sabato 4 luglio 2009

Alì e l'elefante


Alì era un catanese, un catanese del 1200. Suo padre Fathi gli aveva lasciato due eredità molto ingombranti: la prima era quel nome, Alì, che immediatamente lo individuava come siciliano di origine araba e di religione musulmana. Ciò gli comportava molti problemi con i suoi concittadini, ma Alì sopportava tutto con pazienza anche perchè egli era orgoglioso di essere catanese almeno quanto di essere di origine araba e musulmano. La seconda “ingombrante eredità” lasciatagli da suo padre era stata niente di meno che un elefante. Il pachiderma, arrivato in Sicilia dall’Africa come “trattore” per dissodare il campicello di famiglia, era sopravissuto a Fathi ed era pervenuto in eredità ad Alì alla morte del padre.
Quando Federico II represse le ultime scintille della rivolta musulmana a Entella e Gaito ed esiliò tutti i musulmani di Sicilia a Lucera di Capitanata, Alì dovette lasciare la sua casa nella campagna catanese e, seguendo le sorti dei suoi correligionari, trovò rifugio e nuova vita all’ombra del palazzo imperiale lucerino, entrando a far parte della guarnigione militare saracena insieme all’elefante, cui era stato dato il nome di “Alfio”, storpiatura dell’arabo “Al-fil”, che vuol dire semplicemente “l’elefante”.
Quando nel 1237 Federico II organizzò una spedizione in Padania per ridurre all’obbedienza i comuni leghisti ribelli, ad Alì venne ordinato di unirsi alla spedizione e di condurre con sè Alfio, l’elefante, con il compito di guidarlo attraverso le fila nemiche per gettarvi scompiglio e terrore. E così Alì partì, insieme ad altri 10.000 saraceni, a rinforzare l’esercito imperiale, a ulteriore riprova di come i musulmani duosiciliani siano sempre stati in prima fila ogni qualvolta s'è trattato di versare il proprio sangue per la nostra patria.
E dopo alterne vicende arrivò il giorno di Cortenuova. Presso questa località padana l’esercito imperiale affrontò quello della Lega, in tutto si scontrarono 35.000 soldati. L'esercito imperiale, fingendo di ritirarsi per l’inverno verso l'alleata Cremona, si portò invece sul più favorevole territorio di Cortenuova organizzando un’imboscata alla coalizione milanese-bresciana, indotta dalla finta mossa federiciana, a ritirarsi dal campo di battaglia.
I saraceni e i bergamaschi attaccarono l’esercito leghista a diverse ondate inducendolo ad affrettare la ritirata. Al calare della notte, Federico ordinò ai suoi uomini di dormire con l'armatura addosso, poiché l’indomani, alle prime luci dell'alba, avrebbero dovuto sferrare l’attacco decisivo. Infatti, il Podestà di Milano aveva deciso di ritirarsi sfruttando il buio della notte. Ma il terreno, reso molle e fangoso dalle piogge di novembre, rallentava molto la ritirata e così fu ordinato di abbandonare il Carroccio a Cortenuova insieme a tutti i bagagli ingombranti e pesanti. A malincuore i soldati avevano obbedito abbandonando il Carroccio, proprio emblema di guerra, spogliato però di ogni stendardo e vessillo.
All'alba del 27 novembre Federico ordinò alla cavalleria di lanciarsi all'inseguimento dell'esercito leghista in rotta. Il vero massacro e il conseguente annientamento dell'esercito della Lega si perpetrò proprio in quel momento. I bergamaschi massacrarono selvaggiamente milanesi e bresciani che cercavano di lasciare frettolosamente il campo di battaglia senza più nemmeno combattere. Chi riusciva a scappare dalla violenza degli orobici, si gettava nel fiume Oglio in piena, dove annegava senza scampo. Alla fine del massacro, si contarono circa 10.000 morti per l'esercito della Lega Lombarda, e moltissimi prigionieri. Tra di essi anche 300 nobili di Milano, Alessandria, Torino e Vercelli, lo stesso podestà di Milano, nonché Pietro Tiepolo, figlio del doge di Venezia. Federico II, dopo la schiacciante vittoria, fece un ingresso trionfale nella città alleata di Cremona, portando come trofeo il Carroccio, trainato da un elefante, il nostro Alfio, che recava lo stendardo imperiale. Sul Carroccio era legato il Podestà di Milano con un cappio al collo. Il suo destino era ormai segnato; oltre alla pesante umiliazione subita, Federico II lo rinchiuse in diverse prigioni della Puglia, ed alla fine, decise di metterlo al patibolo. Il Carroccio venne inviato con una missiva al Pontefice a Roma.A guerra terminata. Alì, per i servigi resi, ottenne, in deroga al decreto di esilio, di poter tornare nella nativa Catania con un buon vitalizio e con l’obbligo di prendersi cura di Alfio l’elefante vita natural durante, cosa che Alì fece molto volentieri in quanto Alfio era per lui più di un parente stretto. Alì si stabili in una casetta sul mare presso il castello Ursino e tutti i giorni portava Alfio a passeggio sulla spiaggia. Ben presto l’elefante divenne l’amico di tutti i catanesi, in particolare dei ragazzetti che approfittavano della mansuetudine dell’animale per saltargli in groppa e giocare con la sua proboscide. La gente portava da mangiare al suo beniamino ed al suo padrone e tutti erano felici di condividere un po’ della loro vita e della loro giornata con Alfio, dilettandosi a farsi raccontare da ‘Alì la giornata di Cortenuova, quando Alfio aveva umiliato la Lega! Ed Alì non si sottraeva al racconto, che aveva ormai imparato a memoria attrezzandosi addirittura con cartelloni dipinti a vivaci colori che riportavano le scene salienti di quella esaltante giornata. Ma il tempo passa per tutti, ed un bel giorno Alfio venne trovato morto nella sua stalla sulla spiaggia. Aveva vissuto quasi 120 anni ed era ormai stanco della vita. Fu seppellito con tutti gli onori in una tomba che rimase sulla spiaggia per tanto tempo, fino a quando nel 1600 la lava dell’Etna la coprì per sempre. Ma alcuni di quei ragazzi, ormai uomini, che avevano giocato e fraternizzato con Alfio vollero che fosse ricordato per sempre. Si ricordarono che nei sotterranei dell’anfiteatro romano c’era la statua di un elefante che risaliva - si diceva - agli antichi Romani. La statua fu recuperata, ripulita, sistemata e fu quindi collocata nella piazza principale della città, davanti al duomo di Sant’Agata. Con quel monumento la città non si sarebbe più dimenticata di Alfio che diventò da allora il simbolo stesso di Catania, simbolo di forza, di onore e ... di vittoria sulla Lega, nonchè augurio di un pronto riscatto per le nostre Due Sicilie!

lunedì 29 dicembre 2008

Giawhar as.Siqilli, grande generale, shiita e siciliano



Giawhar as-Siqilli, grande generale, shiita e siciliano.
Egypt Air ha annunciato di voler stabilire un collegamento aereo tra Il Cairo e Catania, in seguito anche ai recenti accordi culturali tra le due nazioni ed alla inaugurazione nella capitale egiziana di una strada ed un parco intitolati alla Sicilia. I legami tra l'Egitto e la Sicilia vanno indietro di millenni, sin da quando l'impero Siracusano di Dionigi si estendeva su di un'ampia parte del Mediterraneo sino all'alto Adriatico. Dalla gigantesca nave costruita da Archimede e da Ierone donata a Tolomeo d'Egitto, una delle meraviglie tecnologiche della storia della civiltá umana, alla legenda del cuoco catanese di Cleopatra, sino alla fondazione del Cairo da parte dell'ammiraglio siciliano Giawhar El Siqilli . Un grazie da parte di tutti i duosiciliani a tutti coloro i quali sono stati capaci di ravvivare, in ambito sia politico che culturale, questi legami storici tra due delle nazioni e delle civiltá piú antiche del Mediterraneo dopo un lungo periodo di forzato isolamento reciproco.Vogliamo riprendere il tema del legame tra la Sicilia e l'Egitto ricordando le gesta del valoroso Giawhar El Siqilli. Vi riproponiamo un articolo comparso su “L’Isola”, una pubblicazione dell’Associazione L’Altra Sicilia, per ricordarvi come la forza dei duosiciliani non si misura in voti, ma nella capacitá di fornire quell'avanguardia morale di riscoperta e di risveglio delle coscienze dei Siciliani al di lá ed al di qua del faro sulla cui base si costruirá la nostra libertá.




Giawhar El-Siqilli (Sicilia, 911 - Il Cairo, 28 gennaio 992) fu un generale siciliano del Califfato Fatimide. Egli conquistò tutto il nord Africa, l'Egitto e la Siria. Fondò la stessa città di al-Qahirah (Il Cairo) e la grande moschea di al-Azhar, che è anche una delle più antiche università del mondo. Il suo nome completo era Abu al-Hasan Giawhar ibn Abdullah. Non conosciamo niente dei suoi antenati a parte il nome del padre, Abdullah. La ragione di ciò è che Giawhar faceva parte di un gruppo di Mawâli siciliani, ovvero cristiani bizantini convertiti all’Islam per i quali non si usava conservare tracce delle loro origini pre-islamiche. Nel 953, Giawhar viene nominato segretario dell’Emiro al-Mu'izz. Giawhar alla testa dell'esercito fatimide conquistò M'Sila. Tentò poi di penetrare nel Maghreb occidentale. Nel 959 venne nominato visir e comandante in capo dell'esercito. Nello stesso anno intraprese con successo la conquista di numerose province del Maghreb. Stabilì qui la sua residenza da cui governò negli anni successivi. Nel mese di febbraio del 969 Giawhar, che è ormai considerato insostituibile dall'emiro al-Mu'izz, venne incaricato di conquistare l'Egitto. In poco tempo si impossessò della città di Alessandria senza grandi problemi e si diresse verso la città di Al-Fustat che immediatamente si arrese. Immediatamente dopo la vittoria divenne governatore dell'Egitto e si distinse evitando che i propri soldati si dedicassero al saccheggio dando loro grandi ricompense ed onori. Il suo governo fu tollerante, benevolo e positivo. Il giorno stesso della conquista, 6 giugno 969, Giawhar tracciò il progetto di una nuova città e procedette alla fondazione, su un terreno di 136 ha, di al-Qâhirah (l’attuale città del Cairo) e alla costruzione del suo castello (Qasr). Nel 970 iniziò l'edificazione della moschea al-Azhar, centro della propaganda sciita in Egitto. La moschea fu inaugurata due anni dopo. I contingenti dell'esercito furono disposti per accantonamenti, che si trasformarono rapidamente in quartieri. Giawhar fece anche costruire un palazzo per accogliere il califfo. Il 22 giugno del 972 la moschea fu aperta al culto e il 10 giugno 973 tutto era pronto per accogliere il califfo Al-Muizz li-Dîn Allah, che vi trasferì la sua capitale. Nell'anno 970 inviò i suoi uomini alla conquista della Siria, compito che viene portato a termine con successo. Nel 972 i Siriani contrattaccarono, ma Giawhar riuscì a batterli. In tal modo la Siria fu riconquistata in via definitiva. Morì il 28 gennaio 992 a più di 80 anni d’età. Sul lato nord dell'università di al-Azhar può essere visitata quella che viene considerata la sua tomba (anche se la questione è controversa).

venerdì 26 dicembre 2008

Dov'è finito il nostro sangue?



Dov’è finito il nostro sangue?

“Il popolo non ha lavoro, pane, speranza. Nella città di Napoli si assiste giornalmente ad uno spettacolo desolante. Vi giungono carovane di contadini delle Calabrie, della Basilicata, del Cilento che vengono ad imbarcarsi per emigrare. Sono pallidi, disfatti, con l’aspetto della miseria più crudele. Già moltissimi operai, cacciati dagli arsenali e dai cantieri, sono partiti per l’Egitto ove sperano di procurarsi un lavoro e del pane lavorando per la Compagnia dell’istmo di Suez. Dalla Sicilia l’emigrazione per Tunisi, Tripoli e Algeri è all’ordine del giorno. Un gran numero degli abitanti delle province continentali cerca, nel porto di Genova, l’occasione per imbarcarsi verso l’America meridionale. Alcuni, crudelmente delusi, giocoforza si arruolano. Gli abitanti dell’isola di Ustica, in Sicilia, del resto già piuttosto spopolata, stanno per emigrare quasi tutti a Buenos Ayres. Com’è possibile, dunque, che gli abitanti delle Due Sicilie, i meno inclini a lasciare la propria terra, siano ora presi da questo furore dell’emigrazione? Le imposte esose, la mancanza di commerci e di lavoro, il dispotismo del governo, la legge Pica, la legge Crispi ne sono senz’altro le cause”. (P.Calà Ulloa, Lettres d’un Ministre emigrè, Lettera XLIII del novembre 1866, tratta da “I lager dei savoia", di Fulvio Izzo, Ed. Controcorrente).
Nel mio recentissimo Pellegrinaggio alla Mecca, grazie a Dio felicemente portato a termine, ho avuto la ventura di incontrare il giovane ritratto con me nella foto, inglese di origine irakena, che era nel mio stesso gruppo di pellegrini partiti da Londra. Egli, sentendomi dire che ero “siciliano”, mi ha confidato d’essere anch’egli di origine siciliana da parte di madre. Infatti mi ha raccontato di un suo bis-bis-bis nonno materno che, più o meno ai tempi descritti dalla lettera di Calà Ulloa, aveva lasciato la Sicilia verso i paesi arabi. La sua discendenza era poi passata in Turchia e di qui, seguendo i destini delle varie generazioni, in Iraq, per poi finire, attraverso le sofferenze di questo popolo, tanto simile a quelle dei nostri avi duosiciliani, in Inghilterra. Grande è stato l’affetto che si è creato fra noi, l'affetto dovuto al fatto d'avere lo stesso sangue (duosiciliano) e la stessa fede (l'Islam). Sicuramente Dio avrà voluto darci un segno facendoci compiere insieme il pellegrinaggio alla sua Santa Casa.

martedì 28 ottobre 2008

I "picciotti" del Profeta


I "PICCIOTTI" DEL PROFETA

Il passato islamico delle Due Sicilie è un qualcosa che ogni duosiciliano musulmano che abbia un minimo di capacità d’introspezione sente fortissimamente in sé.
Leonardo Sciascia in “Occhio di capra” così s’espresse: “A Racalmuto (Rahal-maut - villaggio morto - per gli arabi: e pare gli abbiano dato questo nome perché lo trovarono desolato da una pestilenza) sono nato sessantaquattro anni addietro; e mai me ne sono distaccato, anche se per periodi più o meno lunghi (lunghi non più di tre mesi) ne sono stato lontano. E così profondamente mi pare di conoscerlo, nelle cose e nelle persone, nel suo passato, nel suo modo di essere, nelle sue violenze e nelle sue rassegnazioni, nei suoi silenzi, da poter dire quello che Borges dice di Buenos Aires: “Ho l’impressione che la mia nascita sia alquanto posteriore alla mia residenza qui. Risiedevo già qui, e poi vi sono nato”. Mi pare cioè di sapere del paese molto di più di quel che la mia memoria ha registrato e di quel che dalla memoria altrui mi è stato trasmesso: un che di trasognato, di visionario, di cui non soltanto affiora - in sprazzi, in frammenti - quella che nel luogo fu vita vissuta per quel breve ramo genealogico della mia famiglia che mi è dato conoscere (e tutto finisce, nel risalire il tempo, a un Leonardo Sciascia, nonno di mio nonno, che nei primi dell’Ottocento venne a Racalmuto dal vicino paese di Bompensiere per esercitarvi il mestiere di conciatore di pelli), ma anche tutta la storia del paese dagli arabi in poi. Ed ecco un fatto di per sé borgesiano, del Borges di natura e quotidiano: non riesco ad immaginare, a vedere, a sentire la vita di questo paese prima che gli arabi vi arrivassero e lo nominassero. Ed è piuttosto facile scoprirne la ragione: la mia residenza qui, quella residenza che di molto precede la nascita, è cominciata con gli arabi, dagli arabi. Del resto, c’è il mio nome: che è tra quelli che Michele Amari registra come arabi, e finiscono con l’esser tanti da contraddire la sua tesi di fondo che la Sicilia sia stata araba ma non, per dirla approssimativamente, arabizzata (e il nome, fino alla metà del secolo scorso, nelle anagrafi parrocchiali, non gratuitamente, ma per esigenza fonetica, veniva così trascritto: Xaxa)”.
Bellissimo questo scritto di Sciascia: “Risiedevo qui e poi vi sono nato” tuttavia “non riesco ad immaginare, a vedere, a sentire la vita di questo paese prima che gli arabi vi arrivassero e lo nominassero” perché “la mia residenza qui, quella residenza che di molto precede la nascita, è cominciata con gli arabi, dagli arabi. Del resto, c’è il mio nome tra quelli che Michele Amari registra come arabi”.
Chiarissimo. C’è una sorta di filo sottile, ma continuo della memoria che ci lega pressocchè inconsapevolmente, ma non del tutto, ai nostri avi, sia a quelli più vicini, di cui c’è stato trasmesso direttamente qualcosa, sia quelli più lontani, di cui nulla sappiamo, ma che comunque sono legati a noi.
Non ne ho le prove, ma sono sicuro di discendere da uno di quei musulmani di Sicilia deportato a Lucera da Federico II e che, pur sconfitto, umiliato, venduto schiavo, cristianizzato, è riuscito a trasmettere il seme dell’Islam ai suoi discendenti fino a che, quando la possibilità c’è stata per quel seme di germogliare, esso è germogliato ed io sono tornato all’Islam.
Per questo, di mio, prima ancora di conoscere lo scritto di Sciascia, io che mai avevo scritto poesie, mi uscì di getto quella che è stata finora la mia unica poesia (anche se devo riconoscere che essa mi venne fuori dopo aver letto sul web un verso, uno solo, che ho fatto subito mio perché l’ho riconosciuto come tale; era di un certo Enzo, che forse, come me, sentiva questo filo continuo; ho anche provato a contattarlo, ma senza successo):

“Vivo da 14 secoli,
dall’Arabia alla Persia, da Cordoba a Mazara,
di generazione in generazione discepolo del Profeta,
esiliato, profugo, sempre straniero nella mia terra.

Strappato alla mia Sicilia,
dov’è ancor la mia casa, abitata dai rovi,
divenni straniero in Andalus, nella Granata che io edificai,
e ogni giorno muoio di nostalgia per la mia patria.

Oggi son tornato, oh madre,
dove mi guardavi da fanciullo, settecento anni fa,
giocare a inseguir lucertole, sotto la torre sveva,
mentre dabbasso il grano ondeggiava nel vento caldo del Tavoliere”.


Credo dunque di potermi dire, in piena coscienza e nel mio pieno diritto, in quanto duosiciliano e musulmano, “picciotto del Profeta”!
E’ una gran bella sensazione! Dire “picciotto” è dire d’essere figlio di questa terra meravigliosa, baciata da Dio, accogliente e ammaliante, che ha mutato in figli molti di coloro che vi giunsero come nemici, calando dal Nord o venendo dal mare per attaccarla e sottometterla; che ha integrato coloro che vi sbarcarono per sfuggire ad antiche persecuzioni o a moderne povertà, dandogli terre da coltivare, paesi da abitare, donne (o uomini) da sposare e Re savi da amare e ubbidire.
Qui ci sono paesi dove si parla albanese, greco o idiomi slavi. Altri dove si parla il francese, mentre un po’ tutti noi parliamo un po’ spagnolo. Altri paesi hanno nomi arabi e in essi oggi si torna a parlare arabo, grazie a quell’immigrazione che io definisco “riparatrice”, perché ha permesso il ritorno “ufficiale” degli unici figli cacciati via in nome dell’unità religiosa del paese, concetto che tante sofferenze ha apportato e che spero tramontato per sempre.
La mia storia di “picciotto del Profeta” ebbe inizio il 18 giugno dell'827 sulla costa di Mazara, in Sicilia, e non è mai finita. Ancor oggi, infatti, la più immediata immagine della Sicilia, la sua identità più profonda è quella dell'Islam. La civiltà che i miei padri instaurarono in Sicilia nel nome della religione di Muhammad (pace su di lui e sulla sua famiglia) è impronta ancora viva che, con tutto il suo bagaglio di cultura, di stile, di mentalità, di vita quotidiana perfino, segna il nostro destino. La mia residenza genealogica è dunque in Sicilia, tanto in quella di là dal Faro che in quella al di qua, che pur meno intrisa della prima, ha assaporato e assorbito qua e là questa sicilianità o sicilitudine. Il profilo di questa identità “islamica” è lo stesso in ambedue le Sicilie: è quello dei mercati, dei giardini, delle tavole imbandite, della "frescura”, dell'acqua, della gastronomia, della seduzione, della sterminata produzione poetica, del mistero, della toponomastica, dell'arte, della lingua, delle strade, dei castelli, dei silenzi, della solitudine, dell'assenza dell'odio politico, dei riti popolari, perfino di quelli più fortemente cristiani come la Settima Santa. Come non vedere nelle processioni del Venerdì Santo un eco del lutto di Ashura? E nel pugnale infisso nel petto della nero vestita Madonna Addolorata, il dolore di Fatima Zahra per la morte del suo amato figlio, l’Imam Hosseyn? Per la rude semplicità della città cristiana di un tempo, la Sicilia degli emiri e delle moschee fu quasi una vetrina da ammirare e in cui specchiarsi. Ed ancora oggi, il rude padano non riesce a spiegarsi la perdurante vitalità di un popolo che, da suoi bisnonni percosso e rapinato a morte, riesce ancora a sorridere alla vita e farsi sberleffi delle altrui preoccupazioni “fiscali”. E’ la vitalità islamica, quella stessa che fa sorridere ancora i palestinesi nonostante 60 anni di sofferenze, che fa gioire e sparare in aria gli irakeni ad ogni piccolo successo contro l’invasore, che fa brulicare di vita le città mediorientali anche nelle ore della notte. E’ la nostra inesauribile eredità!

Note

Recentemente è stato realizzato un documentario sulla presenza araba in Sicilia, attraverso i secoli, fino ai giorni nostri. Il suo titolo è appunto “I picciotti del Profeta”. Lo ha girato l’Istituto Luce a Scicli, Mazara, Vittoria e Santa Croce Camerina. La festa delle Milizie, la presenza delle “tannure”, i forni tipici della tradizione araba, e poi l’abbigliamento, i costumi, gli attrezzi di lavoro, i cui nomi in siciliano hanno la stessa pronuncia che in arabo. Autore del documentario è Pietrangelo Buttafuoco, insieme a Maura Cosenza. “Scopo del documentario è quello di offrire visivamente le emozioni, le sensazioni, i profumi, e soprattutto quanto la gente di Sicilia sente dell’Islam”, ha spiegato Maura Cosenza. Il lungometraggio dura cinquanta minuti e parte da ciò che si può vedere nei siti archeologici, nei castelli, nell’unico caravanserraglio che c’è a Sambuca di Sicilia, nei bagni arabi di Cefalà Diana; da lì si snoda un percorso tortuoso, a 360 gradi, alla ricerca delle tradizioni, nella vita di tutti i giorni, nella toponomastica, negli utensili utilizzati in agricoltura, nella cucina. Quindi c’è il tema dell’immigrazione dei tunisini, dei maghrebini, tutte popolazioni islamiche, musulmane, la cui presenza è stata censita solo dal 1990, quando già da una ventina d’anni questi immigrati vivevano a Mazara, a Santa Croce, a Vittoria, a Scicli… “Questi immigrati sentono di essere siciliani, si sentono poco italiani”, spiega Maura Cosenza. Il documentario è distribuito in Dvd dall’Istituto Luce.

domenica 28 settembre 2008

I luoghi dell'Islam - Capo Colonna a Crotone



Sibari

Sibari non c’è, ma tutti vi fanno riferimento, come se fosse la città capoluogo. E, se Dio vuole, fra non molto lo sarà davvero. La mitica città del lusso e del dolce vivere, conquistata e distrutta dai rudi crotonesi, è destinata a rivivere, a far di nuovo coppia con Taranto ai due vertici del Golfo Jonico.
Di essa ci sono i capisaldi: la stazione ferroviaria, il piccolo centro abitato, l’Hotel Mediterraneo, la Marina, il porto mercantile, l’area archeologica, il casello autostradale, l’infrastruttura stradale ecc. Spetta ora a dei bravi architetti ed amministratori organizzarne il tessuto urbano del futuro.

La posizione di S. Demetrio Corone è troppo bella. “Lo sguardo, superando foreste e paesi e fiumi e lunghe strisce di terra coltivata, abbraccia le cime nevose del Dolcedorme e il Mar Jonio. Ma non è tanto la varietà della scena, né la memoria dell’antica Sibari, che accende l’immaginazione, quanto la sua vasta immensità. Pensate, una grandiosa valle in cui l’atmosfera è di così perfetta limpidezza che vi sono istanti in cui sembra di scorgere ogni pietra e ogni cespuglio sulle montagne, a trenta miglia di distanza. E i colori delle nuvole, al tramonto, sono tali da ispirare il pennello di Turner o di Claude Lorraine…” (Norman Douglas, Vecchia Calabria, Giunti, 1992)
San Demetrio è la capitale degli Albanesi. Quale sorpresa dunque, quando passeggiando per il suo corso, di sera, ci sentiamo all’improvviso salutare con un perfetto e gioioso “Assalamu ‘aleykum”. Era un fratello siriano che ci raccontò d’essere sposato con una albanese di San Demetrio e che ambedue risiedevano in Padania. Le vie di Allah sono infinite: gli albanesi fuggiti dall’Albania invasa dai turchi e riparati nelle Due Sicilie, oggi si ritrovano emigrati in Padania e mogli di musulmani.

A Villapiana Lido l’ambulante chiede alle nostre donne perché indossano l’hejab. Non s’era accorto d’avere la risposta sulla sua bancarella: vendeva quadri di Madonne!!

Crotone

Quando da Milano, Bologna o Rimini noi foggiani prendiamo il treno per tornare nella nostra amata / odiata Foggia, spesso prendiamo il treno per Crotone. Molti di noi forse non sanno nemmeno dove sia Crotone, fatto gravissimo per quell’ipotetica quanto auspicata coscienza nazionale duosiciliana. Molti altri sapranno che è in Calabria, ma non ci sono mai stati. Fino a poco tempo fa era il caso mio. Spesso ho vagheggiato di Crotone, città mitica (i forti crotoniati che radevano al suolo la molle Sibari!!), ma mai avevo avuto modo di visitarla. Quest’anno, un matrimonio, quello tra il fratello Mahdi, calabrese doc e la sorella Muna, figlia dell’Iran, c’ha dato modo di vedere la Calabria e la stessa Crotone, in particolare il suo famoso Capo Colonna. Ci arrivammo all’ora di pranzo, quando il sole d’agosto era allo zenith e, come suol dirsi, spaccava le pietre, per non dire altro.
Il baretto della zona archeologica, di fronte alla chiesetta e alla torre d’avvistamento, e soprattutto la sua ombra ci ammaliò e ci fece sedere volentieri a bere una bibita fresca; ma io dentro di me scalpitavo: la colonna, la colonna mi chiamava…
La deserta campagna di Capo Colonna, uno dei lembi più deserti della nostra patria duosiciliana, sia in senso vegetativo che abitativo, un pezzo d’Africa in Europa, è inondata di luce. La luce, una delle caratteristiche fondamentali del deserto, qui, nell’ora dei fantasmi meridiani, nel bestiale sole d’agosto, provoca un’aridità allucinante, carica d’abbagli. “L’irruenza di una luce che sottrae ogni cosa a se stessa” diceva Ungaretti in “Giornata di fantasmi”.
E i fantasmi ci sono davvero. Mentre gli altri continuano a godersi l’ombra della veranda del bar, la mia inquietitudine mi porta ad entrare nella chiesetta:
Nella penombra di quell’atmosfera silente e segreta, scorgo un dipinto che mi riporta indietro nei secoli. Ecco il tempio di Hera Lacinia ancora in piedi, prima che un vescovo lo facesse demolire scientemente, ed in quel fabbricato a volta a botte che affianca oggi la chiesetta, eccovi accampati dei “Saraceni”, arabi o turchi non si sa, e la Madonna che appare, …ma questo è un altro discorso. Il tempio e i Saraceni sembrano materializzarsi, pur dormienti, in quell’ora meridiana.
Fuori della chiesetta, nel dipinto come nella realtà, di fronte al mare turchino, mentre tutta Crotone, distesa ai piedi di aride colline, immersa nel silenzio, sembra sprofondata nel sonno, ecco che tutto si smaterializza.
“Il calore si rovescia in torrenti benigni sopra a questa desolazione; neppure un’ombra di vapore appanna l’orizzonte; non una vela, non un’increspatura interrompe la linea del mare. Si può ascoltare il silenzio. Il sopore avvolge ogni essere della terra: dormono le cime delle colline, e le valli, i promontori, gli affossamenti, e tutte le creature che muovono sopra la nera terra… Un tale torrido splendore, quando imbeve una terra della più austera semplicità, riconduce lo spirito a stati di primitiva soddisfazione e di altrettanto primitiva ricettività. Si delinea nella nostra fantasia una nuova visione delle cose umane, un suggestivo senso di benessere, in cui non trovano posto le sciocche difficoltà e i contrasti del nostro tempo. Liberarsi da questi legami, ritrovare l’affinità con un elementare e vigoroso archetipo, amante della terra e del sole… Come sono felici questi attimi di aureo equilibrio! Si, è un bene lasciarsi sommergere da questa atmosfera aspra e vibrante, nel fulgore meridiano delle cose. E’ questo il mezzogiorno definito dai greci l’ora “pesante”, quando i templi non sono calpestati da sacerdoti né da fedeli: Adesso la chiamano Controra. Uomini e bestie sono incatenati dal sonno, mentre gli spiriti si aggirano intorno. Il demone del mezzogiorno, l’Abitatore dei calmi spazi azzurri… E il genio che indugia su questo antico Capo della Colonna è ingenuo e benigno”. (Norman Douglas, op.cit., pagg 483/484)
“Il sole cade a piombo, tutto è sospeso e turbato, ogni moto è coperto, ogni rumore soffocato. Non è ora d’ombra né ora di luce, E’ l’ora della monotonia estrema, è l’ora feroce”. (Ungaretti, La risata del Jinn Rull)
La Realtà Unica si ritrova testimoniata in quel sole che destruttura il tempo e scatena e accomuna tutte le cose. La sua sovrapposizione su tutte le cose comporta la loro identificazione con l’Unico. E’ il sole estremo, il silenzio apocalittico, la fine di tutto.
E’ in mezzo a questo nulla, in questo istante perfetto, appare lei, la colonna. La sua figura è armoniosa, perfetta, e riflette l’anelito divino o addirittura la Divinità stessa.
Gli altri che, abbagliati dal sole, son voluti restare all’ombra del pergolato del bar, si sono persi quest’attimo perfetto che noi abbiamo intuito ed abbiamo fortissimamente voluto assaporare e vivere. Chi ha visto il film “Picnic ad Hanging Rock” ci capirà. Chi è rimasto al bar ha fatto come le collegiali rimaste ai piedi della roccia per fare picnic. Chi ha raggiunto la colonna sotto quel sole abbacinante ha fatto come quelle ragazze che salirono in vetta alla roccia e come noi ne rimasero abbagliate.
La colonna ha una sobrietà, una semplicità, una perfezione di forme che a tutti noi (eravamo in tre, Mahdi, Wassim ed io) ha suscitato le medesime sensazioni. Cosa c’è di islamico in questa colonna? Resto di un tempio costruito dai greci pagani, riutilizzato e poi distrutto dai cristiani? Tutti e tre abbiamo risposto che sono la sua perfezione, la sua unicità, la sua solitudine, nonché il deserto circostante a donargli la capacità di simboleggiare il Dio Unico e a far si che anche questo luogo possa essere indicato come uno dei “luoghi dell’Islam” che andiamo cercando attraverso le terre di Napolitania e Sicilia e che abbiamo già trovato a Segesta, a Selinunte, nella fortezza di Lucera, a Villa Rufolo di Ravello, sulle rocce di Pietrapertosa, a Santa Maria di Siponto, al Foro Italico di Palermo, in piazza del Carmine a Napoli, a Borgo Croci di Foggia e che, con l’aiuto di Dio, cercheremo e troveremo ancora in altri luoghi delle nostre amate Due Sicilie.

domenica 31 agosto 2008

Pietrapertosa, l'Alpujarra delle Due Sicilie



Per chi non lo sapesse l’Alpujarra è una regione montana dell’Andalusia dove nel quindicesimo secolo trovarono il loro ultimo rifugio i moriscos ovvero quelli che rimanevano dei musulmani spagnoli perseguitati dall’intolleranza oscurantista che aveva preso il potere nella regione iberica.
I moriscos, in quella terra pressoché irraggiungibile, tra alte vette e mulattiere, riuscirono a resistere ancora un secolo su quel territorio che era diventato la loro patria e che non volevano abbandonare.
Io personalmente l’Alpujarra non l’ho mai visitata, ma da quel poco che ho potuto vedere sul web e dall’immagine fantasiosa e romantica che me ne sono fatto, la immagino come una regione tutta vette e paesini dove si respira un’atmosfera da tetto del mondo, nel senso che più in alto di là non si poteva andare.
Quando questo Ferragosto decidemmo di visitare Pietrapertosa, tutto ci aspettavamo fuorchè di trovare una piccola Alpujarra di casa nostra.
Si, sapevamo che in questo paese, a cavallo tra il nono e decimo secolo, dall’872 al 907, c’era stata una presenza arabo-islamica, ma di questa presenza sapevamo che poco o niente era rimasto, e quindi la nostra maggior aspettativa era riferita all’aspetto paesaggistico della zona nonchè al famoso "Volo dell'Angelo", un cavo steso tra Pietrapertosa e la dirimpettaia Castelmezzano, appeso al quale ci si lancia in un volo di attraversamento "aereo" della stupenda vallata.
Quando siamo arrivati, siamo subito rimasti a bocca aperta per gli attesi aspetti paesaggistici: guglie di rocce appuntite che costellavano il paesaggio e facevano da quinta ad un pugno di case raccolte strette strette e addossate a queste rocce. Ma anche la visita del paesetto non è stata da meno, rivelando anzi aspetti e sensazioni inaspettate. Percorrendo le sue strette viuzze, tra rocce e case che si compenetrano in uno stretto connubio nel quale, in mancanza di emergenze architettoniche, è la natura a farsi monumento, ecco che abbiamo cominciato a sentire quell’atmosfera da tetto del mondo di cui dicevamo prima a proposito dell’Alpujarra. Casette lillipuziane tra le quali s’insinuavano minuscoli orticelli, segno questo di un ambiente che secoli addietro dovette vivere una situazione di "assedio" ovvero di indisponibilità del territorio circostante; portoncini e finestre erano spesso riquadrate con fasce di color azzurro Sidi Bou Said di tipo maghrebino e la più bella di queste finestre ci venne subito di definirla “la finestra sopra il cielo”. Dai pannelli informativi che punteggiavano qua e là le stradine abbiamo appreso gli elementi fondamentali della storia del paesino. Pare che un certo Bomar, evidente italianizzazione di Abu Omar, insieme alla sua gente, forse reduci da Bari, già capitale dell'Emirato pugliese, ma conquistata dai cristiani l’anno prima, e quindi probabili sbandati in cerca di un rifugio, abbiano fondato questo paese e la sua incredibile fortezza posta sulla cima più alta di queste Dolomiti Lucane, costituendo un insediamento arabo islamico che è sopravissuto su questa montagna per non poco tempo. Qui si eran potuti arroccare, più a lungo che altrove, a guardare senza essere visti. Intorno a lui un mondo ostile o quanto meno estraneo anche se, a pochi chilometri l’uno dall’altro, altri “ribat”, altri insediamenti arabo-islamici, come Tricarico, Abriola, Guardia sul Basento punteggiavano la regione e rendevano meno inquietante questa situazione.
Sulle tracce di Abu Omar ci siamo incamminati io e il mio atletico genero musulmano affrontando ostacoli sempre più difficile ed emozionanti. Prima una ripidissima salita seguendo i cartelli turistici che indicavano la rabata (il ribat). Poi la salita già difficile cedeva il passo a due rampe a gomito costituite dall’impalcature dei lavori di restauro della fortezza, impalcature sospese nel vuoto e con il vuoto ai lati, che per chi come me soffre di vertigini e di fifa cronica non erano il massimo della tranquillità. Siamo così arrivati alla fortezza che di integro ha conservato ben poco: qualche torrino, tratti di mura ecc… Il tutto in totale e armoniosa fusione con le rocce che ne costituivano le fondamenta e spesso anche le pareti.
A questo punto rimaneva da percorrere una rampa di scale scavata nella roccia davanti alla quale mi sono piantato come un mulo, lasciando l’onore al solo ed intrepido genero di raggiungere solitario la vetta.
Ho utilizzato però quei minuti per pensare (cosa che mi riesce meglio dello scalar montagne) e cercare di immaginare quella sparuta popolazione islamica giunta lì a prezzo di chissà quali sacrifici e sfidando chissà quali pericoli, cosa doveva provare guardando quell’infinito panorama di monti e vallate che si estendeva ai loro piedi. Cos’è che gli mancava di più? La loro patria di origine, l’Africa o la Sicilia, verso la quale s’erano ormai tagliati tutti i ponti, oppure la stessa Bari, loro patria d’adozione, con il suo mare e la sua luce mediterranea, e ormai perduta? E che speranze avevano di riuscire a sopravvivere su quelle vette, e per quanto tempo? Per tutta la loro vita, per quella dei loro figli, per sempre? O solo per poco, per poi ripartire, se fortunati, verso un nuovo rifugio? E in quella provvisorietà si dotarono ugualmente di luoghi per pregare, per rivolgere a Dio l’adorazione dovuta, dovunque e comunque, come ad ogni buon musulmano si conviene? Beh, una risposta almeno a quest’ultima domanda forse l’abbiamo avuta, o per lo meno ci piace immaginare di averla avuta. Infatti al di qua della muraglia che guarda la valle, abbiamo notato le basi finemente lavorate di quelli che dovevano essere due pilastroni che fronteggiandosi, dovevano reggere una grande arcata, segno evidente dell’esistenza di una sala non destinata ad usi militari bensì per usi più nobili. Poi sulla parete esterna di questa sala abbiamo notato una nicchia. Non era l’apertura di una finestra perché chiusa verso l’esterno. Inoltre vagamente accennata una forma a cipolla dell’arco della stessa nicchia. Con mio genero ci siamo guardati in faccia e non c’è stato bisogno di parlare. Lui ha tirato fuori dalla tasca l’immancabile bussola che accompagna ogni musulmano quando si reca in luoghi sconosciuti e che serve per individuare la direzione della Mecca (qibla). L’abbiamo posta su una pietra piana e abbiamo aspettato trepidanti che l’ago calamitato si fermasse. Il risultato era quello che speravamo e ci aspettavamo: quella nicchia era rivolta alla Mecca ed era quindi probabilmente il “mihrab” che indicava la "qibla", e quella sala ormai scoperchiata e dalle mura smozzicate doveva essere la moschea nella quale i soldati della guarnigione rivolgevano la loro adorazione ad Allah.
Immediatamente quella sala, nella nostra fantasia, si affollò di quei nostri fratelli di tanti secoli fa che s’inginocchiavano, s’inchinavano e si rialzavano eseguendo le loro preghiere. Nonostante tutto, nonostante la loro solitudine, il loro isolamento, il loro sbandamento, il loro legame con Dio non si affievoliva nè si spezzava. “O fratelli nostri, che avete portato la parola di Dio in queste terre, che avete posto la vostra vita al Suo servizio, eccoci qui, siamo venuti a trovarvi, a portarvi una parola di consolazione e di affetto. La vostra avventura non è finita. Siamo qui noi che con l’aiuto di Dio continueremo a portare lo stendardo dell'Islam sulla nostra nobile terra delle Due Sicilie”.
Quando poi siamo scesi e tornati al parcheggio, abbiamo steso la stuoia accanto alla nostra auto e abbiamo pregato. Chissà se in tutti questi secoli, da quando la gente di Abu Omar abbandonò questi luoghi, qualche altro fratello aveva fatto risuonare i versetti del Corano su queste montagne. Se così non è stato, saremo stati i primi dopo undici secoli. E la lode sia a Dio che ci ha concesso di vivere questa giornata.

martedì 27 maggio 2008

Blas Infante, l'Islam e l'identità andalusa


Blas Infante, l’Islam e l’identità andalusa
tratto da un articolo di Ali Manzano (www.webislam.com)
Nel 1983 il Parlamento di Andalusia approva all’unanimità il proprio Statuto di Autonomia riconoscendo Blas Infante “come Padre della Patria Andalusa”. Egli riuniva in sè tutte le caratteristiche necessarie per questa figura: martire, assassinato dalla destra “ispanista”, e rappresentante di quell’idea autonomista che la dittatura del generale Franco aveva stroncato.
Me se guardiamo oltre la “icona” di Blas Infante fattaci pervenire dai politici, troviamo un’opera e un pensiero, accompagnati da un’azione sociale, politica e culturale, che sicuramente, nè ai politici di oggi nè a quelli di ieri risulta comoda. Blas Infante fu un “rivoluzionario” che visse e pensò “controcorrente”, rinunciando ai privilegi di cui godeva la sua classe sociale. Appartenente alla borghesia andalusa, egli abbraccia la causa dei braccianti, i discendenti di quei moriscos che la terribile conquista Castigliana lasciò senza terra. Aveva ricevuto una formazione accademica nella quale la storia dell’Andalusia non esisteva, se non attraverso la visione distorta e interessata dei colonizzatori castigliani. Ma egli la rivoltò, fornendoci la chiave e la strada per il recupero della memoria storica, occultata da cinque secoli di cultura imposta. Infine Blas Infante, nato cristiano, si riconosce musulmano, recuperando il “Din” (cammino dell’Islam) dei suoi antenati, la forza vitale di Al-Andalus.
Se rimuoviamo i veli posti sulla nostra mente dai pregiudizi culturali che 500 anni di “guerra contro il moro” e dall’educazione “uniculturalista” imposta, vedremo e comprenderemo il processo e le motivazioni che condussero Infante su du un cammino che poteva condurlo solo e soltanto all’Islam. Sono tantissimi gli andalusi che hanno percorso lo stesso cammino, ma il caso di Blas Infante è particolare essendo improntato ad una qualità affatto comune nell’essere umano: l’intuizione. La sua intuizione lo portò a scoprire tutto un Universo che a noi andalusi era stato celato dopo la conquista Castigliana. Non ci stiamo riferendo soltanto alla storia, tanto diversa da quella che i nostri conquistatori ci hanno raccontato, ma a filosofia, scienza, letteratura, arte, spiritualità… in definitiva, la nostra identità. Nessuno, dalla conquista cristiana in poi ebbe la capacità di enunciare l’essenza dell’Andalusia, l’identità perduta. Solo l'intuizione di Infante fu capace di riscattare quel che i nostri conquistatori, con tanto affanno, tentarono di nasconderci.
L’intuizione porta Blas Infante all’Islam, allo scoprire l’importanza e l’influenza dell’Islam nel movimento rivoluzionario che a partire dal secolo VII iniziò a provocare il risveglio del genio andaluso, fino al fiorire di quella civiltà che fu orgoglio dell’Andalusia e oggetto dell’invidia universale.
Blas Infante fu un “cercatore”, sul piano personale e su quello collettivo. Non smise mai di porsi domande, di cercare risposte che condurranno lui e la sua grande passione, l’Andalusia, sul cammino della liberazione. Questo cammino di liberazione, lo porta a volgere lo sguardo alla storia, a cercare in essa un punto di partenza, e a trovarlo nel periodo storico di maggior splendore culturale, scientífico, sociale e politico: Al-Andalus. Infante voleva dotare il popolo Andaluso dell’orgoglio e dell’identità perduta, come strumento di liberazione, per cui la prima missione che s’impone è quella di riscattare la storia, di dotare l’Andalusia di una interpretazione storica proveniente da se stessa, senza menzogne né interessi ad essa estranei.
Nel 1921, studia la storia di Al-Mutamid, il Re poeta di Siviglia e Cordoba, scrivendo il dramma teatrale “Mutamid, ultimo Re di Siviglia”. La “metamorfosi” è iniziata. Il giovane notaio di Casares è rapito dall’Universo andaluso, non si rassegna ad essere un semplice spettatore, ma desidera participare alla esperienza andalusa, interiorizzando l’essenza della filosofia che ne svegliò il genio, abbeverandosi alle sue origini intellettuali, convertendosi nel protagonista del suo dramma teatrale. Inizia così a preparare il viaggio che lo porterà fino alla tomba di Al-Mutamid ad Agmat, vicino Marrakech, per riannodare, dopo una pausa di 600 anni, il filo delle peregrinazioni che da Al-Andalus si recavano a rendere omaggio ad un uomo che rappresentò ed ancora oggi rappresenta il silenzio dell’Andalusia, dell’Islam andaluso.
L’Andalusia, terra a cui l’Islam portò gli arnesi con cui forgiare la libertà, basata sul rispetto di tutte le forme d’intendere la vita e la spiritualità, si ritrova sotto pressione e ingabbiata dai terribili fondamentalismi dei popoli del Nord e del Sud, che ai tempi di Al-Mutamid a Siviglia e di Boabdil a Granada, misero termine al sogno di un popolo che una fredda mattina di gennaio dell’anno 1492 si svegliò schiavo dell’odio e dell’invidia dei popoli barbari del Nord.
Con l’illusione di chi cerca un tesoro, Blas Infante inizia i preparativi del viaggio che lo condurrà sulle orme di Al-Andalus, che nella nostra terra è semi-occultata sotto il tallone di 500 anni di genocidio físico e culturale, ma che in Marocco ancora sopravvive negli edifici costruiti dagli Andalusi e nelle forme culturali ereditate da un’influenza che dura da centinaia d’anni.
Il motore del cambiamento che generò questa civiltà fu l’Islam. Lo incontriamo ogni volta che ci immergiamo nella storia di Al-Andalus, o quando proviamo a conoscere le motivazioni che portarono i nostri avi a produrre questo cambiamento “rivoluzionario” che capovolgendo le strutture economiche, politiche e sociali imposte dalla minoranza Visigota, tirarono fuori l’Andalusia dalla buia Età Media per anticipare il Rinascimento che secoli più tardi e grazie all’influenza Andalusa, sarebbe arrivato in Europa.
Infante era fortemente interessato a conoscere questo “generatore” di civiltà. Non poteva mancare quindi lo studio della lingua nella quale fu scritto il Corano, l’arabo, punto saltato in tutti gli studi dell’opera di Blas Infante, i quali, per aver ignorato l’Islam, non hanno potuto valorizzare l’importanza del dato. L’arabo, lingua del “Corano”, veicolo di trasmissione della “rivelazione Muhammadiana”, è lo strumento del quale si dota l’Islam per impedire la travisazione dei testi coranici.
Con l’apporto dell’arabo e dell’Islam, quello che era nato come un viaggio culturale per rendere omaggio all’ultimo uomo che regnò su di una Siviglia libera, si mutò in qualcosa di molto più intimo…, forse in un metaforico “Hajj”, (pellegrinaggio alla Mecca) quasi a voler adempiere ad uno dei pilastri dell’Islam.
Il viaggio si trasfigura in pellegrinaggio. Supera l’interesse culturale senza tuttavia dimenticarlo. Abbandona ogni frivolezza turistica e va a rendere rispettoso omaggio al Re, adempiendo al rituale disposto nell’Islam.
Nei manoscritti di Infante possiamo vedere l’animo col quale egli si dispone a questo pericoloso viaggio. E’ l’animo di un morisco andaluso, ansioso di incontrarsi con parte della sua storia, con quella che per essergli stata nascosta è la più desiderata:
Più di un milione di nostri fratelli, di andalusi espulsi ingiustamente dalle loro case avite - le cause dei popoli non vanno mai in prescrizione – sono sparsi da Tángeri a Damasco. Il ricordo della Patria, lungi dallo sfumarsi, si ravviva giorno dopo giorno. Io ho convissuto con essi, ho sofferto con essi, ho respirato con essi la speranza della nostra comune redenzione perché questa redenzione o sarà comune o non ci sarà mai.
Nell’anno 1924 mi decisi a riannodare (il filo de) i pellegrinaggi che i nostri avi fecero per un certo tempo alla tomba di uno degli uomini più rappresentativi dello spirito della nostra terra, Abu-l-Qasim ibn Abbad, vero re di Siviglia, Córdoba, Málaga e Algarve. L’ultimo pellegrino era stato un figlio della mia montagna di Ronda, Alkhatib, ministro del sultano di Granada, nel secolo XIV. Sei secoli senza che l’Andalusia inviasse il suo “saluto” attraverso uno dei suoi figli al sepolcro del Re poeta che morì in esilio lontano, invocandola nei suoi dolorosi versi.
Grazie ad una serie di fortunate coincidenze giunsi a trovare la tomba del Re nel cimitero in rovina di Agmat, al sud di Marrakesh, sulle pendici dell’Alto Atlante.
Non avevamo altre armi né altra scorta né altra bussola che il nostro entusiasmo e il nome di Al-Andalus che disperdeva i timori e acquietava le tensioni che la nostra audacia risvegliò a volte e ci apriva le porte di quei contadini di montagna che furono tanto prodighi d’ospitalità”.

Nel contatto con questo popolo marocchino, emigrato in Maghreb per conservare lingua, costumi e pratiche (religiose) islamiche, Infante trova l’anello mancante tra la mitica e rimpianta Al-Andalus, celata dalla pesante coltre della conquista castigliana, e l’Andalusia della sua epoca. Qui, in Marocco, di fronte a innumerevoli e impressionanti vestigia dell’arte andalusa, e in compagnia dei discendenti dei moriscos Andalusi, Infante incontra la vera dimensione di popolo, di nazione:
“Il popolo andaluso fu scacciato dalla sua Patria dai re spagnoli; alcuni vivono ancora uniti, ma in paesi stranieri; altri, quelli che restarono e quelli che tornarono, i braccianti moriscos che abitano l’antica casa avita, sono esclusi inesorabilmente dalla terra che ancora è signoreggiata dai conquistatori. Ed è necessario unire gli uni agli altri. I tempi saranno ogni giorno sempre più propizi”.
“(Al-Mutamid) fu l’ultimo Re indigeno che rappresentò degnamente e brillantemente una Nazionalità e una cultura intellettuale che soccombettero sotto la dominazione dei barbari invasori. Si ebbe per lui una specie di predilezione come per il più giovane, come per il beniamino di questa numerosa famiglia di principi poeti che abbiano regnato in Al-Andalus. Se ne avvertì la mancanza, come l’ultima rosa della primavera”.
“Non sono forestiero a Marrakesh. I mori andalusi predominano nella composizione etnica della medina musulmana. (…) Marrakesh è per il mio pellegrinaggio, il limite della terra Santa, del Tempio. Ora, i riti vivono. Ora l’anima prega, accesa di religioso fervore. Ho indossato il “hizam” del pellegrino. Faccio una abluzione alla fontana della storia, con fecondi valori, figlio di una cultura che si pretese d’accecare e che divenne sotterranea e di discorso oscuro”.
Il 15 di Settembre del 1924 Blas Infante giunge al culmine del suo viaggio davanti alla tomba di Al-Mutamid. Quel che in principio fu un viaggio culturale, attraverso l’impronta storica di Al-Andalus, si era convertito in un incontro “spirituale”, un viaggio che potremmo definire “iniziatico”. A partire da qui, Blas Infante non tornò più ad essere lo stesso. Si era incontrato con la ricchezza di un Al-Andalus vivo nei discendenti dei moriscos, e con un Islam che non era soltanto nei libri, che era sufficientemente vivo per sentirlo, nella maniera in cui solo un “mumin” (credente) può farlo, intuendolo con il cuore che s’abbandona in Allah. Davanti alla tomba di Al-Mutamid, Infante ripete il rituale che si compie alla Mecca, come sua particolare forma di adempiere ad uno dei cinque pilastri obbligatori dell’ Islam: il Hajj o pellegrinaggio. Così Infante compie sette giri attorno alla tomba di Al-Mutamid, in senso opposto a quello delle lancette dell’orologio, a somiglianza dei sette giri che i pellegrini musulmani compiono alla Mecca intorno alla Kaaba.
Il 15 Settembre 1924 (Infante) recita la Shahada in una piccola moschea di Agmat, adottando il nome di Ahmad. Testimoni dell’atto con il quale egli si riconosceva musulmano, furono due andalusi nati in Marocco e discendenti dei moriscos: Omar Dukali e l’altro della kabila dei Beni-Al-Ahmar.
Il cammino che conduce Infante all’Islam, può sembrare strano a molti. Ad altri può sembrare una stravaganza permessa solo ai geni, prodotto dall’ammaliamento che Al-Andalus ha esercitato in molti personaggi nel corso della storia, o un tentativo di imitare quei re andalusi, che Infante tanto ammirava.
Ma noi che abbiamo seguito il suo stesso cammino, - Al-Andalus ci ha portato all’Islam - sappiamo della forza interiore dell’Islam e degli effetti prodotti dall’interiorizzazione di tutta una filosofia e di una forma d’intendere la vita, la creazione e la spiritualità, in base al compromesso con certi valori.
La sua relazione con l’Islam non si ferma ad Agmhat. Continuerà per tutta la sua vita, nei suoi scritti, nel suo modo di intendere la vita e nei suoi atti, con un compromesso rinforzato per e con la sua gente, la sua patria, il suo Din (cammino dell’Islam), che lo condurrà a vivere la stagione più produttiva della sua vita, tanto a livello letterario che politico, verso la divulgazione della storia e della cultura andalusa, nel suo intento di dar corso alla battaglia nel campo in cui i conquistatori più danno ci avevano arrecato, il campo della cultura.
Il suo interesse per riscattare la cultura andalusa lo porta a compiere un questo gran lavoro culturale nel quale è compresa, tra le altre cose, la richiesta al governo della restituzione della Sinagoga di Toledo alla Comunità Ebraica e della Moschea Aljama di Cordoba a quella Islamica. Una campagna a favore della costruzione di una moschea a Siviglia “non con animo di fare professione o confessione di una determinata religione, bensì con l’obiettivo di affermare la libertà e la pluralità religiosa, elementi di sintesi della Storia dell’Andalusia”, in lotta contro il pregiudizio contro il “moro” che cinquecento anni di acculturazione avevano impregnato il popolo Andaluso.
Lavoriamo con somma cautela su questi principi perché l’Andalusia torni ad essere ispirata dal suo proprio genio e perché noi, “gli andalusi, torniamo ad essere quel che fummo”.