie splendide di quest’ammirevole civiltà siciliana e mediterranea. Questa chiesa, più che le altre, ci fa sentire vicini al Cristianesimo perchè rappresenta appunto gli ideali più alti di questa fede, splendida quando è umile e rifugge quelle tentazioni di dominio e di arroganza che in altre epoche l’hanno purtroppo connotata e guastata. San Nicolò ci parla di un tempo in cui la Cristianità aveva si il potere in Sicilia, ma lo esercitava con benevolenza verso tutti i suoi sudditi, della croce e della mezzaluna, e questi interagivano fra loro in una osmosi che si materializzava nei monumenti che venivano elevati al Dio di tutti loro. Siamo sicuri che se qualche moschea fosse sopravvissuta alla furia islamoclastica dei secoli successivi, essa si sarebbe mostrata con le stesse caratteristiche di San Nicolò, tanto che solo uno sguardo ravvicinato ed indagatore avrebbe permesso di distinguere il tempio islamico da quello cristiano.Oggi, a Mazara, moschee non ce ne sono più – se ci sono, sono i soliti, semplici locali utilizzati, come ormai in tutta Italia, come luoghi di preghiera. Tuttavia nei suoi vicoli, nei suoi odori, nel cuscus di pesce che abbiamo gustato a Marinella – piatto tradizionale della zona e non frutto della globalizzazione moderna -, nei volti degli immigrati maghrebini, gli arabi di ritorno che abbiamo visto un po’ ovunque nelle vie, nelle loro donne, velate o a capo scoperto, con le lunghe tuniche tradizionali, silenziose se sole o vocianti se in gruppo, che s’aggirano affaccendate tra i vicoli della casbah, l’antico quartiere che secoli orsono ne ospitò gli avi e che ora ne ha ritrovato i pronipoti, in tutte queste cose insieme, sentiamo fortissimo il richiamo delle radici islamiche italiane. Questa terza radice – terza sempre in ordine di tempo- noi musulmani la sentiamo fortissima, viscerale. Molti oggi la riconoscono solo intellettualmente, tributando al mondo arabo-islamico il merito d’aver rigenerato la civiltà europea dopo il grande sonno che seguì il crollo della civiltà greco-romana. Purtroppo tanti altri la disconoscono, la aborriscono persino, ma questa è un’altra storia. Se si ignorano le radici islamiche dell’Europa, la colpa non è unicamente del tempo. Ben sappiamo che il controllo della memoria è questione eminentemente politica. Gli storici europei del XIX secolo, in conformità al nascente eurocentrismo nazionalista, occuparono gran parte del loro tempo a cancellare il ricordo delle influenze arabe riducendole al puro aspetto militare e dello scontro. Altrimenti, perchè oggi, mentre tutte le reminiscenze architettoniche sono catalogate e adeguatamente segnalate, a Lucera il minareto di Vico de’ Sabini e la moschea del castello sono rigorosamente ignorati e mantenuti nell’anonimato? Ciò è ancor più vero in questi ultimi anni, quando una considerevole fetta del mondo politico e dell’informazione, in sostegno del traballante atlantismo, cerca di accreditare un presunto scontro di civiltà con l’Islam dipingendolo come incompatibile con il nostro mondo “occidentale e moderno”. Invece l’Islam è nelle nostre radici, nel nostro sangue, nella nostra anima, ci piaccia o no. E questo viaggio ce lo ha rivelato, ammesso che ce ne fosse stato bisogno.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Trapani&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;La successiva tappa a Trapani ci apre un altro squarcio a riguardo. Ci arriviamo nel tardo pomeriggio, dopo aver attraversato Marsala – Marsa Alì, il Porto di Alì – e dopo aver corso tra le saline con le Egadi da un lato ed il promontorio di Erice sullo sfondo ad indicarci la strada. Il paesaggio del territorio trapanese è oggi punteggiato di mulini a vento, così come un tempo dovette essere punteggiato di minareti. Le tenebre incombenti e la squisita ospitalità del fratello Salman e della sua splendida famiglia, ci impediscono di carpire qualche aspetto architettonico della città per arricchire vieppiù questo articolo, ma non ce ne rammarichiamo più di tanto. Non c’è solo l’architettura a parlarci di Islam, ma anche la società: siamo ospiti di una famiglia musulmana trapanese e questo basta e avanza; è un segno da cogliere, quello della riparazione storica!Infatti, dalle pagine di Ibn Jubayr, leggiamo che – siamo nel 1183 – “gli abitatori (di Trapani) son musulmani e cristiani. Ciascuna delle due parti ha i suoi templi: moschee e chiese. La luna nuova del mese di Shawwal comparve la notte del sabato 5 gennaio, secondo la testimonianza prodotta presso l’hakim (giudice) di Trapani. Indi la gente festeggiò il compimento del Ramadan. Noi, in questa santa festività, facemmo la preghiera in una delle moschee di Trapani insieme a quei cittadini che per causa legittima erano impediti di andare al musalla (luogo di preghiera all’aperto). Pregammo la preghiera dei viandanti. La gente uscì alla volta del musalla e se ne tornò al suono di tabelle e di corni. Si che noi facemmo le meraviglie ed anco della tolleranza dei cristiani che stavano lì a guardare”.Questa era l’ideale condizione di allora. Quel che avvenne poi – le persecuzioni manifeste o subdole che spinsero molti musulmani ad emigrare verso l’Africa, fino alla deportazione totale, i casali abbandonati, le moschee lasciate deserte, il paesaggio stesso della Sicilia spogliato dei suoi figli e delle loro abitazioni - preferiamo dimenticarlo. Preferiamo soffermarci sulla condizione di oggi: l’ospitalità offertaci da una famiglia musulmana trapanese! Ci piace crogiolarci sui racconti del primo giorno di scuola del piccolo Hassan che ha incontrato tra i banchi un piccolo amico-fratello, Muhammad, figlio di bengalesi, che la maestra ha fatto sedere con lui nello stesso banco. Ci piace deliziarci della voce della piccola Nur, che dopo la salat recita la salawat (benedizione) per il Profeta e la di lui famiglia. Ci piace pensare che, se volessimo, potremmo scendere ed andare a compiere la preghiera del tramonto in moschea, dove incontreremmo il popolo musulmano trapanese, indigeno e d’importazione. Ci piace onorare la tavola imbandita da due autentiche nobildonne siciliane, la moglie e dalla madre di Salman, le quali non hanno mancato di prepararci le pietanze più gustose e tipiche della cucina siciliana. Per una riparazione storica, ce ne abbastanza, Ibn Jubayr può riposare tranquillo nella tomba, almeno per ora.Lasciamo Trapani soddisfatti di questa giornata che ricorderemo a lungo. Ormai il nostro soggiorno siciliano volge al termine. Domani si parte per Palermo dove, nel tardo pomeriggio, una nave ci attende per riportarci in continente, a Napoli, alla nativa Ausonia.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Palermo &lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SBQfepC3Y-I/AAAAAAAAABI/awBExQFz_aA/s1600-h/palermo2.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5193810881539433442" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SBQfepC3Y-I/AAAAAAAAABI/awBExQFz_aA/s400/palermo2.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;L’indomani mattina, col magone della partenza, ripercorriamo a ritroso l’autostrada che all’andata avevamo percorso con tanto entusiasmo. Salutiamo Alcamo rivolgendole un ultimo sguardo dallo specchietto retrovisore. Salutiamo il castello di Calatubo – Qalat al-Ayyub – sulla nostra destra, salutiamo Balestrate, Carini, Cinisi, Capaci, le alte montagne che occhieggiano al mare e giungiamo a Palermo per gli ultimi scampoli di questo “pellegrinaggio”.In cattedrale abbiamo l’occasione di compiere la visita alle tombe reali, e ci commoviamo davanti a quelle di Ruggero II e di Federico II. Ruggero fu colui che creò politicamente il Regno di Sicilia, il più bel Regno del mondo. Egli ereditò le bellezze e la civiltà dell’emirato di Sicilia e seppe meritare tale eredità rendendolo ancor più bello e trattando equanimamente i suoi sudditi, musulmani e cristiani. Toccare la tomba di Federico, poi, ci regala un’emozione unica. E’ da almeno trent’anni che peregriniamo per i suoi castelli, là dove aleggia la sua anima inquieta, nel tentativo di avvicinarci a lui, di rivivere il suo tempo. E oggi siamo qui davanti alla sua tomba, davanti a lui! Certo è una grande contraddizione, della quale non riusciamo a capacitarci, che sia stato proprio lui a strappare i figli di questa terra alla loro dolente madre, a relegarli nella lontana Capitanata, cacciandoli in una trappola che doveva poi rivelarsi mortale, in quel tragico ferragosto del 1300, a impedire fermamente che tornassero nei loro luoghi natii, sordo a tutti gli accorati appelli. Certo era suo diritto stroncare la ribellione, ma avrebbe dovuto piuttosto rimuoverne le cause e renderseli amici e fedeli, come poi seppe fare a Lucera, ma lì in Sicilia, a casa loro, e non in esilio. Chissà come sarebbe stata oggi la Sicilia...E invece non fu così. Tuttavia, mai come con lui, l’Islam fu apprezzato e riconosciuto nel Regno di Sicilia, e questo non lo dimentichiamo. Salve Federico, siamo qui davanti a te, accarezziamo la tua tomba e recitiamo sommessi una Fatiha nel caso fossero vere quelle voci che ti vollero segretamente musulmano. “Oh Dio di tutti noi, rendigli leggero il supplizio della tomba e fa che al suo risveglio possa ritrovarsi con coloro che egli apprezzò ed amò! Amin”.Dalla Cattedrale, per caso, senza volere, ci ritroviamo in quello che a prima vista sembrava un mercatino e che invece mano mano si rivelava per quello che era: l’anima stessa del centro storico di Palermo, il Mercato del Capo. Posto nel cuore di quello che era il Sari-al-Qadi, il rione del Cadì, il palermitano Seralcadio, ventre antico della Palermo islamica, ha saputo mantenere, con il suo intricato labirinto viario, l’aspetto proprio di un suq orientale, tanto opulento e magnifico quanto decadente e confuso. Lo stretto budello che si allarga e si restringe tra le bancarelle, in un progredire di stupore e meraviglia, ci strappa la considerazione che sembra proprio di essere a Fes, in un reticolo altrettanto intricato nel quale, diversi anni fa avemmo paura ad entrare. La stessa paura ci prende anche qui, ma la vista di tante tranquille coppie di biondi turisti “nordici” ci rassicura, e ci lasciamo portare da quelle bancarelle illuminate che ci conducono pian piano all’altro capo del centro storico, in via Roma. La cosa che più ci colpisce è che i venditori sono un perfetto equilibrio di palermitani ed extracomunitari, o se volete, per adeguarci al resto del racconto, di cristiani e musulmani, ma anche indù e buddisti, perchè oltre a senegalesi, marocchini, pakistani e bengalesi, abbondano anche indiani e cinesi.&lt;br /&gt;L’atmosfera “globale” che si respira è intensa. Al banco dei bar, di tutti i bar – laddove da noi si servono solo caffè – operai ed ambulanti consumano abbondanti porzioni di lasagne e zitoni alla siciliana (quanta pasta si mangia qui!!). Una ragazza maghrebina è intenta, davanti all’uscio della sua casa, a tingersi le mani con l’hennè e, a nostra richiesta, non lesina spiegazioni a riguardo. Una donna indiana in sari compra frutta da un banco ricolmo di frutti coloratissimi. Una somala acquista vestiti da una cinese. Sulla strada e dalle traverse occhieggiano architetture sacre e profane cadenti e bellissime che fanno da quinta perfetta a quello spettacolo di popolo. Abbiamo l’impressione che proprio il “ritorno” del popolo del Mediterraneo, scacciato secoli orsono dalla porta e ora rientrato dalla finestra, abbia ridato nuova vita quella strada e a tutto il centro storico, altrimenti fatiscente e in abbandono.Intuiamo che in quell’intrico non può mancare la moschea. Dopo un paio di tentativi falliti, la troviamo a intuito in un vicolo trasverso: è l’ex-chiesa, ex sinagoga, di San Paolino dei Giardinieri, concessa dal Comune alla comunità musulmana. Sulla porta c’è una targa con la scritta – troppo piccola – “Masgid Balerm” (Moschea di Palermo), solo in arabo. Ma dalle vecchie foto si vede come prima campeggiava anche la scritta “Moschea” in italiano. Cos’è? Un nuovo tentativo di far dimenticare che l’Islam è anche italiano?? Boh!Quando sbuchiamo su via Roma, ci sentiamo come ubriachi di tanta umanità, e profondamente soddisfatti e riconciliati con la storia e l’attualità altrimenti deprimente. Ah Palermo, ti sto per lasciare e già mi manchi!Ci fermiamo anche noi a mangiare in un ... bar (all’aperto, in compagnia di tanti impiegati di banca in pausa pranzo). Rifocillati, ci dirigiamo a quella che sarà la nostra ultima meta: la Zisa.Diversi anni fa, era il 1980, visitammo per la prima volta Palermo – questa è la seconda volta – e trovammo la Zisa in condizioni penose, a malapena visibile tra anonimi fabbricati fatiscenti, e bisognava lavorare molto di fantasia per riuscire a immaginare il perchè di quel nome: “al-Azizah”, la Splendida.Oggi, quando l’abbiamo vista, siamo restati a bocca aperta: la Zisa è riemersa dall’oblio dei secoli e può gareggiare a pieno titolo con gli altri palazzi reali e storici sparsi per l’Italia. Un altro tassello per la piena riparazione storica: uno splendido palazzo arabo-normanno riemerso dalle tenebre in cui era sprofondato, a testimoniare il periodo aureo della sua costruzione (purtroppo il pensiero va al palazzo federiciano di Foggia che è forse l’ultimo a non riuscire a riemergere da tali tenebre – Foggia è sempre ultima in Italia in molti, troppi campi). La Zisa è stata stupendamente restaurata e con essa – e questo è ancor più stupefacente – è stata ripristinata anche la scenografia esterna, fatta di grandi aree a verde e di fontane che escono dal portale del palazzo e attraversano i rigogliosi giardini ricreati sul davanti e persino sul retro, frammenti non piccoli di quel mitico parco del Genoardo – Jannatu-l-‘Ard, il Giardino del Paradiso, di normanna memoria. Tale parco si estendeva fino ad inglobare al suo interno anche i padiglioni della Cuba, anch’esso restaurato internamente ed in corso di “liberazione” dal marciume architettonico che lo circonda, della Cubula e dell’Uscibene, per i quali anche ci giungono voci di restauri e ripristino di altri frammenti di parco al loro intorno. Idem per l’altro palazzo arabo-normanno della Favara – al-Fawarah, la sorgente d’acqua – detto anche di Maredolce.All’interno della Zisa, un oggetto – tra quelli esposti – attira la nostra attenzione: si tratta del cippo tombale della madre di un sacerdote cristiano, ritrovata a Santa Margherita Belice. La cosa interessante di questo cippo è la dedica funebre. Essa è scritta in 4 lingue: arabo, ebraico, latino e greco. E’ una sorta di stele di Rosetta. Se quella permise la comprensione dei segni geroglifici e quindi di tutta la storia documentata dell’antico Egitto dei Faraoni, questa stele permette invece di comprendere l’integrazione fra le diverse culture della Sicilia del tempo. Essa è la testimonianza di quali siano davvero le nostre radici: a parte l’ebraismo che per via della diaspora non manca mai, esse sono la cultura greca, quella latino/cattolica, riconosciute da tutti, ma anche la negletta cultura arabo-islamica. Essa a quel tempo costituiva la trama, l’ordito che inquadrava tutte le altre culture e consentiva l’esistenza di quel “tessuto” che ancora oggi fa spalancare la bocca di meraviglia per bellezza e “resistenza”.Questa è la verità, oggi che si fa un gran parlare di radici. Lo si sappia. Per quanto tanti si siano affannati a tentare di cancellarla, essa è lì a imperitura testimonianza di sè in questa lapide che ci è davanti in tutta la sua bellezza e semplicità.Davanti a questa lapide si riassume tutto il significato del nostro viaggio. Ci piacerebbe che in un futuro non lontano i musulmani possano tornare in tutti i paesi e casali della Sicilia da cui sono stati forzati ad andar via, e che siano accolti dal generoso popolo siciliano come si accoglie un fratello perduto e poi ritrovato. Ci piacerebbe che tutti i paesi apponessero, nei cartelli segnaletici che si trovano all’ingresso di ciascuno di essi, il toponimo arabo sotto a quello italiano, magari con il relativo significato.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Santa Margherita Belice&lt;br /&gt;منزيل ألسندي&lt;br /&gt;(Casale dell’Indiano)&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Ci piacerebbe che le autorità regionali favorissero e inquadrassero questo ritorno, magari disponendo che in ogni paese venga realizzata una moschea, magari ripristinando – ove possibile – quella che c’era, in modo da reintegrare, anche nei segni architettonici e nel paesaggio, quella multiculturalità che è propria a queste terre. Ci piacerebbero tante cose, e se Dio vorrà...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando la nostra nave si stacca alfine dal molo di Palermo, illuminata dalle luci della sera, ci sentiamo infinitamente tristi, ma tuttavia arricchiti nella nostra umanità e rafforzati nella cultura e nell’identità. E non sono proprio queste cose – umanità, cultura, identità – che sono venute terribilmente a mancare – lo ha detto Benedetto XVI – all’Occidente di oggi?Grazie, Sicilia, che Dio ti benedica; ci hai regalato davvero un bel viaggio! Al-hamdulillah!. &lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SBQf2pC3Y_I/AAAAAAAAABQ/wz26szvXJFE/s1600-h/palermo3.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5193811293856293874" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 396px; CURSOR: hand; HEIGHT: 323px" height="382" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SBQf2pC3Y_I/AAAAAAAAABQ/wz26szvXJFE/s400/palermo3.jpg" width="672" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/852313666305265408-8385359407467615329?l=laterzasicilia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/feeds/8385359407467615329/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=852313666305265408&amp;postID=8385359407467615329' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default/8385359407467615329'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default/8385359407467615329'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/2008/04/un-viaggio-alle-radici-dellislam.html' title='Un viaggio alle radici dell&apos;Islam italiano'/><author><name>Mustafa</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05902296973271854838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SBQbXZC3Y6I/AAAAAAAAAAo/J7_r1R1MtKw/s72-c/mazara.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-852313666305265408.post-2757711035791379844</id><published>2008-04-20T00:46:00.000-07:00</published><updated>2008-12-10T10:25:53.923-08:00</updated><title type='text'>Una doppia battaglia</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SAr1V_IV49I/AAAAAAAAAAc/gslqWeKtz3o/s1600-h/Sogno+delle+Due+Sicilie.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5191231278570398674" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SAr1V_IV49I/AAAAAAAAAAc/gslqWeKtz3o/s320/Sogno+delle+Due+Sicilie.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt; Nei giorni scorsi ho avuto occasione di recarmi a Bologna, città simpatica e cordiale, e nel treno leggevo uno di quei giornali gratuiti che si pubblicano ormai in tutte le città italiane, Bologna compresa.&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;In una stessa pagina due notizie di cronaca locale hanno attratto la mia attenzione.&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;La prima:&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;"Napoletano arrestato per spaccio di cocaina"&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;.&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;La seconda:&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;"Scippatore maldestro provoca incidente stradale"&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;.&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Leggendo l'articoletto sotto questo secondo titolo si apprende che lo scippatore maldestro era milanese.&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;La sensazione è che allo spacciatore si addebiti d'essere napoletano più che spacciatore; al secondo si addebita invece di essere solo scippatore e che il fatto di essere milanese è solo un dettaglio.&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Ovvio che notizie date in questo modo alimentino gli odi campanilistici e le spinte centrifughe.&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Dimostrazione ne è una lettera di un lettore di "Repubblica" che scrive al giornale la sua esperienza vissuta. Racconta che all'Università di Milano, durante un intervello delle lezioni, ha assistito sbalordito allo show di un giovane "padano" che, salito in cattedra, ha iniziato a cianciare di meridionali parassiti e di necessità di tracciare una linea rossa sul Po.&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Bè, se è vero che ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, a me e a chissà quanti altri viene voglia di tracciarla dal Tronto al Garigliano questa linea rossa!! &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Ho lo stesso sogno di Edoardo Bennato: "Il sogno delle Due Sicilie".&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Sempre su questo giornale bolognese un lettore, la cui lettera è pubblicata in grande, al centro della pagina della posta, traccia un'analisi lucidissima, ma tutt'altro che condivisibile, sullo scontro di civiltà.&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Dice:&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;"Abbiamo vinto il nazismo nel 1945, abbiamo vinto il comunismo nel 1989. Dobbiamo adesso combattere e vincere l'islamizzazione del mondo occidentale. Consiglio a tutti di guardare il bellissimo documentario 'Fitna', realizzato dal deputato olandese Geert Wilders. L'autore dell'opera ha già ricevuto minacce di morte di varia natura e adesso vive costantemente scortato e protetto dalle forze dell'ordine. Nonostante questo, il deputato olandese Geert Wilders vuole comunque salvare la nostra civiltà occidentale anche a rischio della propria vita, mostrandoci la natura brutale dell'Islam. Il documentario 'Fitna' mostra infatti chiaramente come la violenza sia parte integrante del Corano sin dagli albori. E di come il Corano dia istruzioni precise su come trattare violentemente le persone che loro ritengono infedeli: l'Islam non è una religione pacifica. L'Occidente, sempre e soltanto occupato a stracciarsi le vesti e a chiedere scusa, sta preparando il proprio suicidio".&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;In poche frasi questo lettore bolognese ha esposto e tradotto in parole comprensibili ai più quella che viene propagandata come guerra di civiltà.&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;La nostra missione di musulmani qui in Italia e nelle Due Sicilie sarà quella di confutare queste accuse inconsistenti, false e strumentali, parlando con i nostri interlocutori cristiani "nella maniera più acconcia" come il Corano ci consiglia. Ci proverò anch'io, nel mio piccolo, nei prossimi post, passo per passo, e con l'aiuto di Dio spero di dare il mio modesto contributo a questa che sarà la più importante missione in questa nostra breve vita terrena.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/852313666305265408-2757711035791379844?l=laterzasicilia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/feeds/2757711035791379844/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=852313666305265408&amp;postID=2757711035791379844' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default/2757711035791379844'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default/2757711035791379844'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/2008/04/una-doppia-battaglia.html' title='Una doppia battaglia'/><author><name>Mustafa</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05902296973271854838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SAr1V_IV49I/AAAAAAAAAAc/gslqWeKtz3o/s72-c/Sogno+delle+Due+Sicilie.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-852313666305265408.post-449684701755923122</id><published>2008-04-13T09:26:00.000-07:00</published><updated>2008-12-10T10:25:54.521-08:00</updated><title type='text'>Considerazioni pasquali</title><content type='html'>&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SAI3BGWgPkI/AAAAAAAAAAU/TvG0CEfUIRQ/s1600-h/sabato_13.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5188770212708630082" style="FLOAT: right; MARGIN: 0px 0px 10px 10px; WIDTH: 318px; CURSOR: hand; HEIGHT: 254px" height="265" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SAI3BGWgPkI/AAAAAAAAAAU/TvG0CEfUIRQ/s320/sabato_13.jpg" width="336" border="0" /&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SAI0xmWgPjI/AAAAAAAAAAM/PaKpWlcnlok/s1600-h/gran_Raja%20Alem.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5188767747397402162" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" height="255" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SAI0xmWgPjI/AAAAAAAAAAM/PaKpWlcnlok/s320/gran_Raja%2520Alem.jpg" width="312" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Il giorno di Sabato Santo mi trovavo in una cittadina della Padania e sono stato colpito da un manifesto di un giornale locale in edicola il quale a grandi titoli, come si conviene ad un manifesto pubblicitario, riportava:&lt;br /&gt;“FOLLA STRARIPANTE ALLA PROCESSIONE DEL VENERDÌ SANTO”.&lt;br /&gt;Bene, ho pensato, anche in queste tristi lande padane si sta riscoprendo la religione dopo l’abbuffata di laicismo (per non dire ateismo) degli ultimi decenni.&lt;br /&gt;Non so se lì in Padania usino come da noi nelle Due Sicilie portare in processione le statue di Maria Addolorata e del Cristo sanguinante, però presumo che facciano qualcosa di simile. Quindi dovrebbero conoscere la “icona” dell’Addolorata com’è generalmente rappresentata.&lt;br /&gt;Be’, quello stesso pomeriggio, mentre passeggiavamo per la città, mia moglie, mia figlia e la suocera di mia figlia insieme, davanti, tutte e tre con l’hejab; io, mio genero e il mio consuocero un po’ più dietro, ci capita di sentire il commento di alcune donnine che avevano appena incrociate le “nostre” donne e che non immaginavano d’essere ascoltate. Dicevano: &lt;em&gt;“Io proprio non capisco perché queste qui debbano vestire a questa maniera…”&lt;/em&gt;.&lt;br /&gt;Che dire? Posso capire che non condividiate quel vestito, soprattutto il foulard, che grazie ad una ben orchestrata campagna diffamatoria, è assurto a simbolo dell’oppressione femminile. Posso capire che non lo condividiate perché in opposizione ai valori laicisti e modernisti che vi hanno “invaso” il cuore (e di questa “invasione” non si lamenta nessun assertore della difesa dei “nostri” valori cristiani). Quel che invece non riesco a capire è come non riusciate a collegare le immagini della vostra religione con l’immagine delle nostre donne in modo da, non dico comprendere, ma almeno capire perché queste vestano così. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;La Tradizione, quella con la T maiuscola, l’eterna Tradizione, quella cui faceva riferimento Maria (pace su di lei) e quella cui fanno riferimento i musulmani da sempre, impone un certo codice d'abbigliamento che, tra le altre cose, considera le chiome femminili nudità da coprire .&lt;br /&gt;Qualcuno potrebbe dire: &lt;em&gt;“Si, ma questi episodi possono avvenire in Padania, una terra ormai scristianizzata, ma non da noi, nelle Due Sicilie”&lt;/em&gt;. (Ma come la mettiamo con la folla straripante alla processione del Venerdì Santo?).&lt;br /&gt;Be’, un altro episodio, questa volta a Sibari, in Calabria, nel cuore delle Due Sicilie.&lt;br /&gt;Sul lungomare, le solite bancarelle di Ferragosto. Un venditore, calabrese doc, anche lui nota le “nostre” donne e anche lui pone loro, apertamente, come si usa da noi, e non da dietro, come si usa nelle terre perbeniste, la solita domanda: &lt;em&gt;“Ma perché vestite così, coprendovi la testa?”&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Pronta la risposta delle “nostre” donne, che nel frattempo avevano notato che su quella bancarella si vendevano proprio, guarda un po’ la combinazione, quadri di santi e madonne: &lt;em&gt;“Ma come, vendete quadri con l’immagine di Maria con il capo coperto e ci fate questa domanda?”&lt;/em&gt; Il venditore risponde sorpreso: &lt;em&gt;“Perché, mica Maria ha il capo coperto!” &lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;“Come no? Venite a controllare!”&lt;/em&gt; Il venditore si alza e va a vedere i quadri che lui stesso vende e che evidentemente non aveva mai guardato con attenzione. &lt;em&gt;“Caspita, avete ragione! Sapete che non me ne ero mai accorto? Forse siamo così abituati a quelle immagini che non ne notiamo i particolari”&lt;/em&gt;.&lt;br /&gt;Quanto al Cristo sanguinante che viene portato in processione il Venerdì Santo, chi mai s’è scandalizzato di quel Santo sangue? Chi s’è mai sentito sgomento per la crudezza con cui viene rappresentato Cristo (pace su di lui) dopo il supplizio della flagellazione?&lt;br /&gt;Invece le immagini di Ashura che sempre più spesso vediamo sul web e in TV scandalizzano e attirano critiche e condanne. Quest’anno, in un paesino del milanese, la comunità shiita pakistana ha organizzato, con il permesso del Comune, la processione di Ashura nella pubblica via e la successiva commemorazione in una palestra comunale. Una celebrazione modesta e sobria, dove l’elemento sangue era appena accennato.&lt;br /&gt;Eppure un giornale parla di “sgomento dei (bravi) cittadini”, di “urla selvagge ed incomprensibili” (erano in realtà le grida di dolore per la morte dell’Imam Hosseyn, nipote del Profeta Mohammad (pace su di loro), e se pur non erano comprensibili, c’era dovizia di cartelloni in italiano che spiegavano il senso di quelle grida e di quel corteo doloroso).&lt;br /&gt;Morale della favola: &lt;span style="color:#ff0000;"&gt;&lt;strong&gt;i condizionamenti “secolari” acquisiti nel DNA, sommati ai recenti condizionamenti portati avanti “ad abuntantiam” dai media impediscono la comprensione di immagini ed eventi che altrimenti hanno moltissimo in comune, che sarebbe invece facilissimo ed “indolore” comprendere, e che dovrebbero essere la base per la reciproca comprensione&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/852313666305265408-449684701755923122?l=laterzasicilia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/feeds/449684701755923122/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=852313666305265408&amp;postID=449684701755923122' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default/449684701755923122'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default/449684701755923122'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/2008/04/considerazioni-pasquali.html' title='Considerazioni pasquali'/><author><name>Mustafa</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05902296973271854838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SAI3BGWgPkI/AAAAAAAAAAU/TvG0CEfUIRQ/s72-c/sabato_13.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-852313666305265408.post-8698337085412540895</id><published>2008-03-02T01:39:00.000-08:00</published><updated>2008-12-10T10:25:54.719-08:00</updated><title type='text'>Grillo e le Due Sicilie</title><content type='html'>&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SDLTrRfnf-I/AAAAAAAAAEU/9wuAbju3hF8/s1600-h/image007.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5202453259950194658" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SDLTrRfnf-I/AAAAAAAAAEU/9wuAbju3hF8/s400/image007.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Grande eco ha avuto su tutti i siti che parlano delle Due Sicilie il discorso di Beppe Grillo a Napoli.&lt;br /&gt;Naturalmente sia il discorso che tutto l'evento è stato ampiamente ignorato dai media nazionali, i quali hanno deciso di comune accordo di spegnere i riflettori su Grillo, specie se quel che dice è a favore di noi Ausoni e Siciliani.&lt;br /&gt;Vi riporto qui di seguito il discorso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ieri sera a Napoli ho chiesto scusa a tutti i Campani."Scusa. Sono qui per chiedervi scusa a nome di tutti gli italiani.&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;&lt;strong&gt;Nel 1861 siete stati annessi dai piemontesi con una guerra di occupazione. Napoli era una delle capitali di Europa. Con Vittorio Emanuele II è diventata la capitale dell’emigrazione. I Savoia si sono portati via la cassa del Regno e vi hanno mandato il generale Cialdini. Decine di migliaia di campani sono stati massacrati. Prima dei piemontesi erano sudditi del Regno delle Due Sicilie. La mattina dopo erano briganti.&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt; La tecnica è sempre la stessa: prima ti infangano, poi ti ammazzano o ti manganellano. Napoli è la capitale mondiale della spazzatura. Sporca, schifosa. E’ su Newsweek, sul Time, su Le Monde. Siete dei benefattori. Smaltite i rifiuti tossici da tutto il mondo, e soprattutto, dalle imprese del Nord Italia. Avvelenare la Campania gli costa meno che smaltire le scorie nocive. Chi ci guadagna? Il prodotto interno lordo!Dopo l’unificazione con l’Italia non siete più un popolo, siete lazzaroni, camorristi, feccia, cafoni. Voi che avete avuto Cuma e Capua migliaia di anni fa. La civiltà greca, quella etrusca, quella romana. Oggi siete prigionieri in casa vostra. Non sapete neppure più chi siete. Vi chiedo scusa per la Camorra, per Bassolino, per Veltroni, per Berlusconi, per la Iervolino, per Cirino Pomicino. Vi chiedo scusa per Mussolini, per il fascismo, per due guerre mondiali, per le leggi razziali, per le navi piene di emigranti. Scusa per aver ridotto una delle più belle città del mondo a uno spot pubblicitario della monnezza.Tenímmoce accussí: ánema e core...nun ce lassammo cchiù, manco pe' n'ora...stu desiderio 'e te mme fa paura...Dall’altra parte dell’Adriatico un piccolo Stato è appena diventato indipendente. E’ il Kosovo, ha due milioni di abitanti. Voi siete sei milioni in Campania e chissà quanti milioni in giro per il mondo. Avete una storia millenaria. Lo Stato Italiano vi ha ridotto a un letamaio. Diventate kosovari. &lt;strong&gt;&lt;span style="color:#ff0000;"&gt;Fate un referendum per diventare indipendenti. Io appoggerò la vostra campagna. Proponete un plebiscito per il ritorno dei Borboni. Peggio di così non potete essere governati. Vi hanno tolto anche la parola. La lingua napoletana è stata riconosciuta dall’UNESCO, ma non dalle scuole italiane.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; La mozzarella di bufala non la mangia più nessuno. Hanno paura che sia radioattiva. La vostra agricoltura è in ginocchio. Dovete esportare i pomodori di nascosto. Stampare sulle scatole di conserva: “made in China” per contrabbandarle in Europa. Il Governatore del Veneto ha lanciato una campagna pubblicitaria in Germania. Per spiegare a tutti i tedeschi che il Veneto è diverso dalla Campania. Caorle è meglio di Ischia e di Capri. La civiltà si ferma sul Piave: una volta mormorava, adesso vomita il sindaco Gentilini.La Campania è un laboratorio politico. Quello che succede qui succederà in tutta Italia. La distanza tra i cittadini e le istituzioni da voi non c’è più, hanno introdotto il manganello consapevole. Quello che colpisce a ragion veduta le donne e i vecchi con le braccia alzate a Pianura e a Savignano Irpino. Il manganello quasi consapevole del G8 di Genova, della Val di Susa, da voi si è evoluto, ha trovato una rappresentazione matura, più democratica.Tenímmoce accussí: ánema e core...nun ce lassammo cchiù, manco pe' n'ora...stu desiderio 'e te mme fa paura…Scusa. Voglio chiedervi scusa per l’inceneritore di Acerra. Per l’Impregilo. Per i vostri politici scelti dai partiti nazionali. Per Veronesi che è capolista di Veltroni in Lombardia e ha tre anni in più di De Mita. Per Prodi che vuole regalarvi tre nuovi inceneritori. In Lombardia ci sono decine di inceneritori, le strade sono pulite, ma c’è una diffusione di tumori da far paura. Vi chiedo scusa per le malattie dovute ai rifiuti radioattivi sepolti nelle vostre terre senza che nessuna autorità abbia mosso un dito in vent’anni. Vi chiedo scusa per la diossina e le nanoparticelle da incenerimento che respirerete insieme al cancro. Quante autorità avete pagato con le vostre tasse? Magistrati, ASL, amministratori pubblici, Regione, Province, Comuni, Comunità Montane, Polizia, Carabinieri, Guardie Forestali, Vigili del Fuoco, Polizia Municipale, Nettezza Urbana, deputati, senatori. Tutti nostri dipendenti. Quante migliaia di persone sono state stipendiate per salvarvi da questo disastro? Perché ci fosse Giustizia, per evitare questa Chernobyl della spazzatura? A cosa servono? Perché sono lì?Il mondo guarda Napoli. Siete a un punto di non ritorno. Napoli è all’anno zero. Come Berlino nel 1945 dopo i bombardamenti. E’ un’occasione storica, unica per ripartire. Per una Rinascita Campana. Riprendete in mano il vostro passato, la vostra lingua e la vita dei vostri figli. Il vostro territorio. Se volete potete cambiare le cose. Nulla è impossibile per chi è nato qui. Quello che viene deciso a Roma non è importante, voi siete importanti. L’Italia di Beppe Grillo vi chiede scusa, l’altra Italia vi giudica e vi manganella. La Storia è passata di qui e ci tornerà presto. Però, dategli una mano.Per un Nuovo Rinascimento.Tenímmoce accussí: ánema e core...nun ce lassammo cchiù, manco pe' n'ora...stu desiderio 'e te mme fa paura..."&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/852313666305265408-8698337085412540895?l=laterzasicilia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/feeds/8698337085412540895/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=852313666305265408&amp;postID=8698337085412540895' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default/8698337085412540895'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default/8698337085412540895'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/2008/03/grillo-e-le-due-sicilie.html' title='Grillo e le Due Sicilie'/><author><name>Mustafa</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05902296973271854838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SDLTrRfnf-I/AAAAAAAAAEU/9wuAbju3hF8/s72-c/image007.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-852313666305265408.post-275648309605967402</id><published>2008-01-07T02:46:00.000-08:00</published><updated>2008-12-10T10:25:55.331-08:00</updated><title type='text'>La Terza Sicilia - L'Islam nelle Due Sicilie</title><content type='html'>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SDLPwxfnf8I/AAAAAAAAAEE/pIOtq_qjvxs/s1600-h/Napolitania1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5202448956392964034" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 391px; CURSOR: hand; HEIGHT: 349px" height="295" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SDLPwxfnf8I/AAAAAAAAAEE/pIOtq_qjvxs/s400/Napolitania1.jpg" width="342" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:lucida grande;color:#000099;"&gt;E' da un po' di tempo che la nozione di "Due Sicilie" sta tornando alla ribalta nazionale. &lt;/span&gt;&lt;span style="color:#000099;"&gt;Sempre più persone riscoprono la propria identità di cittadini della nazione delle Due Sicilie. Purtroppo non c'è ancora chiarezza su quale sia il nostro nome. Se è cosa pacifica e accettata da tutti che lo stato si chiamasse, fino al 1861, Due Sicilie, c'è tuttora da chiarire come si chiamassero i suoi cittadini. Siciliani? Duosiciliani? Oppure la cosa cambiava a seconda che fossero dislocati da una parte o dall'altra dello Stretto? Gli isolani erano e sono senza ombra di dubbio "siciliani", ma i continentali? Quelli dell'altra Sicilia? Erano "Napolitani" (da Napolitania) o "Ausoni" (da Ausonia)? O altro? Questo saranno gli anni a venire e la gente a deciderlo, magari mediante una consultazione popolare. Comunque, una cosa è certa, siamo figli delle Due Sicilie, e in questi tempi di riscoperta delle piccole patrie, ne siamo orgogliosi.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:lucida grande;color:#000099;"&gt;Un'altra cosa certa, almeno per me, è che sono musulmano. Sono ritornato a questa fede in un lontano giorno di novembre del 1979, senza alcuna costrizione ed in piena coscienza di quel che facevo. Mi sono docilmente, volontariamente ed entusiasticamente "arreso" alla volontà di Iddio Altissimo e giorno per giorno mi sforzo di rendere sempre più effettiva questa "resa". &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SDLQABfnf9I/AAAAAAAAAEM/hB3eQFcWYuA/s1600-h/palazzotto90867172310121450_big.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5202449218385969106" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" height="226" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SDLQABfnf9I/AAAAAAAAAEM/hB3eQFcWYuA/s400/palazzotto90867172310121450_big.jpg" width="369" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#000099;"&gt;Devo dire che all'Islam ci sono arrivato anche grazie all'amore verso la mia terra, studiando la sua storia, rendendomi conto di come questa sia u&lt;span style="font-family:lucida grande;"&gt;na terra a cui hanno rubato tutto, persino il nome. Oggi siamo costretti a dire che siamo meridionali. Ma meridionali rispetto a cosa? Come si fa a definirsi con un punto cardinale? A questo siamo ridotti? Chi mi sa indicare un popolo, oltre a quello dell'Italia del Sud, che sia costretto a definirsi secondo un punto cardinale? A me non ne viene in mente nessuno. Ormai anche gli italiani del Nord che mai hanno costituito una entità statale unitaria e che quindi mai hanno avuto un nome che li definisse tutti, oggi, intelligentemente e sapientemente, si definiscono "Padani".&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#000099;"&gt;E noi che un nome lo abbiamo avuto, un nome glorioso come quello di "Due Sicilie" dovremmo continuare ad essere dei semplici "meridionali"?&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="color:#000099;"&gt;Non, non mi sta bene! Da oggi sarò un cittadino delle Due Sicilie (senza con questo voler entrare in un merito politico, sia chiaro), identitariamente, storicamente e culturalmente. Siciliano, Napolitano, Ausone, ma mai più meridionale!&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:lucida grande;color:#000099;"&gt;E sul legame fra Islam e Due Sicilie? Be', anche in questo caso sarà una riscoperta, per me e per chi vorrà leggermi. A Dio piacendo avremo modo di parlarne.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:lucida grande;color:#000099;"&gt;Pace a voi,&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:lucida grande;color:#000099;"&gt;Mustafa&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/852313666305265408-275648309605967402?l=laterzasicilia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/feeds/275648309605967402/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=852313666305265408&amp;postID=275648309605967402' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default/275648309605967402'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/852313666305265408/posts/default/275648309605967402'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://laterzasicilia.blogspot.com/2008/01/islam-ausonia.html' title='La Terza Sicilia - L&apos;Islam nelle Due Sicilie'/><author><name>Mustafa</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05902296973271854838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_9Jp5xmii-Nw/SDLPwxfnf8I/AAAAAAAAAEE/pIOtq_qjvxs/s72-c/Napolitania1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry></feed>
